Carmelo R. Viola  
 

La ricorrenza di Hiroshima e Nagasaki

 

                                                                            

         Consentitemi una piccola vanità senile: un ricordo di gioventù. Nel 1968 la libreria editrice del movimento anarchico, presso cui militavo come socialista, mi pubblicò, a sèguito di una specie di concorso interno, le quasi trecento pagine del testo “No alle ami nucleari!”, che prendeva spunto dal doppio olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki, per mettere in guardia l’umanità sui molteplici rischi dell’uso dell’energia dell’atomo non solo a fini di guerra.

         Non mi ero mai occupato di fisica nucleare ma fui indotto a farmene una buona infarinatura, così tanti furono i libri che mi furono dati da leggere, soprattutto relativi alla cronaca clinica delle due citta-martiri. E’ un lavoro che feci con tutto me stesso riscuotendo recensioni laudative da ogni parte.  Il Sindaco di Hiroshima dell’epoca mi fece omaggio di un medaglione d’argento che riproduce il monumento della memoria presso cui si è già recato il nostro Frattini, in vista dei prossimi 6 ed 8 luglio, a simulare un’indignazione che non può permettersi di sentire senza disobbedire agli ordini “in futuro” di chi quel doppio olocausto ordinò (mi riferisco a un tale Truman, un antropozoo tutto americano non meglio definibile), al solo scopo di preventiva deterrenza atomico-terroristica, monito a quanti paesi - Italia compresa – non volessero, da allora in avanti, tenere conto che gli USA sono la prima e più grande potenza nucleare, capace di mettere a tacere qualunque avversario (soprattutto l’URSS, che poi cadde sull’imposta corsa agli armamenti e davanti ad una paventata – irreale -  “guerra stellare” (invenzione di un tale Reagan, degno erede di Truman).

         Quella strage terroristica – assolutamente gratuita dal punto di vista militare per ragioni che tutti conoscono, bruciò sul colpo almeno 200 mila corpi di innocenti creature umane e diverse centinaia di migliaia sono morte nel tempo fra atroci sofferenze senza contare gli effetti a catena della radioattività attraverso le madri irradiate, da cui nasceranno anche dei mostri.

         Hiroshima e Nagasaki bruciano ancora ma le autorità USA, succedute all’infausto governo del “Cravattaio”, non hanno mai accennato ad un gesto di rammarico e meno che mai ad una richiesta di perdono, per non dire ad un finto errore strategico, anzi sono proprio essi che si attribuiscono una veste  - che proprio loro non compete – di guardiani mondiali contro Stati detentori di testate nucleari, ma solo se si tratta di poteri-canaglia come quello dell’Iran. Ciò che sconcerta fino al vomito è la docilità di un Giappone, incapace di tenere fuori dal proprio territorio le divise militari di coloro che l’hanno usato alla stregua di una cavia geopolitica!

         Come se ciò non bastasse, sono ancora i maledetti USA, a fare uso di sostanze radioattive (vedi, per es, l’uranio impoverito, di cui sono stati vittime anche nostri “inservienti militari” degli USA sotto la falsa veste di missione umanitaria) nelle loro attività belliche finalizzate – dicono – all’esportazione di una democrazia, di cui conoscono solo il nome e la carnevalata delle elezioni di pochi magnati. Il loro comportamento è perfettamente cònsono ad una criminocrazia nata dalla predazione territoriale e dal genocidio e che si rafforza  commettendo un crimine contro l’umanità dopo l’altro ovvero calpestando il diritto internazionale.

         Dal 1968 il mio pensiero di socialista è diventato più coerente sul piano scientifico superando utopie giovanili ma la sostanza di quel libro risponde ancora al mio convincimento e, a distanza di 40 anni, lo sottoscrivo ancora. Dicevo: “chi contribuisce comunque alla contaminazione radioattiva è un criminale o complice di criminali. Nessuna legge (…) autorizza un capo di Stato ad attentare indiscriminatamente alla salute di tutti (…) e se esistesse, sarebbe fatta da criminali o da pazzi.  (…) il mio diritto di difendere me e i miei simili non ha bisogno di essere codificato: esiste da sé”.

 

 
 

Balle, barzellette, menzogne…

 

                                                                                                     

         E’ incredibile, ma da secoli si spaccia per scienza accademica una mistura di balle, barzellette e menzogne. La prima menzogna è quella di chiamare economia ciò che è predonomia: la prima è una scienza risolutiva quanto a produzione e distribuzione di beni e servizi per tutti i membri di una comunità secondo possibilità, equità e bisogno. La seconda è l’antropomorfizzazione giuridica della predazione animale, che ci ha dato quel capitalismo-liberismo, che è criminalità “legalizzata”.

         Come in una famiglia esente da patologia criminale non ci sono figli amati ed altri abbandonati al proprio destino, così in un nucleo umano, esente da “animalismo predatorio residuo”, non ci sono soggetti-predatori e soggetti-prede: in essa ogni nato – solo perché tale – riceve quanto gli serve per vivere nel miglior modo possibile fino alla fine dei suoi giorni con il solo impegno di dare il proprio contributo di lavoro secondo età, salute e convenzioni. Più è la produzione del lavoro, più sono i beni distribuibili. Lavorare conviene. In tale nucleo non si nasce (barzelletta da scompisciarsi dalle risa!) debitori, ma solo e sempre creditori! Né poveri né ricchi!

