Contributo al Convegno su “I comunismi del Novecento” –
tenuto a Barcellona P.di G. (ME) il 18/11/2006,
organizzato dal compagno-scrittore Antonio Catàlfamo
Impossibilitato a parteciparvi fisicamente per motivi di salute, invio un mio personale contributo al convegno di cui sopra, sperando che possa essere letto e, in ogni caso, inserito nella raccolta degli atti del Convegno stesso. Mortificato, mi scuso, ringrazio in anticipo ed invio i miei più calorosi fraterni auguri per un meritato successo dei lavori. Carmelo R. Viola
CENNI DELLA MIA ESPERIENZA IN FATTO DI COMUNISMO
NARRATA SECONDO LA LOGICA DELLA MIA BIOLOGIA (DEL) SOCIALE
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vevo appena quattordici anni il 23 gennaio 1943, giorno in cui i cosiddetti Alleati entrarono in quella Tripoli che, sin dall’inizio della guerra, avevano bombardato quasi a notti alterne, non per colpire degli obiettivi militari ma per scoraggiare la gente e deprimere, indirettamente, il morale di chi, spesso contro voglia, si trovava a combattere a fianco dei nazisti una guerra imperialistica. Solo molti anni dopo comprenderò che bombardare le città – cioè obiettivi inequivocamente civili – è autentico terrorismo.
Una cosa capì ben presto: che il fascismo era, nella sua globalità, un sistema sbagliato, prima perché la mia famiglia era appena emigrata in Libia per fame e poi anche perché mio padre, reduce non orgoglioso della “sporca” Grande Guerra (come si diceva allora) era stato sempre antifascista. Ricordavo la catechesi scolastica, che non aveva risparmiato i miei otto anni, quando mi chiedeva (imponeva) di parlare bene del “Duce, fondatore dell’Impero”, cosa che io feci con convinzione e retorica enfatica appresa anche dagli slogan scritti, con caratteri giganti, sulle pareti di molti alti edifici, uno dei quali recitava che “Mussolini ha sempre ragione”. Io, naturalmente, ci avevo creduto.
Ricordavo la disciplina mortificante del “sabato fascista”, dedicato alle istruzioni premilitari, che mi dava la sensazione di essere educato a “fare la marionetta” a tal punto che finì per disertarlo con conseguenti ammonimenti che non avranno un sèguito disciplinare per il sopraggiungere della guerra. Ricordavo il giorno in cui, con centinaia di scolari in divisa che copriva l’intero sagrato della piazza Duomo di Acireale, avevo atteso per lunghe ore e sotto un sole cocente, un gerarca fascista, che alfine non arrivò: a nulla erano valse le manifestazioni di entusiasmo indotto da insegnanti e cadetti e le ovazioni di “eia-eia-alalà”. Tornato di corsa a casa, scoppierò in un pianto dirotto senza sapere perché. Apprenderò poi che si era trattato del sintomo di un principio di insolazione. Ricordavo il giorno in cui – eravamo già nella mussoliniana “Quarta Sponda” – a mio padre era arrivata notifica di accettazione dell’istanza di appartenenza alla Milizia Volontaria della Sicurezza Nazionale e di essere stato destinato ad una delle postazioni di difesa antiaerea della città! Meno che mai mio padre avrebbe potuto chiedere di tornare in prima linea essendo rientrato dalla precedente guerra ammalato di reumatismi cronici e invalidanti. Questa circostanza gli risparmiò il nuovo rischio bellico. L’istanza, di cui dicevo, mio padre l’aveva sottoscritta senza conoscerne il contenuto assieme ad altri sei documenti, nel momento in cui, per potere occupare un posto al Municipio e assicurare, finalmente, a sé e alla famiglia, il pane quotidiano, come ex combattente, il Duce gli aveva concessa la possibilità di (fingere di) pentirsi!
Ritrovatomi fuori del regime (pur sotto l’amministrazione britannica verso cui non nutrivo alcuna simpatia), che per me aveva significato solo fame, non farò mistero del mio antifascismo, a scuola e fuori, e mi guadagnerò la qualifica di “comunista”. Cosa che non mi dispiaceva. Di lì a poco avrò modo di conoscere e di frequentare dei veri comunisti, soggetti tutti anziani, il più informato dei quali mi affascinerà e convincerà con la formula: “da ciascuno secondo la possibilità, a ciascuno secondo il bisogno”. Nel 1946 comincio a battagliare sul quotidiano “Corriere di Tripoli”. Al sentimento seguirà l’informazione attraverso una lettura intensa e appassionata di testi anche anarchici tra cui “Le parole di un ribelle” del principe anarchico-comunista russo Pietro Kropotkin, che mi farà perfino piangere. Le librerie offrivano poco o nulla e i testi specifici cominciavano ad uscire dai nascondigli e a circolare da mano in mano. Mi prestarono il “Manifesto Comunista” che mi convinse a tal punto da copiarmelo a mano su tre quaderni, che conservo ancora come un ricordo prezioso.
