A proposito della tragedia dell’Abruzzo

Il terremoto del capitalismo

                                                                                              Carmelo R. Viola

         Ho scritto che “il capitalismo cade a pezzi”. La metafora non era tanto lontano dalla realtà fisica, se pensiamo ai pezzi di scarso cemento e di debole ferro rivestiti di malta caduti sulla testa di decine e decine d’innocenti, colti nel sonno, destinati ad una morte tremenda magari sotto il peso di blocchi e detriti, morte che con molta probabilità non sarebbe avvenuta se le recenti costruzioni fossero state realizzate secondo gli ultimi ritrovati della scienza antisismica. Penso soprattutto alla “Casa dello Studente”, che ha seppellito giovanissimi virgulti, pieni di vita e di propositi, mentre avrebbe dovuto seppellire gli eventuali antropozoi criminali, responsabili della dis-costruzione.

         Il fatto si è che il capitalismo non può rinunciare alla logica, unica, costante ed universale della sua ragion d’essere, che è la produzione di profitti parassitari, non importa come, non importa su chi. Quest’attività, ovviamente amorale nel senso di criminale, è la trasposizione burocratico-tecnologica della primitiva predazione, attorno a cui s’impernia quello che si suole chiamare – senza tapparsi il naso – capitalismo ed oggi, con senso peggiorativo all’assoluto, liberismo.

         Da sempre gli appalti sono – e non potrebbero non essere stati – vere e proprie corsa alla preda, che ogni concorrente conquista come può, se possibile con laute tangenti quando non anche con minacce e ricatti. E una volta conquistata la preda, il predatore se l’è consumata sempre a modo suo, nel caso specifico lucrando sulla pelle di esseri umani. La logica dice che uno Stato dovrebbe potere disporre di proprie organizzazioni edili esattamente come dispone di forze di autodifesa: nel qual caso, gli appalti, inutili sul piano pratico, amorali sul piano giuridico e corruttrici sul piano realizzativo, non avrebbero ragion d’essere. Lo Stato costruisce senza lucro e per il migliore risultato possibile e nell’interesse unico del Paese.

         Con i terremoti crolla la maschera del capitalismo e dei suoi complici nell’assenza evidente di un vero e proprio collaudo di agibilità e di sicurezza antisismica. Ancora non abbiamo sentito di arresti: ma quanti dovrebbero finire all’ergastolo per omicidio plurimo colposo aggravato dalla consapevolezza di tale possibile evenienza? Quanti miliardi di risarcimento avrebbero diritto di chiedere a chi di competenza i soli genitori o familiari degli studenti seppelliti dal nuovo e specifico edificio che avrebbe dovuto proteggerli?

         Ma nessuna pena, pur meritata, servirebbe a risolvere il problema di base, che è quello di liberarci una buona volta di una pratica predazionista spacciata per economia, confusa fra le cento operazioni di usura, di borsa e di azioni parassitarie perpetrate dalle botteghe della rete bancaria oggi mondiale. Piuttosto, ci si affretta a censurare, come si è fatto con il Santoro di Anno Zero, coloro, che, in ossequio all’art. 21 della Costituzione, compiono il diritto-dovere di esprimere dubbi o certezze, su ciò che riguarda la collettività, la vita sociale e ciascuno di noi, come cittadini “sovrani”, protagonisti e possibili vittime, dubbi o certezze relative ad attività, come l’edilizia, soprattutto pubblica, in cui è possibile “rubare” sotto gli occhi di chi non comprende ma anche sotto gli occhi di chi sa e tace, eludendo gli ultimi dettati della scienza.

         E’ sempre più evidente, che il capitalismo non è – non può essere - impegno a risolvere alcunché di sociale secondo il livello della civiltà tecnologica ed etica, ma è e rimane impresa affaristica, naturalmente amorale, nelle mani di chicchessia  spesso di veri e propri tardi antropozoi – talora credenti per convenienza di facciata – ma adoratori del solo dio mammona, dell’interesse, insomma, ottenuto non importa a quale prezzo. Non che l’essere credente sia una garanzia ma l’essere un falso credente è il nonplusultra dell’amoralità.

         Quali verità verrebbero fuori se si scoperchiassero tutte le pendole dell’industria farmaceutica e si andasse a verificare quanti farmaci in commercio, magari superpubblicizzati,  siano inutili o addirittura nocivi? La gente, distratta da “socio-ottundori” come il tifo sportivo, il consumismo, il preda-ludismo ed altre diavolerie del sistema, ha forse dimenticato le vicende legate alle Tina Anselmi e ai De Lorenzo.