         Altra menzogna è che il meglio possa essere ottenuto dal giro di affari dei predatori legali detti – e qui c’è ancora una menzogna – imprenditori (denominazione ben diversa da “affaristi”).

         Un’ulteriore menzogna è che questi affaristi “diano lavoro”, mentre, nella realtà, comprano quelle prestazioni, manuali e di competenza, senza delle quali non potrebbero ricavare profitti, attratti dalla speranza di accumularne così tanti da potersi acquistare ogni confort e strumento di piacere, mentre i “venditori di lavoro” restano puntualmente poveri. Da tempo si parla infatti di “mercato del lavoro” laddove lavoro sta per “possibilità di sopravvivenza”.

         Il fallimento della giustizia come effetto di un “affarismo predatorio”, spacciato per economia, ci riporta alla famiglia, in cui dei figli hanno tutto e più di tutto mentre altri vengono abbandonati al proprio destino.

         Per rendere credibile siffatta pretesa scienza economica, fatta di balle, barzellette e menzogne, i vincitori l’hanno assimilata ad una specie di “meteorologia sociale” per trasferire la responsabilità delle ingiustizie criminali dagli uomini ad entità indefinibili. Così, si dice (balla) che i prezzi dipendano dalla “legge della domanda e dell’offerta”, legge che non esiste in presenza della pressione dei consumi (pubblicità consumistica) che determina la domanda.

         Altra menzogna (ma l’abbiamo già tenuta per scontata) è che lo Stato non debba essere come un buon padre di famiglia, ma piuttosto un arbitro di lotte impari fra predatori e prede. L’intervento statale lo chiamano, spregiativamente, assistenzialismo e lo considerano contrario dell’economia, per non dire predonomia, i cui motori sono la sfida e la competitività, attributi per l’appunto derivati dall’agonismo della giungla!

         Menzogna capitale è che lo Stato non possa coniare moneta, cioè avere la sovranità monetaria ma che debba rivolgersi ai “mercanti di moneta” (v. Bankitalia e, oggi, anche BCE: Banca Centrale Europea ), titolari del relativo “signoraggio”. Ne seguono una serie di barzellette come quella del debito pubblico, che pesa perfino su ogni neonato (sic!) e dell’insufficienza o mancanza di fondi per il necessario sociale. Per es., per costruire un ospedale! Menzogna è che la crescita di un paese dipenda dal PIL (prodotto interno loro). PIL è il manto di auto che deturpa le nostre città alla stessa stregua della gomma da masticare se di produzione nazionale! Menzogna è che la ricchezza di un paese sia il volume degli affari dei suoi “predatori legali”. Barzelletta è che un’azienda somigli ad una trottola, che si ferma se rallenta la sua velocità (donde licenziamenti e crisi varie). Menzogna è che la disoccupazione involontaria non sia un crimine di Stato. Barzelletta è che il debito pubblico venga coperto con il fisco, diretto e indiretto.  

         Barzellette sono le trattenute alla fonte come i conteggi millesimali per dare una parvenza di giustizia. Menzogna astronomica è la lotta alla criminalità, prodotta dalla stessa predonomia! L’antimafia sa proprio di barzelletta funerea e la rieducazione carceraria di balla per piccini. Unica verità è che tali balle, barzellette e menzogne, di cui sono piene migliaia di migliaia di pagine – nelle quali si pretende di spiegare, sempre in termini di alchimia meteorologica, anche l’inflazione, la crescita dei prezzi, la depressione, il collasso ed altre amenità, e che echeggiano nelle aule delle università -  sono indispensabili al gioco a chi preda di più, tenuto in auge da chi sta dalla parte dei vincitori e da chi ignora la propria ignoranza.

 

Ancora abusi (legali!) di Poste Italiane S.p.A.

 

                                                                                                 

         La giungla liberista galoppa e non si può dire, onestamente, che la colpa sia solo di questo centro-destra. Infatti – e questo è il fatto più grave – non esiste più una Sinistra propriamente detta e le contrapposizioni elettorali sono soltanto tali e motivate solo da un’inconfessabile comune “corsa alla poltrona parlamentare”. L’unica differenza notevole fra l’attuale governo e il precedente è che questo è capeggiato da uno affetto da cratomania avanzata ed è interessato a risolvere ulteriori pendenze giudiziarie personali.

         Lo spirito dei due poli è unico. Lo stesso è il fine: mettere al centro della politica l’impresa – meglio se monetaria, cioè bancaria. Gli affari degli imprenditori sono il parametro dell’accozzaglia liberista ( improprio è il termine società), che può essere ricca o povera, stagnante o in crescita solo in rapporto a quelli. L’impresa è “vettrice” se vincente, è assorbita (mangiata) o azzerata se perdente. C’è completa analogia con la giungla propriamente detta. I diritti naturali, i bisogni della gente, la disoccupazione, i problemi quotidiani, la povertà, il disagio cittadino anche in relazione al posteggio di una semplice bicicletta, le difficoltà degli anziani, dei disabili: questi ed altri sono temi nostalgici, romantici, di chi è rimasto legato agli ideali dell’Ottocento.

