I limiti della realtà

 

La mafia, lo Stato “medioevale” e il caso Saviano

 

                                                                                                      Carmelo R. Viola

 

         Da sempre do a ciascuno il suo. Al giovane Roberto Saviano, autore di “Gomorra”, non posso non riconoscere il coraggio ma non solo questo e non perché non vorrei trovarmi nei suoi panni. Il fatto si è che il coraggio e come una munizione che va spesa contro l’obiettivo giusto e nel momento giusto. Chi spara all’impazzata corre il rischio di trovarsi disarmato di fronte al fuoco del nemico: è il caso del nostro scrittore.

         Nel mio lavoro “Mafia per non dire capitalismo” (2005) io giudico ingenui e fuorvianti i vari onesti e coraggiosi Falcone, i quali ci hanno lasciato la pelle per avere sfidato in prima persona criminali di mestiere ovvero per avere assunto in proprio una causa che riempie le carceri, gratifica di martiri  uno Stato immaturo e indegno e non risolve il problema.

         Non è una mia opinione. Da molto tempo il mio solo partito è quello della scienza. L’istituto dello Stato avrebbe dovuto concludere il Medioevo, come si insegna nelle scuole ma come l’uomo nacque animale (e non poteva essere diversamente) così lo Stato è nato medioevale, e non poteva essere diversamente dato che il salto di qualità dev’’essere preceduto da un decorso evolutivo lento e lungo.

         Nel Medioevo propriamente detto ogni potente, circondato da un gruppo di segugi, costituiva una specie di autocrazia, che esercitava, in modo approssimato e rudimentale, i tre poteri di Montesquieu: il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario che nello Stato saranno palesi e distinti. Ogni autocrazia, come in una giungla antropomorfa, realizzava rapporti di concorrenza e/o di coalizione con le altre autocrazie.

         Era inevitabile che, accanto ad uno Stato “nominale” sopravvivessero autocrazie medioevali minori, quali sono appunto le mafie anche se sono costrette a mimetizzarsi intanto nell’area di una monarchia assoluta. Ai prìncipi, marchesi, baroni, duchi e così via succedono i boss di calibro diverso. Può darsi che le mafie siano nate come sodalizi di uomini d’onore per la giustizia alternativa davanti all’arbitrio e alla prepotenza dei re e dei potenti feudatari: sociologicamente c’interessa sapere che oggi i mafiosi sono anzitutto uomini di affari.

         Lo Stato nascente si limita a gestire l’esistente, più precisamente ad accrescere i propri privilegi sfruttando i sudditi senza provvedere ai loro bisogni. Questa realtà non si è ancora esaurita. La costituzione prima e la repubblica democratica dopo (cfr. quella in cui viviamo), assegneranno compiti ai poteri dello Stato e limiti alla sua autorità, ma non basteranno ad impedire il formarsi di nuove e più potenti autocrazie (dittature) nemmeno con la pratica elettorale, in cui si identifica la democrazia. E’ storia dei nostri tempi, anzi dei nostri giorni. Si pensi al nostro Paese e alla “più grande democrazia del mondo”.

         La scienza ci dice che l’essenza del crimine è l’offesa dei diritti naturali e che lo Stato sarà tale solo quando sarà responsabile del benessere di ogni nato della sua collettività secondo la trilogia aurea “libertà-fratellanza-uguaglianza” della Rivoluzione Francese del 1789 ovvero quando risponderà, per l’appunto,  ai diritti naturali. Solo allora sarà l’”età maggiore” della civiltà. Sarà il socialismo. Ancora è ben lungi dall’avere raggiunto questo livello, tanto più che è nato mutilato del quarto potere essenziale, quello della sovranità monetaria, rimasta nelle mani di trafficanti medioevali. Questo Stato si dice borghese: è esso il fautore del capitalismo, agonismo forestale antropomorfo, la cui versione selvaggiamente estremizzata e globalizzata (cioè estesa all’intero Pianeta) si dice liberismo.