Mi improvvisai propagandista del socialismo e i miei interlocutori saranno anzitutto i colleghi di ginnasio e di liceo. Parlavo e parlavo mentre camminavo in compagnia di qualcuno e mi ricordavo dei peripatetici di Aristotile. Un interlocutore particolare sarà il collega Valentino Parlato, con cui percorrerò chilometri e trascorrerò lunghe ore. Apparteneva ad una famiglia piccolo-borghese, naturalmente fascista. Un giorno sua madre mi pregò di non corrompergli politicamente il giovane rampollo (che mi pare avesse uno-due anni meno di me). Ma io mi sentivo già impegnato. Non so quanto io abbia contribuito alla sua attività sindacale che nel 1949 lo costringerà al rimpatrio per decreto dell’amministrazione inglese per sovversivismo, e alla sua militanza nel PCI, da cui uscirà per fondare con altri il quotidiano “Il Manifesto”. So che nel 1948, in occasione di una mia polemica pubblica con l’amministrazione scolastica per una questione essenzialmente politica, mi tradirà e che negli anni successivi non farà di meglio. E’ un cruccio che mi porto dentro e un evento che comincerà ad insegnarmi a guardare con molto scetticismo tutti i “compagni di professione” come gli attuali in servizio, molto ben retribuito, presso il parlamento centrale e quello siciliano, i quali puntualmente non rispondono con buona pace dello “spirito classista proletario”.
Adolescente, ho confuso l’alba della mia vita da adulto con l’alba di una nuova èra storica e l’ho vissuta profondamente con la passione di un innamorato. Ma nella mia patria liberata e soggetto della nuova èra, specie per propulsione dei comunisti, la mia presenza attiva nel PCI durerà il soffio di pochi mesi nel 1950: il mio spirito libertario e critico si scontrerà con il fanatismo delle avanguardie e la profonda innocente ma ben significativa ignoranza della base proletaria, per ciascuno dei cui componenti il comunismo consisteva nel dir male dei padroni e delle autorità in attesa di una sistemazione. Qualcuno si stancherà di attendere, uno passerà ai repubblicani, uno al MSI e il segretario della giovanile, dopo avermi inseguito a lungo perché io vi rientrassi, da un giorno all’altro, diventerà democristiano appena l’on.le Gaetano Vigo, del ministero delle Poste (ministro o sottosegretario), lo sistemerà. Il giovane comunista ne scriverà subito un breve ma succoso panegirico, che è insieme un atto di fede alla DC e che il quotidiano catanese “La Sicilia” pubblicherà senza meno. L’ex militante comunista diventerà ed è un acceso filoamericano! Io resterò un senza partito, un “cane sciolto”, un estimatore critico ma sincero dell’URSS. Attraverso una mia ottica personale – che chiamerò biologia del sociale, e che è già adulta – arriverò alla convinzione, che ritengo scientifica, della necessità del comunismo come alternativa all’altrimenti inevitabile catastrofe della civiltà e alla prematura estinzione della nostra specie, di cui già abbiamo i prodromi nello sconvolgimento climatico a seguito dell’inquinamento industriale e militare e alla distruzione degli organi vitali della biosfera, come la Foresta amazzonica.
Oggi, a sessant’anni di distanza, vivo un sentimento totalmente diverso: quello del decadimento del consorzio civile per accanimento parossistico di quello che si suole chiamare capitalismo e contro cui si formò, specie con Marx ed Engels, il primo pensiero organico comunista. Sessant’anni fa sollecitavo il futuro “della nuova èra”: oggi temo il domani, soprattutto per i miei figli e nipoti. L’avvio di questo stravolgimento di rotta della storia un certo Michele Gorbaciov lo ha chiamato “perestrojka” – cioè ricostruzione – ma intendeva demolizione. Molti ci hanno creduto, me compreso. Non vorrei che il tramonto della mia parabola esistenziale coincidesse con un vero declino della già parziale e problematica abitabilità della Terra e dell’umanità.
Ho voluto fare questa premessa per dare un’idea – a chi mi ascolta o legge – della mia sofferenza interiore per la drammatica crisi oggettiva che ha colpito il mio ideale giovanile: quello che prende da ciascuno ciò che questo può dare e dà a ciascuno ciò di cui questo ha bisogno.
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Si ripete da parte dei reazionari, insomma dell’intellighenzia borghese, e da parte della stragrande maggioranza dei proletari male informati, che il crollo dell’Unione Sovietica sia la prova dell’inefficienza del comunismo o, con termine meno temibile per l‘inconscio collettivo, del socialismo: è esattamente il contrario. Per comprendere questo bisogna sapere come e perché l’Unione Sovietica è letteralmente scomparsa lasciando drappelli di anziani convinti ed amareggiati sostenitori e sconfinate masse di proletari che, come estranei a settant’anni di educazione socialista, sono smaniosi di sperimentare le delizie di quel mondo capitalista, totalmente amorale e profondamente ingiusto, contro cui, solo formalmente, avevano sostenuto una dittatura e di cui credevano di essere stati ingiustamente privati! Contemporaneamente è cambiato quello che possiamo definire il “senso della civiltà”.
La prima e più grande – e, per lungo tempo, unica – formulazione scientifica del socialismo la si deve al citato duo ideologico Marx-Engels ma ciò non vuol dire che costoro abbiano detto tutte le “parole giuste” e meno che mai l’”ultima parola” in fatto di socialismo-comunismo. Di certo, hanno visto nel comunismo “letterale” – voglio dire nella comunità come “società di uguali” – sulla falsariga della Comune di Parigi – la civiltà “adulta” (compiuta) e la soluzione della violenza para-animale che caratterizza l’adolescenza della nostra specie. Dico “adolescenza” nel senso fisiologico della parola e a ragion veduta perché la nostra specie – a differenza di tutte le specie propriamente animali – si compie attraverso una sorta di “gestazione storica” che può durare millenni e, se bloccata, risolversi in una “implosione” (cedimento interno).