         I 45 milioni di senza assistenza sanitaria nella “più grande democrazia del mondo “ (secondo la definizione del “corriere dei cretini”) è una quisquilia. Questo governo sta peggiorando il servizio sanitario, riducendo  il numero dei posti-letto, aumentando i ticket, riducendo il personale e dando più spazio alla speculazione privata, il tutto secondo un piano di una “corretta” amministrazione dei fondi monetari come se questi non fossero una creatura, diretta o indiretta, dello Stato.

         I fatti dimostrano in maniera inoppugnabile – intuitiva sarebbe dir poco – il fallimento del capitalismo, trasposizione umana della predazione animale, in ispecie della sua estremizzazione liberista, ma i suoi fautori procedono con la sensibilità di carri armati, ripetendo che  al contrario, è il socialismo ad essere fallito, ben sapendo che tutti i giochetti “monetari” – come quello, esilarante, del debito pubblico – servono al (non dichiarato) “gioco supremo  a chi accumula più ricchezza”. Pochi sanno che la copertura del debito pubblico (di fatto, dello Stato verso sé stesso!)  impoverisce la collettività e arricchisce pochi banchieri! Privare la classe digerente di quest’accozzaglia liberista di questo sport significherebbe invitarla al socialismo, il che disturba le aspettative di veri e propri psicopatici senza contare che quello è condannato dalla Chiesa in nome del padreterno.

         Un’azienda, che da anni è all’avanguardia della “liberizzazione” della vita sociale è in mano ad una cricca di affaristi senza scrupoli che, da abuso ad abuso, sono arrivati a sospendere il servizio (pubblico) in molti piccoli centri, intanto a carattere provvisorio e con il pretesto delle ferie (introducendo il principio che non il personale va in ferie ma l’intero ufficio, come si trattasse di una bottega!), costringendo migliaia di cittadini – spesso donne ed anziani – a percorrere con i mezzi a disposizione chilometri e chilometri di strada per recarsi presso uffici centrali, già sovraffollati, senza la certezza di trovare un posto per il proprio mezzo di locomozione né quella di farcela dopo ore di attesa, lasciamo immaginare con quale difficoltà e sofferenza, specie durante il caldo. Mi riferisco alla provincia di Catania.

         Si tratta delle Poste Italiane S.p.A., che agiscono con l‘avallo della legalità ma in contrasto con la Costituzione – che prevede l’uguaglianza dei cittadini –  con il codice penale – che punisce l’interruzione di un pubblico servizio - e con il diritto da cui solo può discendere la legittimità di ogni atto, privato e pubblico.

         Non possiamo dare addosso solo all’attuale governo, trovandoci davanti agli effetti a distanza di quello precedente e di ministri, patiti della privatizzazione, come Bersani e, nella fattispecie, di un tale Gentiloni, già diretto responsabile del settore, il quale, cafonescamente, non rispose mai alle proteste cortesi e speranzose del sottoscritto, mostrando il vero volto della metastasi capitalista, con conseguente deregolazione, deumanizzazione e totale disprezzo del senso comune e dello Stato di diritto. Fino a quando anche il potere giudiziario continuerà a tacere?

 

Il Presidente promulga la fine della Costituzione!

 

                                                                                     

         Dopo la cancellazione dell’art. 11 a favore degli USA, la mortificazione  della laicità nazionale alle esigenze della casta papale e la “sovranità del cittadino” ridotta ad una barzelletta, ecco la pedata parlamentare alla pur nominale “uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. E non solo perché, grazie al lodo Alfano, le più alte cariche dello Stato possono governare e legiferare quali che siano gli eventuali crimini di cui siano responsabili e dei quali risponderebbero a fine mandato salvo imboscamento estero prima dello scadere dell’immunità – impunità.

         Da sempre penso che nessuno Stato di diritto possa legalizzare ciò che è naturalmente illegittimo: ciò è avvenuto –e non solo con il suddetto “lodo senza lode” a dispetto dell’etimologia – a comprova che lo Stato di diritto non esiste. Ciò avviene in un Paese dove, in nome della legalità, si combatte la criminalità prodotta dal sistema e dove pertanto è difficile distinguere in termini scientifici ciò che è veramente lecito da ciò che non lo è.

         L’unica cosa certa è che l’Italia non rinuncia alla nomea di “patria del diritto” e che si dice, nonostante tutto, uno Stato di diritto ovvero che il gioco delle parole rimane l’unica certezza demagogico-liturgica di una caricatura giuridica indefinibile.

         Non occorre drammatizzare o soltanto colorire: basta leggere la realtà quale è effettivamente per avere motivi sufficienti di strapparsi i capelli per disperazione politica. Anche se ciò non serve a nulla.  Si è sollevato un polverone di scandalo per le parole di Bossi irriverenti per l’inno nazionale e per la bandiera, ma si tratta di quisquilie – per dirla come avrebbe fatto Toto – se ci si inchina davanti al Custode della Costituzione che ne promulga la fine  con la disinvoltura di un  burocrate che pronuncia la pena di morte di un innocente.