         Lo Stato liberista si ammanta di leggi fingendo di legittimarsi con queste ignorando l’altra verità scientifica che legittimo è solo ciò che è conforme ai diritti naturali. Si continua a chiamare economia ciò che è solo predonomia (artescienza della predazione antropomorfa) mentre l’economia propriamente detta è la scienza risolutiva dello Stato-padre che accudisce tutti i nati.

         E’ tempo di finirla con lo slogan manicheistico (così caro all’onesto e gentile –e ingenuo – magistrato Caselli) “più legalità, meno criminalità”, secondo cui tutto il bene starebbe da una parte. Non intendo esortare a disubbidire alla legge ma solo affermare che questa è giusta solo nella misura in cui è conforme ai diritti naturali. Per il resto può essere essa stessa uno strumento criminale.

         La legalità liberista-affarista sta distruggendo quel poco che era stato fatto a favore dei diritti naturali. Proprio in questi giorni imperversa lo scontro fra la legge e la piazza (che la contesta in nome del diritto e della coscienza) per salvare la scuola da un’offensiva di tipo medioevale. Che la legalità sia l’unica alternativa alla criminalità e quindi alle mafie è un’ennesima menzogna degli autòcrati borghesi.

         Le mafie non sono (come si ripete) contro questo Stato dei cui strumenti, sia pure collaterali (come le banche) si servono per reinvestire i loro profitti predatori. La genesi di ogni mafia è complessa: schematicamente diciamo che c’è un nucleo solido, costituito da una vera e propria autocrazia (talora passata da un boss all’altro come una monarchia ereditaria) e un contorno morbido costituito da elementi anche occasionali che spesso sono cittadini abbandonati dallo Stato. Come tutte le organizzazioni segrete di carattere affaristico, eredi di una tradizione, hanno un rituale di iniziazione (che talora ripete costumi secolari) e di disciplina. Sempre per via della clandestinità, talora praticano la tortura e la violenza contro traditori e recedenti perché in possesso, questi, di segreti e quindi possibili veicoli d’informazione. Molte autocrazie mafiose (ovvero di affarismo occulto) praticano anche la pena di morte con processi sommari in assenza dell’interessato, che può essere raggiunto ovunque. Spesso l’esecutore di un omicidio può essere un affiliato ricalcitrante che lo esegue sotto la minaccia di morte.    

         Altra verità scientifica: il nostro inconscio ragiona! Per esempio: “se il predare il necessario del prossimo per arricchire il proprio superfluo senza limite – crimine per sé stesso – è un fine lecito, tutti i mezzi per raggiungerlo sono leciti”. Sfido moralisti, psicologi, sociologi, psicoanalisti e criminologi a dimostrarmi il contrario. Questa convinzione inconscia vale per mafiosi e predatori comuni. Di fatto, fra legale (la via per arricchirsi rispettando le regole del mercato, per esempio) e paralegale (raggiungere lo stesso fine con mezzi non legali) non c’è soluzione di continuità. La collusione non è necessariamente un fatto personale ma è nell’essenza e nello spirito del sistema gestito da uno Stato di fatto ancora medioevale (cfr. l’attuale assetto governativo).

         Stando così le cose, un’Antimafia si smentisce da sé non potendo mai raggiungere lo scopo dal momento che l’affarismo paralegale (le mafie, appunto) fanno parte della struttura del sistema. Essa può solo creare dei “capri espiatori” per favorire un’altra menzogna: che la mafia sia un corpo estraneo di una società altrimenti sana e alimentare l’àlibi: che le cose vanno male perché c’è la mafia. Solo a questo serve l’attività giudiziaria anche quando è “generosa” con un Andreotti, impietosa con un Contrada e totalmente ingiusta con un giusto come Tortora.

         La lotta alla mafia è una lotta ad un sistema che la produce ed alimenta. Ad un dibattito radiofonico di molti anni fa, al sindaco di Misterbianco (CT), che gridava “abbasso la mafia”, gli contrapposi, sorprendendolo non poco, nonostante costui fosse un ex comunista, che bisognava gridare “abbasso il capitalismo”.