         Allora diciamo che i morti dell’Abruzzo sono stati ammazzati non solo dalla natura – madre e matrigna, come diceva Leopardi – ma anche dall’uomo – homo homini lupus, come amava ripetere il famista Gino Raya, mio amico – ma più precisamente dal capitalismo e da coloro che lo sostengono e, a dispetto di tutti gli “infantiformi” Tremonti, resta un affarismo amorale, spesso occulto, che di economico ha solo il nome per far contenti gli economisti che, altrimenti, non saprebbero come fare il loro mestiere.

         Così stando le cose, io solidarizzo con Santoro, anche se questi, per eccesso di prudenza, non osa mettere la questione in questi termini ma si limita a parlare  - e ben a ragione – di “dolo edilizio”. Io invece sostengo che è sempre più il caso di parlare, senza tema di smentita,  di “terremoto del capitalismo”, il quale, crollando, non lascia solo ruderi e detriti, e non solo morti ammazzati, ma gente che non sa come sbarcare il lunario dove c’è chi guazza nel superfluo, gente che non può formarsi una “famiglia” perché non ha un avvenire o che non ha mai potuto formarsela perché non ha mai avuto un avvenire avendo raggiunta la vecchiaia vivendo di tribolazioni, di mezzucci e, perché no, di elemosina, gente che talora trova una soluzione al proprio disagio civile nella follia e nel suicidio.

         La crisi in atto è solo un momento di maggiore virulenza di una crisi che è il capitalismo stesso: costruire edifici con materiale scadente ha lo stesso valore (im)morale del concedere mutui subprime perché nell’uno e nell’altro caso c’è la premessa di un crimine. Nel primo caso c’è la possibile morte tragica d’innocenti per cedimento dell’impianto; nel secondo caso, c’è la possibile “morte economica” dei mutuatari al primo cedimento della solvenza alla crescenti richieste della bottega dell’usura.  Diciamo allora che quello dell’Abruzzo è anche un terremoto dell’inqualificabile mostro del capitalismo.

La Sanità affonda verso il “Terzo Mondo”…

 

 Tra”insufficienza monetaria” e ladrocinio autorizzato

 

                                                                                        Carmelo R. Viola

 

 

         Un “Terzo Mondo sanitario” sta strisciando lungo le pieghe della cosiddetta civiltà dell’opulenza, di cui fa parte il nostro Paese. Silenziosamente come se la vergogna consistesse nel parlarne. L’Italia è uno dei Paesi cosiddetti grandi, ovvero maggiormente sviluppati, come se ne compiacciono coloro che la rappresentano nei ricorrenti incontri dei “G.8”, dove G. sta appunto per “grandi”.

         Ma cosa significa essere un Paese grande nella civiltà dell’opulenza? I più, giovani e meno giovani, distratti dagli innumeri espedienti machiavellici del sistema (dal tifo sportivo alle vacanze comandate) non se lo chiedono. Per contro, alcuni vedono al di là delle rappresentazioni teatrali del nostro Paese – con particolare riferimento ai “G.8” -  e talora manifestano nella famigerata veste di “no global” (anche se non più con la storica virulenza di Seattle): i nostri esperti, invece di annotare come dei cittadini siano particolarmente sensibili alle problematiche essenziali dei nostri tempi, li bollano con il marchio di facinorosi da tenere a bada. Secondo la logica zarista della nostra polizia i facinorosi sono parenti stretti dei violenti e degli antisociali. E quindi degli anarchici in azione!

         Il manicheismo del potere reazionario (per uso di parte) è osservato come un catechismo: i fautori degli incontri dei “G.8” sono i buoni, mentre i no global sono i cattivi. I primi rappresentano l’opulenza e lo sviluppo, i secondi – chissà perché – vogliono il caos contro un ordine voluto non si sa da quale dio, ma certamente secondo natura. Quanti pensano che i no global sono il segnale di un allarme che va ben oltre i contestatori? Qual è dunque la vera realtà?

         Io penso di potere rispondere a tale domanda. Per grande Paese s’intende semplicemente uno che dispone di una casta di padreterni, padroni di un nucleo aziendale-affaristico, capace di contribuire al metabolismo affaristico mondiale.  Il maggiore sviluppo è – mi si perdoni la necessaria ripetizione dell’attributo, proprio del capitalismo – di natura affaristica ma anche tecnologica, la tecnologia essendo al servizio di chi se la può pagare, mentre l’opulenza fa riferimento alla maggiore quantità di beni e di servizi immessi nel mondo del mercato ma non per questo accessibili a tutti. Anzi!