         Del resto, niente di meglio ci si poteva aspettare da un uomo che da molto tempo ormai ha tradito sé stesso abbandonandosi alla recita di buone parole alla stregua di un cappellano che benedice le armi o di un papa, che pronuncia un’omelia pasquale o che, salito in “cathedra”, pronuncia la propria infallibilità. Sono le stesse buone parole pronunciate davanti all’Altare della Patria o rivolte alle Forze Armate o dell’Ordine.

Sono le stesse esortazioni di un Napoletano per i buoni rapporti fra Maggioranza ed Opposizione, avendo Costui accettato per naturale tutto il borghesume di sempre, vissuto di parassitismo ma con un pensierino “caritatevole” (leggi: ipocrita) alla povertà e che, a Mosca,  ha raccomandato al patriarca ortodosso di stabilire rapporti di fraterna intesa con il papa cattolico! Più efficiente di così! Che cosa ci si poteva aspettare da un Presidente così buono?

Fuori metafora… Stato di diritto non è semplicemente quello basato su leggi scritte, come si è voluto far credere – ai tonti e ai disinformati - subito dopo la cessazione della monarchia assoluta perché, se così fosse, tutte le leggi sarebbero buone e sarebbe valida la ricetta di “legalità uguale a giustizia e a non criminalità”, come ci vogliono far credere i donchisciotti dell’Antimafia. La scienza sociale, così tanto trascurata, non è poi equiparabile alla formula del “due più due fanno quattro”. Lo Stato di diritto vero non è ancora esistito, almeno in Italia, perché esso è solo quello in cui leggi sono le effettive norme di attuazione dei diritti naturali, per esempio del diritto alla vita sin dal momento in cui si nasce. In Italia, infanti e adulti possono morire di fame!

L‘immunità parlamentare è appartenuta ad uno Stato, il cui Parlamento aveva recepito privilegi già appartenuti al monaca assoluto. Si trattava quindi di uno Stato, immediata filiazione dell’autocrazia e base per una democrazia ancora di là da venire. Il lodo Alfano, panegirico medioevale di un vassallo destinato ad un principe, ci riporta indietro di decenni per realizzare una “dittatura democratica” sui generis, in cui, appunto, la prima funzione della legge è quella di tutelare il capo. Il quale, infatti,  ha apertamente ringraziato i suoi collaboratori di averlo liberato dalle persecuzioni (sic!) e di fatto un Presidente, che non ha fatto onore alla propria funzione.

Ancora una sola battuta: lo stesso lodo prevede tolleranza zero per chi “guida” un mezzo di locomozione sotto l’ebbrezza dell’alcol o della droga (il che è una cosa buona), mentre prevede tolleranza totale per chi “guida” lo Stato sotto l’ebbrezza dell’impunità e del potere (il che è quanto abbiamo detto)! Se la matematica non è un’opinione!

 

 

Guantanamo: un crimine continuato a prova di ONU

 

                                                                                                            

         La storia non poteva darci una stirpe umanoide (antropozoica) più infida e degenere della casta yankee, il cui ideale è tutto un distruggere e dominare (dal genocidio dei pellerossa e dalle imprese della NATO e non si ferma in tempi di sviluppo tecnologico e di progresso scientifico) e, quando non può farlo, mente. E la platea dei moralmente miserabili e dei servi applaude. Tra questi spicca la nostra povera Italia.

         L’11 gennaio 2002 la suddetta casta apriva il carcere di Guantanamo, fuori di ogni norma di diritto internazionale ed elementare a tutto scorno della sempre più lontana Rivoluzione Francese e con un’ONU non in grado di esigere coralmente – per il solo malaugurato fatto di trovarsi in territorio USA ed essere diventata un feudo di questi  -  che Bush e compagni si costituissero come criminali di guerra e di pace! E come potrebbe il Tribunale dell’Aja braccare i “patroni fondatori”, tali appunto in nome dell’antiterrorismo?! Il suo compito è quello di catturare e, quando possibile, anche uccidere, i vari Milosevic con metodi analoghi a quelli di Guantanamo.

         Infatti, il fine di questa “galea terroristica” è – vedi gioco delle parole – la lotta al terrorismo, in nome di quell’11 settembre, in cui la casta yankee, privata del comodo pretesto sovietico, se ne è creato uno nuovo con un’ennesima “menzogna terroristica”! Non importa con quale prezzo di connazionali.  Anche il doppio olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki aveva un fine difensivo! La casta yankee si organizza in piovra mondiale.

         Il terrorismo è sempre e comunque una pratica ignobile e senza attenuante perché colpisce innocenti e bambini, ma quello islamico ha per lo meno una spiegazione in quello yankee, che semina “caos umanicida” ovunque porta il proprio intervento di forza: dal Vietnam all’Iraq, al Kosovo, all’Afghanistan, in Palestina… con il pretesto di esportare una democrazia che non ha o di prevenire l’esistenza di potenze nucleari concorrenti arrogandosi un titolo giuridico che nessuno le ha mai dato.

         Guantanamo è un lager dove, all’assenza del diritto alla difesa supplisce la pratica della tortura davanti all’indifferenza oggettiva di Stati complici o pavidi. Solo da Amnisty International apprendiamo che dei 780 prigionieri, provenienti da dieci paesi diversi, ne rimangono 275, anche questi ignari del proprio capo d’imputazione e privi di difensore.

