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Spett.le Agenzia Entrate Ufficio di Torino 1 Sportello Abbonamenti alla TV Casella postale 22 10121, T O R I N O ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ e p.c. Alla CORTE COSTITUZIONALE Palazzo della Consulta 00100, R O M A - RM ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ Ai massmedia ^^^^^^^^^^^^
OGGETTO: “Abbonamento coatto alla TV” -
Gentili Signori,
mi rendo conto che voi personalmente non facciate altro che il Vostro dovere di lavoratori in un settore del fisco: eseguite delle leggi ovvero applicate un atto avente valore di legge (come, credo, nel caso specifico) ma questo non mi esime dal diritto di esprimere le mie considerazioni di cittadino tra l’altro definito “sovrano” proprio dalla Costituzione della nostra Repubblica. Vado al sodo.
Faccio riscontro alla Vostra lettera circolare, datata gennaio 2009, con la quale mi date del “caro abbonato” e mi fornite il modulo postale per rinnovare l’abbonamento alla TV, naturalmente alle condizioni pecuniarie che di volta in volta mi vengono imposte (senza mia previa accettazione) dallo Stato.
Tanto per cominciare quel “caro abbonato” è una locuzione untuosa, bugiarda e mercantile-burocratica, che sa di barzelletta o di presa in giro (per non dire altro). Ovviamente l’Autore conosce sia la lingua che la logica ma ha il compito di recitare e nei riguardi di Lui non ho alcun risentimento. Non mi risulta che io mi sia mai abbonato volontariamente (anche se oggettivamente si può, ma solo per comodità, affermare il contrario) né che possa esistere un “abbonamento coatto”, qualunque abbonamento essendo, per definizione, volontario. Pertanto, mentre siamo fuori della logica, quel “caro” è un attributo che equivale al “caro” sprezzante di chi riscuote con sicumera un pizzo di mafia quando non significhi addirittura “suddito medioevale”. Questo, infatti, doveva solo ubbidire.
Né si può tirare in ballo la discutibile ed ormai svuotata di ogni eventuale originario valore, attenuante che la TV di Stato sia un vero servizio pubblico e per il pubblico, ovvero a favore degli abbonati e, per estensione, di tutta la collettività nazionale. Ci troviamo, infatti, davanti ad una vera imposta iniqua, che, come altre, non ha una contropartita ma solo la volontà autocratica del potere. Per farla breve, la cosiddetta TV pubblica o di Stato non è, nella sua globalità, per niente migliore di quelle private dette anche commerciali. Basta un breve excursus delle consonanze essenziali:
1 - al pari delle TV privato-commerciali, manda in onda, e nelle ore di maggiore ascolto popolare, film americani, spesso impregnati di violenza e quindi antieducativi (anche per gli adulti), ignorando la filmistica di casa nostra assieme alle opere teatrali e musicali, spesso capolavori universali; 2 - al pari delle TV privato-commerciali contribuisce ad ubriacare i giovani – e non solo questi - di tifo (pseudo)sportivo (trattandosi di spettacoli ad alto rendimento affaristico-parassitario, (una delle vergogne in un Paese dove c’è chi suicida per fame) che allo Stato fa comodo come “ottundore sociale” contro il rischio dell’eversione e sovversione anticapitalista (cioè socialista): il tifo in questione è diventato l’antico oppio dei popoli o “instrumentum regni” di infausta memoria, utile ai mestieranti delle ideologie, dei partiti, del gioco elettorale, della falsa democrazia, del Parlamento e del potere legislativo; 3 - al pari delle TV privato-commerciali ha affossato la canzone italiana e delle nostre regioni (Campania, Romagna, Sicilia, per esempio) per lasciare spazio all’uggiosa – talora infinitamente stupida – canzone statunitense, priva di melodia e di vera poesia (salvo rarissime eccezioni); 