         E’ ben evidente che il maggiore sviluppo tecnologico e la maggiore disponibilità di beni e di servizi non fanno alcun riferimento alla fruizione universale dei diritti naturali cioè all’acquisto di quei beni e servizi indispensabili alla soddisfazione dei detti diritti, che resta, tuttavia, commisurata al potere di acquisto di ogni cittadino. Ciò significa, senza tèma di smentita, che accanto alla suddetta casta di padreterni-padroni può esserci – e infatti c’è – una sconfinata marea di poveri cristi, mimetizzati con il ceto medio, che soffrono la disoccupazione, la povertà, l’indigenza e alimentano tutte le forme di criminalità “economica” da compenso, ordinaria e mafiosa.

         E’ in tale contesto che si sta delineando nella nostra sedicente “patria del diritto” un “Terzo Mondo sanitario” sulla falsariga di quello nordamericano (il che è tutto dire), i cui estimatori servili (il 99% e più dei nostri uomini di Stato !) non vedono e non denunciano. Gli USA hanno sempre ragione, come tutti i boss. A contrario di costoro, io denuncio la verità, nel caso specifico il crescente collasso del servizio sanitario nazionale (SSN), mentre il sig. Berlusconi ripete fino alla nausea di essere stato legittimato a governare dal voto del popolo! Ma è proprio sotto il suo governo che il “Terzo Mondo sanitario” diventa sempre più una realtà vergognosa, che nega ogni Stato di diritto ed ogni democrazia. L’uno e l’altra non possono esserci laddove manca il rispetto della prima necessità, che è certamente quella di “esserci”, che si traduce in diritto alla salute ovvero all’assistenza di cui ogni cittadino dovrebbe godere per il solo fatto di essere nato. Il resto sono chiacchiere. Non può esserci – e non c’è – rispetto del relativo disposto costituzionale (art. 32) laddove avvengono queste cose:

         1 – Aumentano i farmaci non prescrivibili e, ove possibile, anche i loro prezzi;

         2 – i farmaci prescrivibili sono gravati di ticket,

3 - lo stesso avviene con le analisi ;

4 – quando i fondi del bilancio preventivato si esauriscono, si attua il cosiddetto “piano di rientro” in funzione del quale gli enti convenzionati eseguono le analisi subito solo a pagamento. Se richieste presso la struttura nazionale a mezzo di numero verde, le attese sono… astronomiche e quindi proibitive;

5 – per la diagnostica è lo stesso, con la differenza che qui gli importi sono molto più grandi. A questo proposito c’è un esercito di specialisti, a cui lo Stato ha consentito di trasformare in impresa affaristica la propria apparente missione umanitaria e li ha perfino autorizzati a depredare letteralmente i malcapitati pazienti con il solo obbligo della ricevuta o fattura fiscale perché sia assicurato il dovuto pizzo allo Stato. Anticamera, brevi incontri, poche parole, uno o più fogli con geroglifici e molti €uro per pazienti, cui non è riconosciuto nemmeno il diritto di leggere quei documenti. Ci sono specialisti, che non rilasciano nemmeno alcuna quietanza in cambio di uno sconto sull’onorario;

6 – per gli interventi c’è da attendere anche qui e da fare ricerche presso strutture varie, pubbliche e private. La soluzione più rapida è sempre quella del contante, che qui è nell’ordine di migliaia di €uro. E’ tutto danaro che va nelle tasche di privati;

7) si riducono i settori specialistici presso gli ospedali per insufficienza di personale e/o di strumenti e attrezzature e quelli residui si impoveriscono. Dietro queste carenze c’è ovviamente l’insufficienza di fondi. Sempre per questione di bilancio si riducono i posti-letto e i periodi di degenza dei pazienti. Solita soluzione alternativa è quella della moneta sonante!

8) i Pronti Soccorso, già affidati a personale non eccellente, peggiorano e talora fanno più male che bene;

9) la guardia medica va ancora peggio: quando le puoi parlare, ha quasi sempre un motivo per non potere venire, almeno sul momento!