Io personalmente – come devo avere già fatto intendere – non sono stato mai un marxista ortodosso (nel senso di religiosamente credente) ma non per questo meno comunista. Dopo un ventennio giovanile di divagazioni più o meno utopistiche, durante il quale ho militato nella corrente, pur sempre comunista (malatestiano), dell’anarchismo tradizionale, mi sono convinto fermamente della necessità di un polo antagonista del mondo capitalista di spessore planetario, e tale polo vedrò proprio nell’Unione Sovietica: per amore di questa, del popolo russo e delle sue creazioni artistiche, soprattutto nel campo della narrativa e della musica, sono diventato perfino traduttore di quella lingua ritrovando, forse con puerile orgoglio, il mio nome nella versione italiana della Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. Man mano che sono andato sviluppando la mia ottica, ho compreso come i fatti e gli uomini che li compiono, vanno distinti dai princìpi e questi dalle ideologiche che pretendono di imprigionarli.
Nel nostro caso, il principio portante (i medici dicono “attivo”), in cui credo (nel senso scettico-scientifico del termine) è quello di uno Stato sociale vero e proprio, detentore dei mezzi di produzione, organizzatore o socializzatore del lavoro, attuatore dei diritti naturali, tutore di una comunità di economicamente uguali come il cosiddetto “buon padre di famiglia” nei riguardi di tutti i figli. Con questa figura retorica intendo chiarire il senso “affettivo-etico” del mio Stato sociale che sta per socialista – e giammai introdurre un vieto e ambiguo concetto di paternalismo. Voglio appunto dire che solo dentro siffatto Stato gli uomini si ritrovano tutti cittadini a pari titolo per il solo fatto di esserci nati. Aggiungo che solo lo “Stato di tutti” è il vero “Stato di diritto”, e non quello in cui viviamo, i cui fautori scambiano il diritto con il potere costituito sulla scia della logica dell’antica Roma. Lo Stato socialista è gestore del circuito produzione-consumo attraverso cui riprende la moneta di cui è padrone e che produce nella misura occorrente senza dipendere da quella superfetazione bancaria internazionale (che io chiamo “monetocrazia”), che rende grottescamente ridicolo lo Stato borghese, che non può costruire un ospedale “per mancanza di fondi”, che lascia che la ricchezza prodotta dal solo lavoro si distribuisca casualmente, che si “indebita con sé stesso” (sic!) e che fa acrobazie circensi annuali per la cosiddetta “legge finanziaria”. Tale Stato è dunque totalmente diverso da quello dentro cui siamo costretti a vivere. L’ideale punto di arrivo dello Stato socialista è il fatidico comunismo in cui il livello di informazione scientifica e di educazione sociale consente di parlare perfino di “socializzazione del potere” ovvero di “potere sociale” ovvero ancora della vera democrazia (“democrazia dei diritti”), che io chiamo “sociocrazia”.
L’URSS era un’unione d Stati socialisti, non ancora il comunismo. Ne deriva due volte errata l’affermazione del fallimento di un comunismo mai realizzato. L’URSS era anzitutto il più esteso esperimento di socialismo scientifico e come tale costituiva l’antidoto indispensabile per frenare la poliedrica e costituzionale criminalità del mondo presocialista. Il socialismo è, per l’appunto, lo spartiacque tra la civiltà conflittuale e autodistruttiva, “antropozoica” ovvero che ripete, in sembianze antropomorfe, le vicende della giungla, e la civiltà che vive in pace con sé stessa perché ormai capace di seguire un proprio codice etico-affettivo di vera fratellanza biologica. Più o meno in questi termini io sostenevo l’URSS e, con riferimento al molto chiacchierato e, per me, molto poco chiaro, stalinismo, ritenevo che, in ogni caso, l’URSS andava emendata e giammai distrutta. Non ho avuto mai (e non ho ancora) elementi certi sufficienti per entrare nel merito dello stalinismo ma mi bastava (e mi basta) sapere che esso non è il comunismo, insomma lo Stato socialista. Tuttavia, conosco uno Stalin teoreta, che apprezzo e condivido, ed uno Stalin stratega, che ammiro, che ha saputo promuovere tutto un popolo – donne e minori compresi – contro le orde di Hitler. Il problema di sempre, e di oggi più che mai, non è lo stalinismo ma il socialismo.
Quando il signor Gorbaciov inventò uno specioso “cavallo di Troia” sotto la fattispecie della “perestrojka”, per dare il colpo di grazia ad un esperimento socialista, provato anche da un assedio, non solo bellico, nato contemporaneamente alla Rivoluzione d’Ottobre, Stalin non esisteva da un pezzo. Esistevano invece delle teste calde, psicologicamente estranee ed ostili alla “passione socialista”, che pensavano al mondo esterno come al paese di Bengodi, dove potere assaporare il piacere di fare i padreterni su milioni di poveri cristi a contorno di cotanto potere e a dispetto del presunto sentimento-istinto di missione storica del proletariato (per altro educato e “coscientizzato” da decenni da un potere-avanguardia del socialismo); esistevano e da molto gli USA, impegnati a spazzar via con ogni mezzo, subdolo, criminoso e inumano, ogni intralcio alla politica dei padroni del capitale e della moneta; esisteva un criminale statunitense di nome Reagan che, dopo avere indotto l’URSS ad una corsa senza fine agli armamenti – creando il cosiddetto “equilibrio del terrore” – era giunto a far credere – ai pur antesignani della scienza spaziale – alla possibilità di una non meglio definita “guerra spaziale” che avrebbe potuto annientare l’URSS. Gorbaciov fu l’uomo della “resa senza condizioni”: dopo avere decretato il disarmo unilaterale, come possibile esempio di buona volontà (provvedimento che ebbe le lodi di non pochi uomini di potere e di cultura, me compreso), diede prova della sua malafede quando corse negli USA a festeggiare l’evento, “ideologicamente-eticamente-politicamente suicida”, della fine dell’URSS, in tenuta da cowboy! (Ne conservo la foto a cui ho dedicato un articolo edito)
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Nel 1991 pubblicai un breve trattato, sotto forma di “Lettera aperta a Mihail Gorbaciov”, dal titolo “Perestrojka: ricostruzione o capitolazione?” Scrivevo che “l’esperimento sovietico non poteva sfuggire a tre ordini di errori: a) quelli umani, che non hanno bisogno di una spiegazione (basti considerare la sola istintiva inerzia conservatrice delle masse e dei costumi); b) quelli tecnici, che hanno una spiegazione anche nell’assenza di modelli precedenti e/o nell’inesperienza personale; c) quelli indotti, ovvero provocati dall’esterno, nel caso specifico, dallo stato d’assedio della reazione e propaganda antisovietiche”. Sono convinto che, per quanto grandi siano stati gli errori umani (e diciamo anche abusi e, perché no, crimini) e quelli tecnici, solo quelli indotti hanno segnato la fine dell’esperimento sovietico, il che tuttavia significa anche che all’interno dell’URSS esistevano già i presupposti psicologici di un rigetto dovuti per buona parte alla stessa infiltrazione della propaganda capitalistica a mezzo radio, stampa e non solo… Sono risapute le mene sotterranee (ma non troppo) del citato Reagan, che definiva l’URSS il “regno del male”, e della combutta dello stesso con un certo papa polacco, il cui valore morale può essere bene configurato dalla sua beatificazione del papa-re e boia Pio IX, ghigliottinatore di patrioti italiani.