         La casta yankee deve dimostrare al mondo l’effettivo pericolo del terrorismo (tanto più che ha consapevolezza di esserne la causa) e Guantanamo serve a tale scopo al punto da potere giustificare la sospensione dei diritti umani fondamentali in nome della sicurezza nazionale (anche se ciò è una balla): un vero stato di emergenza che mette allo scoperto la vera realtà politica degli USA: quella di una “dittatura militare democratiforme”.

         Il santone Marco Pannella si è guardato bene dall’inscenare uno sciopero della fame per chiedere il ripristino del diritto ( a lui così caro) in quel lembo di Cuba: se l’avesse fatto, avrebbe dovuto dir male dei suoi “padroni spirituali” o avrebbe finito per suicidarsi!

         Perfino qualche voce USA (guarda un po’ anche l’innominabile stomachevole Condoleeza Rice) si è levata a reclamare la soluzione di cotanta vergogna ma probabilmente solo per simulare una presenza umana (coscienza morale) che non c’è. C’è, invece, alta e sventolante dalle torrette del reclusorio in questione, spesso di innocenti legittimi patrioti, la bandiera a stelle e strisce della casta, maleodorante di quella fogna a cielo aperto che continua a rappresentare, davanti alla riverenza di un neo e più conturbante Medioevo, una menzogna quotidiana elevata a strumento di potere.

 

 

IL DIRITTO, QUESTO SCONOSCIUTO

                                                                                                

 

         Non solo nella sedicente “patria del diritto”, questo è un emerito sconosciuto. Con un gioco di parole diciamo che “non è ciò che è”: non parte da una spettanza naturale, da un “apriori biologico”, ma è la spettanza di un preesistente rapporto giuridico, in ispecie di un “rapporto di mercato” o, più essenzialmente, “di predazione”. In breve, è una spettanza convenzionale. Su questo concetto si fonda ancora lo “Stato di diritto”, tale solo perché, rispetto all’autocrazia del sovrano o del signore ha uno statuto di norme codificate e scritte.

         Nel pensiero dei più il diritto – e ci riferiamo al diritto alla vita, come dire alla fruizione della ricchezza esistente (beni naturali e servizi civili) - deriva da una situazione maturata in sede burocratica. Per meglio intenderci, il nato non ha alcun diritto: quanto gli si dà dipende dall’amore dei genitori e dei congiunti o dalla carità del potere pubblico. Ne consegue che un nato di un ricco, se non diseredato,  ha tutti i diritti, mentre il nato di un povero non ne ha nessuno.

         Orbene, la civiltà propriamente umana comincia quando cessa di essere una trasposizione della vita della giungla ovvero quando il suo filo conduttore è il diritto, la “spettanza a priori alla vita” con quel che segue nel contesto di appartenenza, che si estende al mondo intero. Vedi migrazione per fame. E’ proprio quanto intendevano i banditori dei diritti umani della Rivoluzione Francese, diritti per l’appunto naturali o essenziali o aprioristici, efficaci per sé stessi come attributi di un soggetto postanimale, altrimenti non di diritti si tratterebbe ma di rapporti di forza, quello stesso che intercorre fra il lupo predatore e l’agnello preda.

Bisogna tuttavia aggiungere che anche nel lupo esiste un imperativo biologico (fagico o della fame) che lo porta a nutrirsi della preda. La differenza tra giungla e società umana consiste nel fatto che in questa esistono predatori senza prede, presupponendo l’esercizio del diritto una condizione di parità (uguaglianza)., attributo qualificante della specie umana. La Costituzione italiana, nata doppia, nella prima parte contiene il diritto come apriori, mentre nella seconda lo fa dipendere dai ricchi e dallo Stato liberisticamente (alias feudalmente)  servile – specie in epoca di mercato mondiale-globale - come dimostra tutta la legislazione sulla proprietà, l’eredità, la famiglia e il lavoro.

Il governo Berlusconi, che sta per cancellare ogni traccia di presocialismo socialdemocratico – e il socialismo è la società del diritto – ha appena ricordato ai titolari di pensione sociale che si tratta di una carità, non di un diritto, se è vero che avrebbe voluto farla dipendere da almeno dieci anni di rapporto di lavoro. Lo stesso “potere parafeudale” ha ben ricordato che le migliaia di esuberi dell’azienda Alitalia sono il male minore. Sic!

I malvagi vincenti non sono tanto poco intelligenti da non comprendere che se si riconosce il diritto naturale alla vita – e quindi alla fruizione dell’esistente – il diritto alla ricchezza-proprietà senza limite, basata sulle predazioni burocratiche (legali e paralegali-mafiose) perde ogni valore antropo-etico e, per conseguenza, giuridico. Sarebbe come accendere la miccia della rivoluzione.

Per mantenere lo statu quo si è costretti a mentire ricorrendo a quella carità, che non è nemmeno, come si crede, un correttivo, ma una specifica modalità di conservazione dell’esistente. Non per niente la casta papale è maestra di carità. Qualora si rompesse l’incanto, le folle inferocite potrebbero mandare per aria i paradisi dei ladri, costruiti sul bisogno e la sofferenza della stragrande maggioranza della gente, che confonde il diritto con la violenza burocratica e giuridica e con la fortuna. I molti giochi a premi (predaludismo) hanno lo scopo di ammansire l’agonismo al possesso provocato dallo stesso sistema.