4 - al pari delle TV privato-commerciali contribuisce ad imbastardire la nostra bella lingua con il gergo anglo-americano; 5 - al pari delle TV privato-commerciali fa da megafono alle “verità” che fanno comodo ai padroni USA (v. sbarco sulla Luna, 11 settembre, terrorismo, ecc.), lasciando nell’ombra o sotto silenzio quelle necessarie per conoscere la vera storia, soprattutto quella dei nostri giorni; 6 - al pari delle TV privato-commerciali coltiva il fenomeno del “predaludismo” (giochi a premi monetari) per dare l’illusione che problemi esistenziali, ignorati da un potere pubblico di stampo medioevale, possano essere risolti con un colpo di fortuna grazie a generosi occulti sponsor industriali, che mettono in palio parte della ricchezza ricavata dal lavoro di dipendenti, cioè di “sfruttati” (non senza, talora, il beneficio della pubblicità consumistica dei propri prodotti) e che qualcuno chiama “refurtiva”; 7 - al pari delle TV privato-commerciali ci subissa di pubblicità (consumistica, non informativa), stupida, petulante, insidiosa, oppressiva, persecutoria, stressante (vera “spazzatura mediatica), in tutte le ore e in tutte le occasioni, rendendoci perfino vittime inconsapevoli di persuasione occulta nella misura in cui la ripetitività dell’immagine (e non so che altro) raggiunge il livello subliminale del nostro io (vero e proprio reato di manipolazione della volontà (alias plagio) che il nostro codice penale, per uso e consumo del sistema capitalista, non persegue); 8 - sempre al pari delle TV privato-commerciali la suddetta pubblicità consumistica (che ha già invaso perfino i farmaci e la salute, trattati alla stregue di merce), offende ogni opera d’arte e interrompe, con gravi danni psiconeurologici, la fruizione estetica di uno spettacolo; 9 - al pari delle TV privato-commerciali non valorizza l’attività culturale degli onesti e dei poveri, che operano nel silenzio e ai margini della società. Io conto 63 anni di produzione creativa e pubblicistica e, come sociologo, ho fondato una nuova corrente di pensiero, detta “biologia del sociale” (1979). Non mi risulta che la TV pubblica, che non può non conoscermi, si sia occupata della mia creatura, che continuo a far conoscere, ad 80 anni compiuti, a spese mie. Come non mi risulta che la TV pubblica dia spazio alle varie correnti di pensiero, note da tempo immemore, come le religioni diverse dalla cattolica, il libero pensiero, l’ateismo, l’esperantismo, l’anarchismo, la biosofia, l’ilozoismo, il socialismo, il marxismo ed altre. Queste correnti (ed altre, che non sto ad elencare), per essere fugacemente presenti in TV, devono trovare un santo in paradiso o cogliere l’eccezionale buona occasione…
Non a caso evidenzio – per concludere - e sottolineo la pesantezza del balzello per una famiglia povera, per una vecchietta, che viva con una pensione di fame o di carità pubblica, per un qualunque indigente, che abbia nella TV la sola occasione di evasione dalla quotidiana tristezza!
Per queste – ed altre – ragioni, l’”abbonamento coatto” alla TV di Stato è destituito di ogni fondamento di logica e perfino di deontologia mercantile. E’ gratuito e illegittimo senza tèma di smentita da parte di non importa quale solone. Va chiarito che legale non è sinonimo di legittimo, altrimenti qualsiasi potere dotato di leggi di autosostegno sarebbe legittimo, si tratti pure di una dittatura (costituzionale!) sanguinaria. Non sono un legale ma so per certo che ci troviamo davanti ad un atto avente forza di legge, la cui legittimità costituzionale – di cui all’art. 134 della Costituzione - potrebbe fare riflettere la Corte Costituzionale, cui questa lettera viene inviata per opportuna conoscenza.
Cordiali fraterni saluti ed auguri per un felice 2009.