Il “cavallo di Troia” della “perestrojka” si presentava, tra l’altro, come “distruzione delle armi” e come “apertura del dialogo da pari a pari sincero e dignitoso con il mondo capitalista”. Ma le due cose erano e sono estranee allo spirito del capitalismo e più che mai alla sua estremizzazione tripolare – liberista, globale e bancario-imperialistica – capeggiata da quegli USA che da oltre cinquant’anni – per non contare il genocidio sistematico dei pellerossa – hanno commesso un crimine dopo l’altro con una sfrontatezza propria dei delinquenti per costituzione e per passione. Essi si sentono autorizzati ad intervenire contro chiunque non assecondi il loro piano – più paranoico che razionale – del dominio del mondo attraverso le armi, il terrore e gli embargo. Agiscono “contro e fuori del diritto, interno e internazionale”, si comportano da “fuori legge” perché pretendono di essere loro la legge e ci troviamo al punto che un supercriminale di guerra e di pace come Bush junior, invece di essere deferito ad un tribunale speciale per esservi processato, è lui che fa costruire lager naziformi come Guantanamo, che si fa approvare una legge speciale di legale tortura per i prigionieri, che nel contempo fa processare Saddam Hussein, suo ex protetto e comunque assai meno criminale di lui, senza averne alcuna veste giuridica, e che ultimamente è tornato a parlare di “guerre spaziali”! Speriamo che la vittoria di mezzotermine dei democratici possa servire a ridurre la sua virulenza. Ma già subito dopo tale vittoria, gli USA hanno opposto il loro veto alla delibera di condanna dell’ONU dell’ultimo eccidio israeliano di civili nel territorio di Gaza, il che significa che anche senza Bush gli USA restano la “fogna a cielo aperto” dell’umanità.
Non penso che Gorbaciov ignorasse la storia e l’identità criminale degli USA e la loro inaffidabilità. Penso piuttosto che sia stato al gioco della menzogna dell’antico e principale “nemico di classe” secondo la definizione marxista. Per me è “nemico dell’umanità”. Lo ha confermato il suo comportamento del dopo-perestrojka e l’avere accettato di collaborare al quotidiano padronale “La Stampa” di Torino.
La “perestrojka”, invece di riavviare su basi più solide l’esperimento socialista, inquinò tutto il discorso sovietico, mise in discussione settant’anni di storia di socialismo in fieri e assunse come termini di paragone rapporti e valori del mondo avversario. Come dire che fu il “foglio di via” della vanificazione di tutti i sacrifici e di tutti i successi sociali – e non sono stati pochi – della gloriosa Rivoluzione di Ottobre.
Non è con autocompiacimento che constato di essere stato facile profeta delle conseguenze di quel “disastro troiano” che ho elencato nel mio lavoro e che sono: 1) la convalida dei partiti comunisti, che hanno rinnegata la propria identità; 2) la rimessa in discussione della Rivoluzione di Ottobre nella sua interezza; 3) la rimessa in discussione non solo del marxismo, equivalente di classismo (che psicologia sociale e scienza sperimentale dimostrano non esistente) ma di tutto il socialismo come tale; 4) la rimessa in discussione del laicismo di Stato con conseguente riaccredito di pretesi diritti sui generis religiosi e clericali; 5) la convalida, sic et sempliciter, dell’antisovietismo più bécero (come doverosa avversione ad un errore fatale per la civiltà); 6) la caduta dell’impegno nei riguardi dei paesi amici, bisognosi di aiuto, psicologico e materiale; 7) l’incremento della conflittualità etnica e razziale laddove regnava una diversità complementare (anche all’interno della grande Russia); 8) la decadenza della cultura classica russa sotto il peso della cultura neo-selvaggia americana; 9) la colonizzazione capitalista dell’ex Unione Sovietica; 10) l’equiparazione sovietico-americana.