 

 

Medioevo giudiziario

 

                                                                                 

         Non è un paradosso. Il terzo potere dello Stato, cui spetterebbe solo il compito di punire coloro che non rispettano le leggi, ha di fatto anche la facoltà di crearne esso stesso e lo fa, almeno talvolta, con spirito medioevale se non zarista.

         Mi riferisco al caso – noto in tutta Italia – di due servizi connessi alla fornitura comunale di acqua potabile: alla fognatura e alla depurazione, che alcuni cittadini, con piena ragione, si sono rifiutati di pagare quando quelli non sono resi. Il che capita in non so quanti Comuni.

         Salto tutto l’iter della controversia per arrivare direttamente all’intervento, che dovrebbe essere dirimente, della Corte di Cassazione, la quale con una sentenza obbliga tutti gli utenti (dell’acqua s’intende) ricalcitranti non solo a pagare i due servizi non resi ma perfino nel caso – incredibile a dirsi – in cui non esistano nemmeno le relative strutture, cioè in assenza perfino della speranza che prima o poi i servizi vengano effettuati (senza recupero del danaro versato).

         Il fatto è di una gravità direttamente proporzionale alla sopportazione delle masse e all’indifferenza delle testate mediatiche, cartacee e radiotelevisive che, con buona pace della democrazia, devono occuparsi solo di ciò che dettano i padroni del vapore ormai totalmente indegne del valore storico-politico che una volta aveva il cosiddetto Quarto Potere e a dispetto dell’abbonamento (per la verità “coatto”) alla TV pubblica, che dovrebbe occuparsi appunto (ma non lo fa) dei problemi della gente.

         L’analisi del caso è abbastanza intuitivo e semplice: da un lato abbiamo un settore del potere giudiziario che “decreta” a favore di Comuni, considerati, nella fattispecie, alla stregua di altrettanti principati o signorie; dall’altro dei soggetti giuridici (o individui), considerati come sudditi, costretti a pagare con una motivazione falsa mentre vengono “beffati” con l’attribuzione della “sovranità”. Io, come Russell, non sono cristiano, ma la circostanza mi ricorda , mutatis mutandi, la scena del povero Cristo innocente incoronato con una corona di spine come “re dei re”! Storia o favola poco importa.

         In altre parole, milioni di cittadini sono costretti a pagare, a titolo gratuito,  due servizi non resi in assoluto solo perché “comandati” dal potere giudiziario che, nel caso in tema, si sostituisce addirittura a quello legislativo del Parlamento. Questo è il fatto nella sua essenzialità, ben consapevole che i “responsabili del diktat”, la coscienza tranquilla per il lavoro svolto secondo canoni e parametri di loro conoscenza, sono ben pronti a sciorinare un bel discorso, tecnico ed esoterico, per dimostrare che il nero è bianco e che il vuoto è pieno ovvero ad aggredire i miserabili profani di scienza giuridica con una sequela di teoremi per arrivare alla fatidica formula “come volevasi dimostrare” ovvero alla conclusione che pagare i due servizi non resi è doveroso tanto che il non farlo richiama l’ingiunzione e il pignoramento perché “giustizia sia fatta”. Analogamente “giustizia è fatta” anche quando poverissima e onesta gente, rea di non avere soldi per il fitto, viene buttata all’addiaccio, cioè sfrattata, in nome della legge e, guarda caso, anche “del popolo italiano”.

         Per dirla in termini lineari, i “signori della legge” pretendono di dare per legittimo ciò che è iniquo ed arbitrario, come ha definito tale doppio balzello l’onesto e coraggioso difensore civico del Comune di Acireale.

         Ci troviamo di fronte ad una vera e propria estorsione giudiziaria, un’esazione solo formalmente diversa dal pizzo di mafia. Siamo sul territorio della legalità che l’Antimafia esorta a rispettare e quindi a non pagare i pizzi di mafia. E’ un rebus che mette a dura prova l’onesto cittadino che vuole onorare la legalità e quanto, a tal proposito, esorta a fare l’Antimafia, ma anche desideroso di fare onore alla propria “sovranità” in regime di “repubblica democratica” almeno in rapporto al diritto – che si direbbe ovvio – di non pagare servizi non resi anche se l’esattore è il potere pubblico. Bisogna ubbidire a questo anche quando esige l’illegittimo tipo pizzo o all’Antimafia che ci ripete che non bisogna pagare il pizzo appunto?

         Io cittadino pavido – ma non troppo direi – ho risolto tale dilemma, non so se in maniera salomonica: ho già dichiarato – ad un esposto alla Procura della Repubblica di Catania – che, se dovrò continuare  a pagare i due servizi non resi, lo farò come se si tratti di due pizzi di mafia perché costrettovi dalla stessa ufficialità legale, ovvero per evitare il peggio, esercitando nel contempo il diritto, previsto dall’art. 21 della Costituzione, di valutare i fatti e di dar loro la giusta definizione.