10) contro strutture sanitarie pubbliche fatiscenti sorgono strutture private all’avanguardia in quanto vere e proprie aziende affaristiche di gente che, alla faccia di Ippocrate, mira solo ad arricchirsi sulla malattia;

11) si diradano i locali dell’assistenza pubblica sanitaria (fenomeno della delocalizzazione comune a tutti i servizi pubblici), costringendo gli interessati a percorrere decine di chilometri magari per pratiche di routine.

12) In quanto abbiamo appena descritto sommariamente ci sono gli estremi dell’interruzione di servizio pubblico ma pare che il potere giudiziario – insensibile ai vari esposti  - abbia cancellato questo reato per cui, a questo proposito, lo Stato può liberamente delinquere senza temere le conseguenze penali del proprio comportamento.

Il “Terzo Mondo sanitario” – cioè sanità inaccessibile ai più - fa parte degli effetti di uno Stato che “compra” quella moneta che dovrebbe coniare esso stesso secondo fabbisogno, e della logica dell’affarismo privato più disinvolto e amorale. E’ verità della scienza sociale, che se delle prestazioni possono essere effettuate in termini affaristici (ovvero monetari), lo possono essere anche in termini di solo diritto. Infatti, la vera economia riconosce solo elementi reali e la moneta è un elemento convenzionale. Il “Terzo Mondo sanitario”in questione ci dà la misura del NON sviluppo civile ed umano del nostro Paese, che non ha bisogno di “globalità affaristica” ma di uno Stato, potere pubblico al di sopra delle parti, al servizio dei cittadini e padrone di sé stesso.

Quale opposizione…

 

LETTERA APERTA ALL’ON.LE FRANCESCHINI

 

                                                                                      di Carmelo R. Viola

 

Egregio Signore, altri prima di Lei hanno giocato il ruolo davvero grottesco di un’opposizione come l’altra faccia della maggioranza. Non meno grottesco è l’atteggiamento del rappresentante di quest’ultima – al secolo Silvio Berlusconi – il quale si richiama, con petulanza comaresca, all’essere sostenuto dal voto popolare, come dire “legittimato a governare per volontà del popolo” (quindi per effetto di vera democrazia), il che è l’equivalente della volontà divina per il principe medioevale!

Ci troviamo davanti ad una sceneggiata in cui Lei fa da spalla al primo comico e dietro cui si cela una perdurante spaventosa ignoranza della scienza sociale, non molto dissimile da quella che caratterizzava le agorà greche, dove gli psicologicamente più forti determinavano l’andamento e il risultato delle discussioni. E non poteva essere diversamente.

L’uomo si porta dietro la paura dell’ignoto e della solitudine finché non è adulto psicologicamente. Su tale paura sono state fondate tutte le religioni ed i rapporti di sudditanza secondo la legge-meccanismo del dominio-soggezione, che si manifesta perfino fra due soggetti di diversa età psicologica, per esempio come fra un padre e un figlio minorenne, almeno nella generazione precedente. Tale meccanismo riproduce l’ equivalente biosociale dei rapporti che ci sono tra cromosomi dominanti e cromosomi recessivi dell’elica del Dna.

Per farla breve, la stragrande maggioranza della gente, anche se ignara sul piano individuale, come massa riproduce il peggio che è o la violenza o il suo opposto: la mansueta remissione. La stragrande maggioranza è alla ricerca inconscia di un dominatore perché incapace di autosufficienza. Tale dominatore può essere un papa, può essere un Berlusconi. Le “folle oceaniche” non sono un prodotto del ventennio, ma sono sempre esistite: basta vedere quelle che si radunano ogni domenica davanti al Vaticano.

Perciò, farsi vanto del sostegno di “questa” folla è come richiamarsi ai benefici di una civiltà ancora primitiva. Quando dunque la civiltà non è più primitiva? Quando non ci sono più folle “recessive” in cerca di un idolo “dominante (che può anche essere un calciatore o un corridore di Formula Uno) e quando non vota contro sé stessa come nel caso del grande Silvio.

Lei, signor Franceschini, che ritenevo più intelligente prima di sperimentare il Suo silenzio, fa il gioco della maggioranza: è un personaggio della triste sceneggiata perché rappresenta l’altra faccia della destra propriamente detta, espressa, senza tèma di smentita,  dal liberismo. Il quale è un sistema che realizza l’altra Repubblica, quella borghese-capitalista espressa dall’art. 41 della Costituzione (libera iniziativa economica privata) e letteralmente sopprime la prima, quella socialista, quella dei diritti naturali e che dà lo Stato di diritto, quella del diritto al lavoro garantito dallo Stato e che equivale a diritto alla vita.