         Come rapportarsi dunque con la mafia?. Non come i Falcone: il loro sacrificio mi commuove sul piano umano ma la loro teoria non mi convince. Non esiste un problema della mafia ma del capitalismo. La cronaca dei fatti di mafia serve per fare lettori ed è perfino tollerata dai personaggi citati, che magari sentono di fare del protagonismo. Esiste un grosso giornale (in provincia di Ascoli Piceno), che è una vera antologia di fatti mafiosi: chi lo fa vive di cronaca. Perciò non prese nemmeno in considerazione il mio citato lavoro “Mafia per non dire capitalismo” perché la verità scientifica avrebbe dimostrato la inutilità di quel periodico, che non manca di agitare lo slogan sopra descritto.

         Quando la cronaca porta difficoltà all’interno di qualche mafia, allora c’è da aspettarsi delle reazioni violente. “Gomorra” deve essere stata recepita come una denuncia ed un’aggressione personali! L’esortazione a non pagare il pizzo serve a diffondere la menzogna che la mafia possa essere debellata con il contributo delle sue vittime inermi mentre essa – come la delinquenza “economica” comune – è naturale in un contesto dove il primo delinquente è lo Stato (offensore dei diritti naturali).

          Io non so quale sia stato il proposito di Roberto Saviano nell’accingersi a scrivere la sua opera, incriminata dalla mafia (sic): se quello di fare soldi a palate, c’è riuscito anche fin troppo bene. Se anche quello di contribuire al debellamento del fenomeno, allora, a maggior ragione, devo anche riconoscergli una buona dose di ingenuità e una cognizione sociologica del fatto non proprio eccellente, poiché non si tratta di conoscere fatti e segreti ma di sapere perché quelle cose avvengano.

         Perché non ha scritto un testo per denunciare i crimini dello Stato? Lo sa quanti pizzi legali paghiamo? Ne cito uno per tutti: il canone RAI, un abbonamento “coatto” per un servizio del tutto simile ad un qualsiasi prodotto di parte e commerciale, ed estorto con la minaccia del pignoramento di beni anche a vecchi pensionati di fame il cui unico diversivo è un apparecchio televisivo.

         Da 62 anni denuncio i crimini di Stato (e non credo di essere il solo) e da alcuni anni, tramite Internet, inoltro ai grossi mass media i miei molti scritti destinati ad alcune testate, ma quelli tacciono. Saviano è diventato ricco ed eroe senza cambiare nulla, io sono rimasto povero e sovversivo, consapevole dei “limiti della realtà”. Opere come la sua piacciono allo Stato borghese, perché l’aiutano a fingere di combattere un male che esso stesso alimenta. Al contrario, non gli può piacere un lavoro che lo smaschera. Io penso che Roberto Saviano abbia agito come un apprendista stregone: calamitato da un possibile successo quanto ora sommerso da una comprensibile paura, che gli ha reso difficile la vita. Gli auguro ogni bene.

 

 
 

Dall’autorevole “Espresso”

 

Un Tremonti, precettore morale per uso parlamentare?

 

                                                                                  Carmelo R. Viola

 

         Ho appena finito di scrivere ed inoltrare l’articolo dedicato all’ineffabile serafico Giulio – viso da bambino, anzi da ciuccetto – quando mi capita sotto gli occhi un articolo di Luca Piana sull’autorevole rivista “L’Espresso”, ultimo numero, dal titolo: “Il conflitto di Tremonti” il cui sommario introduttivo, in neretto, recita: “Gli affari segreti dello studio fondato dal ministro. Tra banche, petrolieri e aziende pubbliche, incarichi di prestigio agli associati. E pratiche che procedono a rilento all’Agenzia delle Entrate”.