Mi pare che quanto previsto si sia avverato puntualmente e interamente. I partiti comunisti, che hanno rinnegato la propria identità, si sono liquefatti in un’accozzaglia di individui-ufo, che non si sa che cosa siano se si esclude la definizione di “utili idioti della goffa e insulsa burbanzosità del capitalismo imperialistico”. Parlano di sinistra e si battono per la destra. I vari Fassino e D’Alema ne sono antesignani tipici e grotteschi, per non dire stomachevoli. Il secondo si è distinto nell’appoggio alla NATO nell’opera di disintegrazione di quel miracolo socialista che si chiamava Jugoslavia. L’attuale Presidente della Repubblica – ex comunista! – arriva a giustificare le “inservienze militari a nostro carico” accanto alle truppe “fuori legge” degli USA - dette bugiardamente “missioni umanitarie” - con l’art. 11, che invece ne è disatteso e vilipeso in maniera eclatante e vergognosa. L’esperimento sovietico fa parte, per l’ufficialità della giungla capitalista, dei grandi crimini dittatoriali del secolo corso al pari del nazismo: si tratta, insomma, di storia da essere dimenticata! Il marxismo è assimilano alla dimensione negativa dello stalinismo, e questo è inteso come sinonimo di criminocrazia politica. I nostri “diessini”, e non solo, non hanno nulla da eccepire quando un Berlusconi, che - come predatore capitalista, ha il complesso della persecuzione (come dire una coscienza nera, che più nera non si può) - assimila il comunismo al capitalismo di Stato e lo Stato socialista al potere negatore di ogni libertà umana.
Il laicismo di Stato è tale solo sulla carta se perfino il potere giudiziario – che dovrebbe essere il tutore giuridico della legalità – si batte per l’esposizione, in ambienti pubblici, di quel crocefisso che giustamente viene visto da non cattolici come il simbolo di una religione selvaggia, e processa gli stessi magistrati, che, come il giudice Luigi Tosti, ne chiedono legittimamente la rimozione.
Tutti i già considerati “paesi fratelli” dell’Unione Sovietica sono crollati uno dopo l’altro sotto i colpi del mondo capitalista a coefficiente USA e l’arrembaggio di torbidi elementi interni smaniosi di un potere personale. Solo la piccola Cuba è riuscita a sopravvivere restando sé stessa a dispetto dell’embargo, voluta dai malefici USA, e tuttavia con qualche compromesso di mercato riservato ai ricchi turisti. La Corea del Nord si è strutturata come Stato militare. La Cina, già lontana dalla Mosca sovietica, è ormai una potenza capitalista, che si adorna gratuitamente dell’attributo “comunista”.. L’”american way of life”, insomma il peggiore modo di vivere il capitalismo (anche in senso alimentare e vestiario), si è riversata nel territorio già sovietico come le acque impetuose di un fiume che tracima a sèguito di un’aggressione meteorologica. La corruzione, la mafia, la disoccupazione, la fame e la delinquenza comune si sono impadronite dell’ex URSS: tutti fenomeni patologici che il “compagno” Putin, per quanto si dia l’aria di un autocrate sicuro, non è in grado di controllare, salvo a scaricare la sua rabbia sui ribelli ceceni e a farne strage gratuita anche quando avrebbe potuto semplicemente catturarli.
L’emigrazione per fame dall’Europa dell’Est è quanto di più miserevole ha prodotto la “perestrojka”. Le culture nazionali – perfino di quella stupenda russa, così incantevole specie come espressione musicale di un popolo di tradizioni antiche e romantiche – si conformano a quella imperante nordamericana. La colonizzazione culturale ed economica (predonomica) dell’ex URSS è in pieno progresso: è sempre più difficile trovare una distinzione netta fra quella che fu la terra del più avanzato esperimento socialista e la potenza a stelle e strisce (che io ho ribattezzato “a croci e lettighe”). La “perestrojka” è compiuta e i vari Gorbaciov, individui belli di fuori e marci di dentro, possono esultare, soddisfatti della propria opera.
Nel 1998 torno sul tema con un Quaderno (del mio Centro Studi Biologia Sociale) dal titolo <“La perestrojka” (prima e dopo l’uso> con la collaborazione di Pedro Alvarez, il quale offre al lettore la ricostruzione documentata della stessa. La democrazia (si fa per dire) nasce nella Russia oppressa dal comunismo, con i cannoni di Eltsin, il 4 ottobre 1993, che colpiscono il palazzo del Soviet Supremo. “L’attacco – scrive Alvarez – viene condotto da truppe speciali appoggiate da carri armati”. Le cifre ufficiali oscillano tra 127 e 147 di parlamentari comunisti morti ammazzati, tra quelli che avevano occupato il locale nel tentativo estremo ed eroico di salvare l’URSS. Gorbaciov non volle sporcarsi le mani e tuttavia risulta un criminale al pari di Eltsin, ma nessuno dei due sarà processato per crimini contro lo Stato e contro l’umanità, anzi il secondo riceverà una cospicua somma di dollari dal governo USA come aiuto al popolo sovietico “liberato”, ma poi si saprà che quei soldi sono rimasti nelle tasche di colui che aveva fatto cannoneggiare la duma in nome della democrazia. Contro tale strage di eroici innocenti nessuna voce di uomini di diritto si alzerà da nessuno “Stato di diritto” del mondo capitalista!
Reagan considerò la distruzione dell’USS una “missione divina” e il papa polacco esulterà al pensiero che Dio fosse rientrato in Russia. C’è da chiedersi dove fosse rimasto il padreterno per 70 anni e quanti “dii” esistano tenuto conto della molteplicità degli Stati. Dunque, il complotto occulto (ma non tanto da non diventare di pubblico dominio) Reagan-Wojtyla comprova vieppiù come la causa determinante del crollo sovietico sia stata di natura esogena, il che tuttavia non significa che il polo geopoliticamente dialettico non avrebbe potuto sopravvivere se fosse mancata la complicità interna.