E’ strano come a distanza di tanti anni nessuno – che io sappia - abbia messo in evidenza questa duplicità della Costituzione. Ebbene, se il punto di riferimento dell’opposizione, da Lei rappresentata, è lo stesso liberismo, non è forse vero che la Sua funzione sia, in realtà, quella di fare da spalla al primo comico della commedia? Mi creda: un partito sedicente democratico non so che significhi. Se persegue lo stesso liberismo, è un non senso che serve solo a legittimare la maggioranza, la quale può ben dire che l’opposizione, tutto sommato, non ha nulla di nuovo da proporre. Ha ragione quando sostiene che si è vicini alla “democrazia perfetta” dell’alternanza, con questo intendendo dire che è ormai solo questione di persone e non più di sistema.

E, infatti, nessuno più – della Sua opposizione - mette in dubbio il sistema. Esorta semmai a cambiare qualche regola e in questo si risolve il riformismo, di cui si va parlando, come se si trattasse di rivoluzione.

A giorni si va alle urne e per le comunali e per le europee. C’è una marea di gente, spesso molto giovane, candidata. Ma questo che si suole chiamare democrazia, è, caricatura di democrazia. La democrazia non è data dalla quantità di soggetti che si dànno al gioco della candidatura, come se si trattasse di concorsi di bellezza o, nel caso specifico, di saccenza, ma dalla sufficienza psicologica prima e dalla cognizione scientifica dopo: due qualità che presuppongono una crescita evoluzionale, che ancora non c’è. Perciò, quando ci saranno veri e propri corsi di studio di scienza sociale e avvicendamento nella burocrazia del potere, allora si potrà parlare di cenni di democrazia.

Ma non è tutto. A nessuno della Sua opposizione passa per la mente che uno Stato, che non possiede un €uro, che non l’abbia in prestito con interesse dalla piovra bancaria, sia come un soldato senza armi, che deve farsi prestare il fucile dal vicino per difendersi da chi lo aggredisce. A nessuno della Sua opposizione viene in mente che nell’àmbito di uno Stato democratico non ci debbano essere cittadini senza un sufficiente potere di acquisto (indipendentemente dal “mercato del lavoro”), che i servizi pubblici di prima necessità debbano essere gratuiti e per tutti, che la produzione di beni e servizi debba essere pianificata secondo il fabbisogno, che la casa debba essere data a tutti e non essere frutto della via crucis di un mutuo pesante come un macigno, e così via.

Questo ed altro dovrebbe venire in mente a chi rappresenta l’opposizione e se non pensa a questo, signor Franceschini, a che cosa pensa mai? E se non ci pensa, perché non passa armi e bagagli al mito dominante di Berlusconi? Ma lo sa che significa opposizione? Significa sinistra come alternativa della destra, il bene universale contro la distribuzione occasionale delle ricchezze, contro le differenze abissali, contro la criminalità da compenso e da emulazione che completa il quadro del sistema liberista da Lei sostenuto assieme al Suo avversario.

Lo sa, signor Franceschini, che il socialismo non è un’opzione ideologica ma una necessità biologica, la risultante scientifica di una ricerca sociologica aliena da posizioni preventive e preconcette? Per questo, la Sua figura mi fa anche ridere: mi ricorda un personaggio farsesco dell’opera dei pupi siciliani, il quale, mentre Orlando mena i maledetti “nemici di dio”, raccomanda di battere bene contro le gambe di costoro. E la platea sghignazza.  Nel caso specifico, il nemico di Berlusconi è Lei, che chiede di esserne battuto a dovere. Sta di fatto che il filo conduttore del Cavaliere è il Suo stesso filo conduttore, e che il contrario fa parte della cosiddetta sinistra “radicale”, che Lei non sa cosa sia se non che la storia l’abbia bocciato. Lo dicono i più, lo ripete anche Lei e così si mette la coscienza a posto. Sta di fatto che tanto Berlusconi quanto Lei siete impegnati a realizzare nel miglior modo possibile l’art. 41 della Costituzione, quello che identifica l’economia con l’affarismo dei privati. A Lei, rappresentante dell’opposizione non viene in mente quanto sia assurdo e ridicolo che la fisiologia economica di un paese – e di un  continente e del mondo intero – dipenda dai buoni affari di gente che è interessata ad accumulare profitti, ricchezza, beni immobili e, se possibile, anche potere politico, esattamente come sta facendo il primo impresario di casa nostra per volontà e in nome del popolo e a cui Lei, da buon liberista, tiene il moccolo. Ad majora!