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Lettera aperta al dr. Antonio Catricalà, Presidente dell’Antitrust
“Libero mercato” uguale a “legge della giungla”
Carmelo R. Viola
Egregio Signore, davvero mi sorprende – e mi addolora – che persone indubbiamente intelligenti ed oneste come Lei, in tutta buona fede non vedano la realtà che ci circonda e siano preposte ad un servizio di controllo di ordine sociologico per una società giusta che non esiste, e in istato, mi perdoni, di involontaria totale ignoranza del concetto, scientifico di fisiologicità di una società che, in quanto tale, è un organismo vivente sui generis. Ella confonde – non certo volutamente - tale organismo vivente con la giungla, dominata dalla dinamica della predazione ma anche di istintivi rapporti di autocontenimento che consentono la conservazione delle varie specie ovvero della diversità biologica mentre il capitalismo sta “suicidando” progressivamente la nostra unica specie! Ella, inconsciamente, traduce la predazione con competitività e l’affida all’imprenditorialità, alias alle imprese o industrie, come dire agli uomini di affari, i quali, appunto perché tali, sono interessati solo ai propri profitti – naturalmente parassitari, in quanto ricavati da lavoro altrui – attribuendosi come merito (sociale!) la necessità di “comprare lavoro” (che dicono “dare lavoro”!) e nascondendosi dietro il paravento del bene del Paese. L’uomo di affari investe – cioè impiega dieci per ricavare dodici e più – e per meglio investire, ricorre a quella panacea, che Lei chiama competitività o concorrenza, la quale ha bisogno di convincere i consumatori – vittime finali dell’affarismo – a consumare quanto più possibile: unica condizione perché i profitti parassitari lievitino a getto continuo e consentano all’encomiabile predatore di comprarsi villini, yacht, aereo personale, azioni in borsa ed ogni bendiddio e trasformare il mondo in una specie di cortile di casa! E’ la meritocrazia, signor Catricalà?! Finché la “trottola” (o impresa) gira a velocità costante (possibilmente maggiore) tutto va bene secondo i parametri ufficiali del “padronato” (povertà, disoccupazione, disagio civile e delinquenza da sistema, essendo dettagli trascurabili: quando la “trottola” perde d’inerzia e s’inclina, anche di poco, è la crisi! Ma la vera crisi è il capitalismo comunque condito e corretto! E’ davvero strano come si possa pensare che dalla casualità degli affari dei maggiori predatori possa derivare un’armonia di rapporti ovvero quella fisiologia propria dell’organismo vivente, di cui dicevo più sopra, più precisamente la distribuzione equa e secondo bisogno di beni e servizi a tutti i cittadini, nessuno escluso, voglio dire una società umana e giusta! Questo sì che sarebbe un miracolo e che è quindi la vera totale utopia! Seguono alcune domande e di constatazioni ovvie per concludere con l’invito – che anticipo – nient’affatto odioso, di cambiare mestiere, così solo facendo del Suo meglio per i Suoi simili, che non hanno bisogno di qualche rara pena pecuniaria per uscire dalla giungla antropomorfa in cui vivono. 1 - E’semplicemente assurdo parlare di concorrenza laddove non esiste – perché non può esistere - la superdecantata “legge della domanda e dell’offerta”, la domanda essendo spesso predeterminata da quella pratica – sleale e criminale – che è la pubblicità consumistica: sleale perché è un’arma impari per contendenti impari: più forte è il soggetto, più potente è l’arma pubblicitaria, più predeterminata è la domanda. Mi pare che si tratti di semplici constatazioni di logica aritmetica elementari e nient’affatto opinabili E’ criminale perché la sola ripetitività dell’immagine e del messaggio – come ci dice la psicologia – finisce per raggiungere il livello subliminale producendo la “persuasione occulta”, che è un vero atto di violenza psicomentale (come la catechesi infantile), quindi un vero reato, che il nostro codice penale non persegue perché fatto per uso e consumo di un sistema criminoso e non secondo scienza e coscienza. 2 - E’ impossibile la competitività fra impari come tutte le discipline sportive ci insegnano. La società del libero mercato – così caro a Lei! – produce impari per nascita e quindi soggetti inabilitati ad esercitare lealmente la competitività affaristica. Ne consegue che i più forti “fagocitano “ i meno forti, come la cronaca quotidiana ci conferma. Non mi dirà che il figlio di un “berlusconi” sia pari ad un nato di un povero cristo di disoccupato e che questi sia in grado di competere ragionevolmente con il primo essendo sconfitto in partenza! 