Subito dopo la “liberazione” la criminalità “paralegale” del capitalismo - chiamata mafia, camorra e con altri nomi convenzionali (come quella che in questo momento sta soffocando Napoli) e che è complementare con quella “legale” – ha coperto a tappeto il territorio ex sovietico demolendo via via le conquiste sociali del socialismo a partire dalla piena occupazione, realizzata sin dal 1928. Già nel 1993 si contano 4.300 gruppi criminali con all’attivo 355 mila crimini. Un anno dopo il numero di tali gruppi salirà a 5.700 sempre secondo tracce visibili e registrati e calcoli approssimati, certamente per difetto.
So che circa cinque anni fa il 40% dell’attività bancaria russa era nelle mani della nuova ma già alquanto gagliarda “mafia” locale. Non sono a conoscenza dei dati attuali ma ritengo che siano peggiorati a giudicare anche dall’immigrazione per fame. Due anni fa, trovandomi a Milano per motivi di salute, ad un ristorante egiziano sono stato servito da una bella moscovita, già insegnante in patria, sguattera in Italia! I dissidenti russi hanno finalmente sperimentato e goduto il capitalismo, produttore di ricchezza, uno dei luoghi comuni più borghesi – e più stupidi – che si possa immaginare pur avendo un fondo di verità. Infatti, vero è che esso produce ricchezza ma solo in quanto organizzatore di lavoro (cosa che può essere fatta bene e meglio da un potere pubblico socialista), ma è altrettanto vero che, proprio in quanto organizzazione di tipo capitalista, la distribuisce nella maniera più sperequata, ingiusta e conflittuale. La società, come ogni organismo vivente, per essere una “società di aventi pari diritti”, ha bisogno non di produrre una cosa qualsiasi, perfino inutile e nociva, e in quantità illimitata (come avviene in atto per incrementare il PIL - prodotto interno lordo - e favorire il mercato e i buoni successi degli uomini di affari), ma di un “equilibrio metabolico”, con che si vuole intendere la trasformazione dei prodotti del lavoro (ricchezza, appunto, in quanto risposta razionale, ecologicamente-eticamente selettiva e commisurata al fabbisogno) in equo potere di acquisto e sussistenza per tutti i cittadini, analogamente al metabolismo propriamente detto, che distribuisce le sostanze vitali a tutti i distretti ed organi del vivente perché i primi si conservino e si rinnovino e il soggetto continui a vivere in buona salute.
Il quotidiano “La Repubblica” del 2 marzo 1994 ci dà i numeri in percentuale relativi al “marasma metabolico” della società postsovietica dell’epoca: 1) poverissimi 10; 2) poveri 60; 3) ceto medio 28; 4) ricchi 2. La situazione, forse peggiore di quella brasiliana del tempo in cui solo il 5% dei cittadini possedeva il 90% della ricchezza del paese (non conosco l’ultima situazione del governo Lula) si commenta da sé e da sola conferma l’assunto di apertura: che la “perestrojka” prova non il fallimento del socialismo ma la sua crescente urgenza in soccorso di un’umanità altrimenti condannata al “caos metabolico” ed alla morte. Nello stesso tempo ci prova – e questo non lo dico con piacere – che la storia (gestazione della specie umana) non marcia lungo un binario classista-economico ma “si muove” per spinta di bisogni essenziali, costanti ed universali degli individui, dal che derivano: a) i rapporti di dominio-soggezione a tutti i livelli; b) l’inerzia della massa; c) e la determinazione elitaria dei più forti. Non c’è ombra biologica di classismo. Ciò secondo la biologia sociale, la quale altro non è che l’elaborazione naturalistico-biologica della scienza sociale – quindi una scienza naturale a tutti gli effetti – che non si lascia confondere dal linguaggio volutamente sostenuto ed accademico di certi marxisti cattedratici e pieni di sé, che usano con enfasi termini come alienazione, prassi e via dicendo.
Il potere sovietico poteva essere emendato se l’èlite capitalista mondiale, capeggiata dagli USA, non fosse riuscita a corrompere le èlites sovietiche. Anche senza la predominanza statunitense una “dittatura del proletariato” (da intendersi “dittatura di élites socialiste a favore del proletariato ovvero di tutto il popolo”) sulla falsariga di quella di Ottobre, non può più essere riprodotta.
Sorge spontanea la domanda: come conciliare queste “nuove verità” con la urgente necessità del socialismo? Non rivedere – e ove necessario, modificare o accantonare – i parametri del vecchio ed eroico marxismo, significa trasformarli in dogmi ed imboccare la strada di altri sicuri fallimenti. Qual è la situazione attuale? Da un lato abbiamo un larghissimo stuolo di ex comunisti, che hanno accettato il capitalismo, anzi la sua estremizzazione paranoica “liberista-bancaria-globale-imperialistica” anche se si gratificano dell’etichetta ridicola di “democratici di sinistra” che vale quanto quella di “democratici di destra”, dove democrazia sta solo per “giochetto elettorale” (che negli USA vede in lizza solo potentati della finanza che si possono pagare le carnevalesche campagne). I comunisti parlamentari annaspano nei compromessi, vacillano e finiscono per fare il gioco della maggioranza che risulta essere, come l’attuale, comunque di destra, anche se la coalizione che la contiene si dice di centro-sinistra. Detto fra parentesi: Pannella e accoliti, fautori del capitalismo più malvagio, e amici per la pelle degli USA, mostrano di non conoscere la lingua italiana quando si definiscono nonviolenti, liberali, liberisti e libertari e si chiamano compagni (a parte la lotta condivisibile per alcuni diritti civili). Fuori del parlamento c’è una miriade di gruppi e gruppuscoli marxisti che non riescono a formare una forza unica, ciascuno di essi essendo fortemente impegnato a difendere la propria ortodossia, identità e correttezza.