A proposito di caduta di aerei e della tragedia di Viareggio

 

Quella norma liberista chiamata “deregulation”

 

                                                                                                      Carmelo R. Viola

 

         Non voglio riportare tutto al capitalismo per partito preso. Ho il dovere di riportare tutto alla realtà, la quale è dominata, mio malgrado, dal capitalismo, anzi dal liberismo, che ne è la versione estremista, integrale e selvaggia. Il liberismo tende a cancellare quel poco di buono che era stato introdotto da elementi socialisti. Alcuni anni fa, quando la privatizzazione – ovvero la liberizzazione -  raggiunge le grandi compagnie aeree, che così uscivano dal regime di rigoroso controllo statale, qualcuno lanciò il neologismo “deregulation”, che fece il giro del mondo.

         Il senso esatto di tale parola è che il liberismo è regola di sé stesso e la norma  del liberismo è il profitto come filo conduttore dell’azienda – esattamente come la guerra è legge a sé stessa. La guerra è irregolabile perché è violenza. Ci fu una serie di disastri aerei come naturale risposta alla ridotta manutenzione secondo la legge immutabile “meno costi più profitti”. La situazione d’insieme migliorò ma non tanto da potere garantire una manutenzione ottimale per una sicurezza quasi totale se a distanza di anni si riparla di una “lista nera”, comprendente aerolinee inaffidabili. Ciò vuol dire che la maledetta “deregulation” persiste.

Resta da rispondere a tre domande. Prima: come mai il personale viaggiante, che c’è dentro, accetti di volare in condizione di rischio totale? La risposta può essere una sola: che la sfida della morte sia meno proibitiva del dramma della disoccupazione. Ciò ci dice come il ricatto del senza lavoro, assieme a un qualche soldo in più, riesca ancora ad essere persuasivo e come funzioni anche la speranza che “anche stavolta ce la farò”! La seconda domanda riguarda il calcolo dei profitti nonostante la perdita di personale. Ebbene, è evidente che i profitti superano comunque le perdite e questa è la sola cosa che conti per l’uomo d’affari, che vive solo per il business ed è indifferente ad ogni istanza di ordine morale-umanitario. La terza domanda riguarda il rischio, che incombe sui consumatori. Qui la risposta può essere una sola e duplice: la disinformazione e la scelta obbligata per assenza di alternative.

         A disastro consumato si fornisce tanto di numero telefonico per informarsi sperando che la fonte, almeno questa, sia sincera!

         Io non sono un tecnico ma so che l’uso della logica prescinde dalla competenza tecnica. E la logica mi dice che la tecnologia, almeno oggi, può fare miracoli al punto da ovviare perfino – fino ad un livello notevole -  all’incidente ed all’errore umano.  Se così non fosse, non avremmo perfino l’aereo senza pilota e i comandi robotizzati, che sostituiscono quelli dell’uomo. E, a questo proposito, il mio pensiero vola all’inferno di Viareggio. Sono certo che le cisterne, portatrici di gas, devono – e possono – essere costruite a prova di ribaltamento e quindi di deragliamento per non dire – ma forse è troppo – di bomba (come il vetro). Se il semplice deragliamento di un carro provoca un’esplosione a catena di tutte le cisterne allineate con la complicità delle semplici scintille, che si sprigionano dallo sfregamento delle rotaie surriscaldate, e in un attimo è il finimondo con morti, feriti, dispersi e migliaia di sfollati per il danneggiamento e il crollo di edifici vicini, allora, scusatemi la presunzione, c’è con certezza carenza di sicurezza nelle strutture dei mezzi di trasporto in causa. E non è solo questione di rispetto di norme più o meno europee o mondiali: si tratta senz’altro dello spettro della “deregulation”, che avanza come la signora morte con tanto di falce in mano.  Perché è semplicemente impensabile, che un convoglio merci, con gas o altre sostanze infiammabili o tossiche, possa correre il rischio di trasformarsi in una apocalittica megabomba nel centro di una città!