3 - E’ proprio la concorrenza, mirata a tenere in piedi l’impresa o l’industria, attraverso il consumo – anzi il consumismo – che ha prodotto le più varie “patologie consumistiche” come l’acquisto per l’acquisto, la ricerca del nuovo per il nuovo, il lusso per il lusso, la smania per i capi firmati, la voglia di nascondere il proprio essere dietro l’apparire eppoi la farmacofagia (non Le dice niente la crescente pubblicità dei farmaci?), l’automania, il tifo sportivo, tanto per accennare ad alcuni sintomi della “consumodipendenza” su cui gli affaristi – detti eufemisticamente imprenditori e perfino “datori di lavoro” (sic), talora fatti perfino “cavalieri del lavoro”!!!- puntano la loro sfida per il solo piacere di stare bene, possibilmente sempre meglio incuranti di chi nasce vinto, di chi perde e cade, di chi arranca, di chi non ha niente, di chi si suicida per fame, ma contenti di potere tacitare la propria coscienza (semmai ne abbiano una) con la pratica (abominevole, oggi) della carità, strumento per non risolvere le differenze ma per legittimarle! 4 - Quello del “libero mercato, egregio signor Incompetente, è il peggiore dei possibili mondi perché non poggia su nessun caposaldo di giustizia cominciando anzitutto dalla “uguaglianza alla nascita”: primo assoluto dei diritti naturali “scoperti” nel 1789! 5 - Evidentemente, Lei, da quel bravo Ignaro che è, e che tuttavia, esprime giudizi categorici e rassicuranti su materie che evidentemente non conosce, non sa che laddove la condizione diciamo economica (nel senso di potere di sussistenza) oscilla dallo zero assoluto a valori senza limite, il primo fattore criminale e criminogeno è la macchina dello Stato, il secondo è quello dell’affarismo legale, il terzo quello della criminalità di risposta ovvero per bisogno o per emulazione (il desiderio legittimo all’uguaglianza): donde la corruzione e le varie mafie, dimensioni strutturali della società capitalista – oggi liberista, cioè integralmente capitalista. Lei non sa che l’affarismo imprenditoriale, legale e paralegale, è il corrispettivo antropico della predazione animale della giungla senza le pulsioni di autocontenimento, impossibile nell’uomo-animale (antropozoo), che usa la ragione non per “amare il prossimo” (secondo il comandamento cristiano) ma per gestire il proprio istinto predatorio non ancora rimosso verso vette senza limite (vedi i vari “berlusconi”, così ferocemente, quanto a ragione, arrabbiati contro l’economia pianificata del socialismo). Lei non sa che la corsa alla predazione come ricerca della risposta al proprio diritto di esistere, si riflette in tutte i rapporti interpersonali e soprattutto nell’istinto sessuale, specie negli sbandati e nei vinti, i quali praticano sempre più lo stupro (predazione sessuale) ma anche nei benestanti debosciati, che praticano il cosiddetto turismo sessuale (con vittime povere indifese creature di pochi anni!). Non sa che la caccia ai profitti è la genesi psicologica di un numero incalcolabile di imbrogli, di mistificazioni a tutti i livelli ovvero in tutti i giochi del sistema affaristico, da quello del semplice commercio al sofisticatissimo mercato monetario (bancario od usuraio). 6 Non sa che le case di pena – dette carceri – che non rieducano, sono il corollario di questa società-giungla, basata sul libero mercato – cioè sulla libera predazione, purché esercitata nel rispetto di certe regole – che Lei difende a spada tratta – e che altri difendono con altre regole perché se un crimine è comunque legittimato tutti i mezzi sono riconosciuti leciti per conseguirlo. In tali case di pena ci sono molti capri espiatori a copertura dei molti criminali che stanno fuori! 7 Non sa che il debito pubblico è una storiella tragico-comica di uno Stato privo di sovranità monetaria per legittimare le differenze abissali di quest’accozzaglia di antropozoi, gli uni contro l’altro armati come vuole la concorrenza a Lei così cara! Stando così le cose, cerchi almeno di comprendere che se l’unica utopia è la perfezione, unica possibilità di uscita da questa società antropozoica è quella di uno Stato-padre che consideri tutti i cittadini sin dalla nascita – nessuno escluso – come figli da accudire senza distinzione di sorta. Non si tratta né di interventismo (così ridicolo e disonesto!) né di assistenzialismo elemosiniere, ma dell’applicazione della vera scienza economica ad una collettività di soggetti umani, autocoscienti e responsabili (sia pure in prospettiva evolutiva e rieducativa) e quindi consapevoli in fieri che solo dove c’è uguaglianza – economica, s’intende – là c’è possibilità di giustizia, là solo l’eventuale crimine è un residuo che va riportato ad una patologia da curare in opportuni centri di psichiatria criminale. Si dimetta, signor Catricalà. Con l’augurio di ogni bene da parte dell’80enne Carmelo R. Viola
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