Invece di accettare le “nuove verità” (che io diffondo da tempo con Quaderni editi grazie ai contributi degli affezionati) conducono una lotta personale o di gruppi chiusi. Perché si avvii una nuova rivoluzione sociale non basta superare l’ortodossia dogmatica. Unica e paradossale a questo proposito è la posizione dei comunisti internazionalisti che dichiarano apertamente, su ogni numero del loro portavoce, di essere irremovibilmente fermi al congresso di Livorno del 1921 – come se il tempo si fosse fermato. Ma non scherza nemmeno l‘Istituto Comunista Marx-Engels” di Napoli che – ripetendo il gesto (forse solo immaginario) di un tale che si rifiutò di guardare attraverso il cannocchiale di Galilei per rispetto della teoria tolemaica, professata dalla Chiesa dell’epoca – mi ha chiesto di cancellare il suo indirizzo elettronico dalla mia lista (di diffusione di miei scritti destinati alla stampa o all’internet) con la seguente motivazione: non può prendere in considerazione materiale della biologia sociale perché questa non è ancora riconosciuta dalla “comunità scientifica” (sic!). Ciò vuol dire che i sedicenti comunisti di tale istituto (non so se riconosciuto dalla non meglio definita “comunità scientifica”) escludono a priori che la biologia sociale possa avere un qualche valore sia pure di suggerimento sperimentale a tal punto che perfino il leggerne gli scritti sarebbe una inutile perdita di tempo. Non penso ci possa essere offesa più grande per uno che, come il sottoscritto, ha dedicato tutta la propria vita alla ricerca del bene dei propri simili in attesa di nessuna santificazione ma solo della soddisfazione di riscontri intelligenti. Non è la sola fonte sedicente comunista che mi ha offeso ma la sua sufficiente autoriferenzialità che mi riporta alla sacra patristica della Chiesa. E ai vari cardinali Ruini. I sedicenti comunisti che mi hanno offeso non sono pochi. Per brevità cito solo qualche altro incidente di percorso, non tanto per fare dell’autobiografia fuori posto ma per illustrare il livello psicologico, culturale di soggetti che vorrebbero rimediare i guasti della “perestrojka”. Si chiama Giorgio Puglisi, un comunista marxista-leninista-stalinista, che consideravo un amico fraterno anche a livello familiare: ex direttore della bella rivista “Ideologia Proletaria” di Trieste, di cui sono stato collaboratore durante gli ultimi anni di vita della stessa, è sbottato alfine definendo la mia creatura “inconcludente e fuorviante” in una lettera ospitata in un mio Quaderno. Non ha accettato il dialogo e l’amicizia è svanita. Il che prova ancora come una fede quale che sia supera l’amicizia e gli affetti! Non meno ridicolmente assolutista ed autosufficiente è stato il marxista-leninista-stalinista Domenico Savio, direttore del periodico “L’uguaglianza economica e sociale” di Ischia che, dopo avere ospitato di buon grado i miei frequenti e lunghi interventi e beneficiato di mie traduzioni gratuite di testi russi, è salito in cattedra (sic!) per declamare coram populo l’insufficienza marxista del… discente Viola, al quale non ha consentito una legittima replica. Fine della collaborazione e dell’amicizia, semmai questa abbia avuto il tempo di attecchire nel cuore di un “fedele” (di non importa quale allah !).
I “compagni” napoletani dimostrano di non sapere, tra l’altro, quanto Marx fosse osteggiato e quanto lo sia oggi il marxismo, ritenuto dall’ufficialità e non solo borghese propriamente detta (entità reale che supera per quantità quella detta “comunità scientifica”) solo un errore con un esperimento storico totalmente e - quel ch’è peggio – definitivamente fallimentare. Questi “incidenti” (ne ho citati solo tre emblematici) dimostrano che non solo la gratuita “dialettica classista” del marxismo è l’abbaglio teorico da superare ma insieme l’ortodossia dogmatica di molti epigoni del marxismo stesso che hanno indotto lo stesso Russell - liberale ma non fanatico – ad annoverare il comunismo fra le religioni più nocive all’umanità. Questi epigoni fanatici sono quelli che maggiormente nocciono alla storia della Rivoluzione di Lenin, che conserva tutto il suo valore di progetto di costruzione di una società a misura di uomo geneticamente ed eticamente adulto.
Altra condizione per avviare una nuova rivoluzione socialista è il superamento del pregiudizio che ci si possa porgere la mano e batterci solo sulla base di convinzioni identiche quando è possibile, e necessario, farlo seguendo la pratica della “dialettica della convergenza”, cioè sulla base dei fini da raggiungere. Il comunista in quanto tale è ateo, ma si pensa che si possa costruire uno Stato socialista solo con compagni atei? Io ritengo che basti un laicismo che rispetti le fedi personali e non indulga a qualsiasi dipendenza psico-politica da quale che sia potere clericale, cattolico e no. Tale dialettica supera l’isolazionismo esclusivista ed eterofobico delle attuali consorterie sedicenti comuniste, ciascuna delle quali “attende” una propria rivoluzione in data da destinarsi!