 

 

L’antropozoo:

l’animale più temibile di tutto l’universo vivente

 

                                                                                          

         Il fenomeno della violenza gratuita, sadica, mostruosa, sembra non avere fino ad ora una risposta plausibile. E’ un problema enorme. Io tento una soluzione seguendo la logica della biologia sociale. I criminologi e gli psichiatri sono soliti appoggiarsi a sostanze chimiche presenti nel cervello, che determinerebbero certi comportamenti ma io mi permetto di dire che questa non è una spiegazione. E’ come dire che l’uomo ha fame per effetto di certe sostanze dell’organismo. L’affermazione più attendibile è che il metabolismo si comporti in modo tale da produrre il necessario sintomo della fame! Vero è che l’uomo non esiste senza il cervello ma è altrettanto vero che il cervello risponde alla pulsione della vita potenziale a tramutarsi in vita attuale. La potenzialità esistenziale preesiste al soggetto vivente e quindi al cervello.

         Il punto di partenza è e rimane la pulsione-vita. Quando si dice di uomini crudeli come bestie, si esprime un concetto errato. Infatti, le bestie non conoscono la crudeltà, che presuppone la consapevolezza. La bestia è feroce nella ricerca del cibo e nella difesa dello stesso, nella predazione fagica, nella contesa per un partner sessuale, nella difesa della prole, dell’habitat e del branco di appartenenza. Lo è anche nell’esecuzione di un atto fisiologico come quello del kokorita che becca il vicino fino ad ucciderlo. La ferocia (che non è crudeltà) si esaurisce nel fine immediato della risposta ad un bisogno vitale. La bestia madre sente la propria prole parte di sé stessa e con questa si identifica: difenderla è come difendere sé stessa.

         Quanto detto – in termini elementari – trasposto al livello umano, si carica inizialmente della crudeltà, di cui dicevo. Criminologia e psichiatria non hanno considerato abbastanza che il nuovo soggetto, pur non essendo più un animale, non è ancora un uomo. E’ l’antropozoo: l’animale-uomo, l’animale che si arricchisce di ragione e di tecnologia e che, come tale, può fare grandi cose ma anche macchiarsi delle forme più terrificanti di crudeltà sadica finché non si dota di sintonia – più precisamente – di sim-patia bioaffettiva, dal che nasce la pietà per il nostro simile e per il vivente in genere. L’imperativo categorico di Kant altro non è che la capacità di amare, nel senso di con-sentire. L’amore come attrazione sessuale è ben altra cosa. Certo, biologia, nel nostro caso bioetica, è anche biochimica ma questa è uno strumento che si crea la pulsione-vita del soggetto, pur conservando l’animalità nel fondo del proprio inconscio. Bisogna ammettere che gli zoofili sono spesso molto più avanti dell’uomo comune nell’evoluzione bioaffettiva della specie.

         Nell’antropozoo la pulsione vitale diventa un sentimento composito di potere-possesso-predazione-distruzione dominante. L’antropozoo gode nel potersi dire: io sono il padrone della tua vita, io sono il tuo dio. In nome di questo sentimento alcuni hanno fondate delle religioni autoeleggendosene a capo. Gli antropozoi non sono scomparsi con le guerre personali e con l’Inquisizione, ma sono in mezzo a noi, accanto a noi. Sono tutti coloro che sfruttano il potere (che è l’altra faccia della vita) per predare ed uccidere (magari solo moralmente) quanto basta per rispondere alla propria  “cratofilia”.Ciò avviene anche con il concorso di costumi e perfino di leggi: vedi gli abusi carcerari, le torture e le esecuzioni di morte.

         Antropozoi sono tutti gli stupratori: possono arrivare a seviziare ed uccidere la preda. Antropozoo è chi uccide il partner che lo rifiuta. Qui subentra il processo di identificazione con la persona amata che l’antropozoo preferisce eliminare senza dolersene. Antropozoo è colui che ordina azioni di guerra (di predazione bellica) mirate a distruggere masse di esseri viventi (genocidio) traendone godimento sadico. Antropozoi possono essere anche coloro che sono chiamati a giudicare tali atti di violenza.

         Gli antropozoi dominano il medioevo (adolescenza) della civiltà ovvero della crescita della specie umana, l’unica che dall’istinto può assurgere all’autocoscienza morale. La loro crudeltà sadica ha legittimato la predazione nelle leggi del capitalismo (predonomia) fino all’attuale estremizzazione liberista. L’antropozoismo può segnare la fine precoce della nostra specie: la nobile ma l’unica che può suicidarsi per saturazione di crudeltà. All’ecatombe di Hiroshima e Nagasaki, giustificata come necessaria, può seguire quella universale, giustificata dalla logica di altri antropozoi. Quando si dice “homo homini lupus”, ci si riferisce, senza saperlo, all’antropozoo perché l’uomo vero è l’amico naturale dell’uomo secondo la legge dell’affinità.

         Gli antropozoi sono da isolare perché pericolosi; sono punibili perché coscienti; sono rieducabili attraverso un’antropogogia specifica.

 

 

Quale anticomunismo

 

                                                                      

         Premetto di essere socialista non marxista e che non marxista non significa antimarxista. Anzi, ritengo il marxismo il primo e più grande tentativo di trasportare il socialismo dall’utopia alla scienza. Voglio dire che seguo quanto più possibile per l’appunto la scienza.