         Se la tecnologia non ha dato il suo meglio per prevenire la somma di tragedie consumate in un attimo, è solo perché i padroni del settore hanno applicato la norma di mercato: “meno costi per più profitti”. So che la stampa odierna (1° luglio  2009) ha dedicato molte pagine al dramma di Viareggio ma so anche che non occorre tanto spazio per dire che alla deregolazione liberista, criminale e mortifera, si può rispondere in due soli modi: traducendo i responsabili nelle carceri di competenza o, comunque, destituendoli dalle loro funzioni (di proprietari e gestori) per indegnità morale, ricordando loro come in regime statale e a basso tasso tecnologico, gli incidenti ferroviari erano quasi sconosciuti. In questi ultimi giorni ne sono avvenuti ben cinque (quattro treni merce ed uno passeggeri, tre deragliamenti): i dipendenti , che avranno il coraggio di denunciare l’evidenza (per esempio, l’appalto “a scatola chiusa” a ditte private straniere per la manutenzione ai carrelli-cisterna) saranno puniti con il licenziamento con procedura e modalità del tutto medioevali?

         Ancora più perentori dovrebbero essere i provvedimenti da prendere a carico dei responsabili delle sciagure aeree : e il caso in cui l’embargo settoriale è la vera rappresentazione del principio della pena come autopunizione. Una compagnia aerea, che usa veicoli inaffidabili, che mettono a repentaglio la vita del suo stesso personale e quella di non importa chi, ci ripresenta la figura classica del padrone rapace e totalmente insaziabile ed amorale, che sfrutta donne e bambini fino allo sfinimento nelle prime industrie inglesi, i carusi delle zolfare siciliane ed uomini-schiavi – oggi preferibilmente immigrati africani - sotto l’ancora vivente caporalato del Meridione italiano per la raccolta dei pomodori.

         La logica ci segnala l’omissione tecnologica e ci ricorda la storia, vecchia ed attuale, del capitalismo, cui si deve – come dice il Manifestio comunista del 1848 – ogni inventiva e scoperta sotto la spinta del profitto, ma anche, e paradossalmente per la stessa ragione, la morte della nostra specie per suicidio. Naturalmente lento e inappariscente. Incidenti come quelli di questi giorni sono soltanto episodi emergenti di un liberismo, nemico dell’umanità, che avanza sotto l’interesse di pochi e l’indifferenza e la disinformazione dei molti.

         L’aggressione ambientale per opera dell’industria liberista, specie in veste bellica, ci dà le follie climatiche e fors’anche lo tsunami. Ma ancora le esigenze dei quattro padreterni hanno voluto la TAV (treni ad alta velocità) incuranti del danno ecologico e della ragionevole prospettiva degli effetti catastrofici di un malaugurato deragliamento ad una velocità quasi incredibile.

         Il fatto è che si è finito per accettare come naturale e ineluttabile un liberismo, che avanza come un immenso carro armato nel folto di un campo coltivato lasciando dietro di sé distruzione e morte. In questo momento non posso pensare altrimenti, forse come uno degli ultimi uomini (presuntuosi!) capaci di “seguire “virtude e conoscenza” di uno dei due Ulisse. L’altro è il crudele terroristico distruttore-massacratore di Troia da cui preferisco prendere le distanze!.

Con le ronde di don Rodrigo

 

Il Medioevo è servito!

 

                                                                     Carmelo R. Viola

 

         Da sempre sostengo che costituisce Stato di diritto solo quello che non si limita a “prescrivere” i diritti, come fa la nostra Costituzione bivalente “social-capitalista”, ma li rende effettivi. Per esempio, quello al lavoro che, pertanto, dovrebbe essere patrimonio di tutti, nessuno escluso. E lavoro significa fruizione del diritto alla vita. E saremmo almeno agli esordi del socialismo!

         Ma a proposito delle ronde, previste dalla legge del 24 febbraio 2009, il costituzionalista Stefano Merlini, le considera “un passo verso l’abisso per lo Stato di diritto”, convinto – e non è il solo – che basti una “carta programmatica”, detta Costituzione, per avere uno Stato legittimo. Per me le ronde sono la conferma del mai superato Medioevo, inteso nel senso che ne dà la biologia sociale, come intermezzo, che unisce l’infanzia civile all’età maggiore, che è appunto quella dello Stato di diritto.

         Raggiungere quest’ultimo non è facile, se è vero che sono state fatte perfino delle rivoluzioni, come la Francese del 1789 e la Russa del 1917. Non è facile perché l’età maggiore presuppone una maturazione generale, che vuole le sue condizioni e i suoi tempi. Non solo, ma con il liberismo in atto, succeduto ad esperienze di anticipazioni di socialismo (quali quelle della socialdemocrazia), l’età maggiore si allontana. E’ in questo processo di “decrescita patologica” che s’inseriscono, tra l’altro, le fatidiche ronde.