Il titolo di questo convegno parla di “comunismi” certamente per indicare esperienze diverse motivate da una sola finalità. Infatti, di comunismo vero non può essercene che uno solo. Esso è l’ultimo stadio del socialismo, quando anche il potere viene – come dire? – socializzato ovvero quando il socialismo è interiorizzato e fatto costume spontaneo. Per questo preferisco parlare di socialismo, non più realizzabile, come è stato parzialmente possible finora, con un’azione di forza e nemmeno attraverso la conflittualità elettorale e meno che mai attraverso una piattaforma bipolare, come quella attuale, dove due facce di uno stesso partito “capitalista” si alternano come l’apice di un’altalena, dando la sensazione di una democrazia vera, mentre lo Stato rimane al servizio di un sistema internazionale monitorato da rigorosi guardie monetocratiche, dette banche, fondi monetari e agenzie di rating (ovvero di valutazione secondo i parametri del sistema stesso), tutti strumenti invisibili spesso telemanovrati dalla superpotenza USA che a tal fine ha creato una serie di enti come la NATO, la WTO e innumeri altri. Si realizza invece attraverso l’attività di convergenza, la quale non è interclassismo (le classi non esistendo ma solo categorie) e meno che mai la formula mazziniana , che pretende di far passare per fattori complementari il capitale (che esprime l’èlite degli uomini d’affari) e il lavoro (che esprime la produzione della ricchezza collettiva) ovvero la collaborazione funzionale tra padroni (del capitale) e lavorodipendenti (che vivono solo del ricavato del lavoro) ma incontro interumano in vista di uno scopo comune: una vita sociale basata sulla “parità di nascita” e sul diritto universale al potere paritario di sussistenza.
Un potere capitalista è sempre espressione di una prepotenza e può essere realizzato con la forza. Al contrario, il socialismo è espressione di civiltà e può essere prodotto per convergenza dentro e fuori dai parlamenti e indipendentemente dalla forma di potere attraverso una paziente azione culturale delle èlites socialiste. L’espressione “indipendentemente dalla forma di potere” non può scandalizzare i comunisti, fautori e sostenitori di dittature anche se “attribuite al proletariato”. Anch’io, comunista, non temo la dittatura in quanto tale: da notare che, semmai possibile, una dittatura socialista sarebbe, per definizione una “dittatura partecipata”. Certo, bene fece Fidel Castro a battersi contro il dittatore Batista e a instaurare la propria dittatura su Cuba: non aveva altra scelta. Ma sappiamo tutti che quel potere socializzatore sarà prima o poi cancellato dalla barbarie circostante: da una civiltà ancora adusa ai meccanismi violenti di diretta eredità della giungla.
L’eredità della “perestrojka” è quella di uscire dalla parareligione dell’ideologia e di entrare, deponendo ogni pregiudizio, nello spirito della scienza (sociale, nel nostro caso), la quale ci dice che, fermo restando il potere pubblico come strumento legislativo e, ove possibile, “chirurgico in senso socialista” (ma non per questo vendicativo o meno rispettoso della dignità degli stessi avversari), l’evoluzione della civiltà verso una convivenza collaborativa e non conflittuale, si concretizza solo in termini di cultura e di costume, come dire di scienza e coscienza laddove coscienza sta per “sentimento di fratellanza biologica” con i propri simili, quando la parola compagno non è una formalità ideologica (come i vari appellativi della gerarchia clericale) ma significa proprio quello che vuol dire la parola.
Non posso entrare nei dettagli per non dilungarmi ancora. Per concludere, dico che l’ideale del comunismo ha perso con il crollo sovietico la più grande occasione storica di realizzarsi su una parte del Pianeta e di “convertire” la parte rimanente. Non rimane, ora, che la via culturale che si traduce in una paziente “didattica biosociale” sui crescenti rischi suicidi di una civiltà basata sulla “predonomia” (detta abusivamente economia) ovvero sulla trasposizione antropomorfa delle modalità della giungla di provenienza. Tali modalità sono riducili alla “sfida a chi possiede e può di più” e quindi nel confondere lo sviluppo tecnologico con il progresso, il che produce la differenza crescente fra ricchezza-potere e bisogno-povertà, la saturazione della conflittualità e della negatività biosociale assieme al marasma ecologico, che significa distruzione dell’habitat umano e scomparsa della nostra specie.
Venti secoli non sono bastati a far conoscere a tutta l’umanità il comandamento evangelico dell’amore del prossimo (che ritroviamo nella formula francese del 1789 “libertà-fraternità-uguaglianza”) perché di tale comandamento si è impadronito un partito politico, detto cattolicesimo, mirato (come dimostra chiaramente ancora la Chiesa) al dominio autocratico sugli uomini in nome di quel comandamento così svuotato del proprio vero significato e ridotto a puro “slogan demagogico”.
L’avvento del socialismo non può aspettare così tanto tempo senza ritrovarsi senza soggetto e scomparire nel nulla. Credo che il significato di questa proposizione sia ben chiaro. Occorre l’organizzazione, magari policentrica, di un movimento non dogmatico, capace di realizzare la compresenza o conospitalità (reciproca ospitalità) di forze originariamente o nominalmente antagoniste ma, in atto, sostanzialmente convergenti per fini compatibili con la causa del socialismo. Mi riferisco a individui, gruppi e testate di stampa. Ci si abitua a dimenticare gli odi storici e alla “comunanza e mutualità con i cosiddetti altri” purché sinceri, dando la preminenza al presente, all’uomo e al progetto del futuro e avendo per punto ideale di arrivo una comunità (o comunismo) reale. Un mio articolo edito ha per titolo “Diamo alla storia ciò che è della storia e a noi uomini la pace di cui abbiamo bisogno”.
La necessità di rispettare un limite all’intervento, che credo sia già andato oltre la mia intenzione, non mi consente di dire di più.