         Seguire un’ideologia significa fare costantemente e necessariamente riferimento ai suoi parametri né più né meno di come si fa con una religione. Ne vien fuori un linguaggio convenzionale, che io chiamo “liturgico”. Quando l’ideologia è oggetto di fede, il suo seguace, necessariamente fanatico, somiglia molto davvicino ad un fedele che interpreta e valuta gli eventi secondo i canoni di una religione. La riduzione dell’ideale del socialismo – il più grande della storia dell’uomo – a un catechismo, anche se “corretto”, è quanto di peggio potesse capitargli. Alla triade presovietica “Marx-Engels-Lenin” è seguita l’altra “marxista-leninista-stalinista”, tuttora in vigore. Fra i correttori più notevoli Gramsci e Mao.

         La realtà storica dimostra tutti i giorni l’inesistenza del classismo (la dinamica della lotta di classi) e un divenire conflittuale a promozione elitaria (per èlites considerando i più forti) ma per i fedeli il classismo resta il filo conduttore della storia. Leggo lunghe e minuziose “analisi storiche in chiave di dialettica classista” da parte di militanti marxisti sul crollo dell’Urss o sul “mercato socialista “ (sic!) della Cina e confesso di non comprendercene granché e sono convinto che la maggior parte dei lettori profani ce ne comprenderà ancora meno. E ciò per effetto dell’abbaglio intellettuale del classismo assunto come “verità dogmatica” e in cui viene fatto rientrare lo stalinismo con tutta la sua scia di crimini (non so quanto lunga).

         C’è una susseguenza di convinzioni ideologiche  (fideistiche) del marxista-fedele che rende poco accessibile il suo linguaggio e poco trattabile la sua convergenza e collaborazione: che il vero socialismo sia marxista; che il socialismo sia comunismo; che la vera lotta per il comunismo sia la lotta di classi…

         A questo modus cogitandi del fedele dell’ideologia marxista si aggiunge quello, empirico, della gente comune, che (errore gravissimo) identifica i fatti con i principi e che vede nel fallimento di un tentativo il fallimento del principio stesso.

         Tutto ciò premesso, è possibile dare un significato alla dichiarazione di anticomunismo – che ci sentiamo pronunciare anche da parte di socialisti e soprattutto di ex-filosovietici - nel senso di chi non accetta il comunismo o perché irrealizzabile o perché addirittura di natura criminale!

         Ecco l’analisi. Primo errore. L’Urss non era un’unione di Stati socialisti ma uno Stato comunista! Correzione: il comunismo è il punto di arrivo del socialismo, quindi il socialismo integrale (che Marx identificava addirittura con l’anarchia!), che non è stato mai realizzato. Secondo errore. Lo stalinismo-fatto è la realizzazione del principio-socialismo.  Correzione: lo stalinismo fu l’attività politico-poliziesca di un uomo probabilmente affetto e afflitto da mania di grandezza e di persecuzione. L’avere saputo promuovere perfino donne e ragazzi contro l’invasione hitleriana (fatto positivo in sé) conferma paradossalmente quanto appena affermato. Terzo errore. L’Urss è crollata, quindi il socialismo-comunismo non è realizzabile. Correzione: l’Urss è stato solo un esperimento, per giunta sistematicamente messo in difficoltà dal circostante mondo capitalista, esperimento del quale rispondono gli uomini, non i princìpi. Quarto errore. L’Urss non era una “dittatura del proletariato”, ma la dittatura di un partito o, più precisamente, degli uomini forti dello stesso. Perciò, il comunismo è menzogna. Correzione: “dittatura del proletariato” era una copertura classista tesa a legittimare l’azione di quel potere esattamente come “repubblica democratica” (della nostra Costituzione) è una copertura liturgica (oh quanto ipocrita!) tesa a legittimare l’azione della dittatura borghese di fatto attraverso il giochetto demagogico-elettorale. Nel primo caso la copertura esprime una finalità, nel secondo una menzogna totale perché in un contesto capitalista non può esserci nessuna “cosa pubblica gestita dal popolo” (come la democrazia attuale conferma più che mai).

         La confutazione del quarto errore rende più intuitivi i primi tre: l’Urss era un esperimento, fatto da uomini e soggetto a tutti gli errori umani. Assieme al fenomeno stalinismo esso realizzò effetti mai prima realizzati come la piena occupazione sin dal 1929: doveva essere emendata, non distrutta. Il secondo errore è confutato anche da quegli uomini che continuano a credere nel principio cristiano dell’amore del prossimo nonostante diciassette secoli di crimini mostrando di sapere distinguere nettamente i principi dai fatti. Quanto al terzo è ben chiaro che un tentativo non può essere la prova provata della realizzabilità e della bontà di alcunché.

         Per ultimo, una chiara lettura della realtà non può prescindere dalla cognizione scientifica del capitalismo, che è diretta proiezione della vita primitiva della foresta, predonomia camuffata dalle leggi e dalla tecnologia e detta arbitrariamente economia che, a differenza di quella, è “scienza risolutiva del benessere individuale e collettivo, gestita da uno Stato a sovranità monetaria” (insomma, socialista).

         Stando così le cose, quando si afferma essere il comunismo fallito o sinonimo di stalinismo, si esprime solo la propria ignoranza della storia e della scienza sociale, quando non si mente coscientemente per tenersi buoni dei privilegi.