LA (PERDURANTE) BARBARIE

DELL’ “ETEROCOAZIONE PSEUDOETICA”

 

 
 

Siamo entrati nel terzo millennio di quel livello della civiltà, che si suole considerare quello della crescita esponenziale della specie, e viviamo in quella che è considerata la “patria del diritto”. Evidentemente c’è qualcosa che non funziona in tali definizioni e certamente il punto debole è il mettere nel conto della civiltà lo sviluppo tecnologico, dato che quello propriamente umano, o antropologico o socioetico, è ben altra cosa.

         Infatti, semplicemente continuiamo ad affogare nella barbarie dell’”eterocoazione pseudoetica”, la quale è un crimine al pari della catechesi infantile o “sequestro preventivo della ragione-coscienza del futuro soggetto adulto”. Il senso della pedagogia non è il plagio psicologico ma il condurre il minore a prendere coscienza dei propri diritti e responsabilità dei propri doveri. Il governo sugli adulti è la prosecuzione politico-economico-giudiziaria della pedagogia.

         L’ennesima manifestazione aperta della suddetta barbarie ci viene offerta dal caso Welby – un morto costretto a vivere! – e la conferma ci viene dalla sentenza della sezione civile del Tribunale di Roma che, chiamato a pronunciarsi circa l’istanza del soggetto-uomo Welby di “morire naturalmente”, sentenzia essere tale istanza inammissibile per assenza di una legge specifica.

         Di che si tratti è presto detto nel rispetto totale della logica e della scienza della vita o biologia, chiarendo intanto che per biologia non si debba intendere solo quella del corpo ma anche quella della vita di relazione con l’ambiente-habitat, che comprende anche la natura. Detto questo, la prima ovvia considerazione da eccepire alla sentenza di cui sopra è che non solo la legge va interpretata – talora in senso molto lato, come dimostra l’esistenza di sentenze conseguenti – ma anche che l’oggetto del contendere non è nemmeno l’eutanasia ma semplicemente l’accanimento terapeutico contro la volontà cosciente ed espressa del paziente. Con la sola eccezione di alcune vaccinazioni, nessuna legge mi costringe ad accettare una quale che sia terapia. Per cui, basta prendere atto di questo e rileggere l’art. 32 della Costituzione che “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo” e aggiunge che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario”.

         Ora, il caso Welby è di una semplicità sconcertante: il paziente esiste solo come “vegetale cosciente” per effetto di una macchina che soltanto ne rallenta la fine naturale, costringendolo a spegnersi lentamente e con un’agonia crescente ovvero a subire una tortura tecnologica senza la benché minima aspettativa di recupero. Costui chiede di essere liberato dalla protrazione artificiale e inutile del detto tormento:la risposta positiva a tale straziante istanza è contenuta in quanto abbiamo detto (l’inesistenza di una legge impositiva e il dettato costituzionale): che, chi afferma il contrario, dimostra di non conoscere.

         Chi afferma il contrario dimostra anche di accettare un’accezione erronea della parola terapia, che significa soltanto “cura di malattie” (allo scopo di debellarle), terapia non potendoci essere laddove è categoricamente impossibile