         Che sono? Volontari - scelti preferibilmente – ma non solo - fra ex forze dell’ordine in congedo – che controllino il territorio in collaborazione con gli agenti specifici della sicurezza nella lotta contro le varie forme di criminalità. E’ evidente che non possa trattarsi prevalentemente di persone anziane!  La definizione non può essere altra: una cosa troppo generica per un servizio, che richiede competenze, organizzazione, tempo e qualche soldo. Ora, le cose troppo generiche o sono inefficaci o sono pericolose. A me pare che quella in questione sia particolarmente pericolosa.

         Ed è presto detto perché. Anzitutto perché, se è vero che possono essere sponsorizzate - cioè finanziate – da privati qualsiasi, è ovvio che più forte è il tutore (sponsor), più sostanzioso può essere il contributo monetario in concorrenza con altri. Nasce così una gara a chi più dà per ovviamente più avere in termini di protezione. Le ronde da gruppi di privati volontari a favore della sicurezza generale, si trasformano, per forza di cose, in privati volontari per la sicurezza di qualcuno. E già siamo ad una modalità di quella mafia, “tu mi paghi, io ti proteggo”, contro cui, se possibile, dovrebbero funzionare le ronde.

         Tra l’altro, non sappiamo quanto la protezione dalla criminalità (per modo di dire) possa risolversi in “aiuto” a comprare un prodotto piuttosto che un altro o a servirsi di un rivenditore piuttosto che di un altro. Sappiamo invece, con certezza, che dei vigilanti privati, foraggiati da privati, possano somigliare molto, mutatis mutandis, ai bravi di don Rodrigo, laddove la sicurezza dovrebbe essere affidata unicamente agli organi di polizia di Stato e degli enti pubblici locali.

         Le bande, comunque disarmate, finanziate o no da privati, sono in ogni caso associazioni private, che si affiancano impropriamente e dilettantescamente alle polizie pubbliche, a cui, se possibile, possono solo creare altri problemi, se prese di mira da quelle organizzazioni “mafiose”, le sole capaci di contendere allo Stato capitalista il controllo del territorio ma non di tollerare l’intrigo e lo spionaggio di velleitari passatempisti.  Ancora peggio sarebbe se i loro protettori (sponsors) fossero dei partiti, dando loro un valore politico ed una valenza elettorale ben precisa.

         Le bande non minacciano lo Stato di diritto ma ne confermano la non esistenza in un contesto liberista, che tende a privatizzare ogni cosa. L’epilogo del liberismo è “ogni potere al privato” ovvero la nullificazione dello Stato e il ripristino del Medioevo, che riproduce la giungla in sembianze umane. E’ questa la desocializzazione dello Stato. Il quale non controlla quasi più per intero i servizi naturalmente pubblici. L’ultimo a resistere è quello sanitario, buona parte del quale è già nelle mani di predatori rapaci con tanto di licenza di derubare.

         Forse pochi fanno caso al fatto che l’assicurazione sui veicoli, in quanto obbligatoria, dovrebbe perciò solo essere gestita esclusivamente dallo Stato, ma a dispetto di questa premessa giuridica, disattesa dallo Stato stesso, essa è merce di imprese private, che se la contendono con un gioco sleale e grottesco di prezzi. L’RCA è, di fatto, un altro pezzo dello Stato, dato in pasto al mercato di uomini di affari. Secondo lo spirito del liberismo.

         Se esistesse lo Stato di diritto, tutto ciò non sarebbe possibile e non sarebbe stato possibile reintrodurre le bande medioevali, di quando ogni uomo forte di ricchezza costituiva un potere (“policentrismo del potere”) e pagava i suoi buoni sudditi o pretoriani. Gli effetti delle ronde ci saranno offerti dall’esperienza delle stesse ovvero dalla realtà dei fatti. Il mio personale auspicio è che la follia liberista (che suona come liberticida in quanto tende a privatizzare lo stesso Stato!) urti contro sé stessa in modo da ripiegarsi verso il piccolo Stato sociale della prima Repubblica, possibile padre del mai nato Stato di diritto. Mi auguro ancora che il Presidente della Repubblica, per cui non nutro alcuna stima, possa avere in corpo ancora un poco di stima di sé e far valere le proprie prerogative per evitare che le ronde facciano morire un altro pezzo di Stato.