         Il testo esordisce con queste parole: “La pratica è arrivata sul tavolo degli ispettori anti evasione da tempo”. Il seguito è una cronistoria discrezionale con l’intento, prudente se non anche corretto, di attenersi scrupolosamente ai fatti lasciando che siano questi a giudicare il pubblico fustigatore di costumi antifiscali, sperperatori delle sostanze dello Stato e predatori delle tasche degli onesti contribuenti – in funzione  dell’altra faccia, fiscale, del cerbero burocratologo, al secolo Brunetta. A giudicare, dicevo, lo specialista delle finanze, chirurgo di tagli cesarii delle spese pubbliche – quelle destinate ai servizi sociali, come dire ai diritti naturali, i quali (per fortuna) non sono prodotti dai legislatori del tipo in causa ma da questi (per disgrazia) soffocabili fino all’asfissia totale.

         Le parole di Luca Piana mi dovrebbero sorprendere, almeno per lo stridente contrasto delle circostanze – insomma delle due facce – pubblica e privata – di uno stesso esperto ministeriale in capo delle casse del potere pubblico, ma potrei semplicemente dire: “come volevasi dimostrare” (come ai temi del liceo), pensando ad un Paese, dove pare che tutto sia marcio o marcescente, tutti – predatori e vittime (prede) – essendo impegnati a battersi o per il proprio potere di sopravvivenza (e sono i più) o per la conservazione e arricchimento della dolce vita (e sono pochi). Il che significa che il solo torto dei benestanti o padreterni è quello di non essere poveri se i poveri non sono più capaci di vedere al di là del proprio naso e organizzare una lotta rivoluzionaria per realizzare una società a misura d’uomo socialmente adulta, di uomo - per dirla in assoluta laicità – fratello e quindi capace di costituire una comunità finalmente coesa e solidale e non  più turbolentamente para-animale (antropozoica). Vale, a maggior ragione per questa colonia di sudditi, l’un contro l’altro armati, quanto ho sentito stamani alla televisione a proposito della pretesa “più grande democrazia del mondo” con un neo presidente che dovrebbe cambiare la consistenza di un aggregato di “pochi ricchi che si fanno sempre più ricchi e di moltissimi poveri che diventano sempre più poveri”.

         Tuttavia, una cosa sì, se non mi sorprende, mi strappa una considerazione “rabbiosa”: come mai si consenta ad un “onorevole” (così detto secondo il gergo liturgico della casta), che già percepisce uno stipendio (onorario?) da nababbo, di esercitare una seconda libera attività professionale super-redditizia, quando la prima, tra l’altro, lo dovrebbe assorbire a tempo pieno? Ma anche questa interlocuzione senza interlocutore cade nel nulla se si tiene conto che i parlamentari godono perfino del privilegio della “libera assenza” senza incorrere in alcun provvedimento disciplinare e meno che mai pecuniario.

         Mi torna in mente a questo punto la predica dell’altro savonarola-inquisitore (che – non per niente siamo in una giungla antropomorfa – mi sa < mi si perdoni > di gigantesco ranocchio), del signor Brunetta, volevo dire, i cui strali contro l’assenteismo (che è un male vero) risparmiano totalmente la suddetta casta di intoccabili di Montecitorio (che, guarda caso, qualcuno chiama, e non a caso, “monteciborio”, sinonimo di mangiatoia, termine che fa parte del linguaggio degli anarchici. “Mandateli lassù” è il titolo di un famoso libro di Luigi Bertone, anarchico scomparso da tempo, l’essenza del cui contenuto è tutta nel titolo.

         La scienza ci conferma la ineluttabilità dello Stato come potere centrale, ma anche la necessità di uomini che sappiano usarne le leve non per lucrare profitti bensì nell’interesse esclusivo di tutti i membri della comunità statale (nessuno escluso).Quella del parlamentare dovrebbe essere una missione non un mestiere.

         Che cosa dice dunque l’articolo di Luca Piana? Mi limito a citare poche righe: “I proclami del ministro a volte stridono pesantemente con il business dello studio facendo apparire Tremonti come il Don Giovanni di Mozart: cambiando identità a seconda della donna che ha davanti, il seduttore sembra perdere se stesso. Lui attacca la grande finanza, ma fra i clienti abbondano le banche…”.

         Sarebbe fuor di luogo aggiungere dell’altro. Chi vuole può acquistare la rivista o andare a leggersi l’intero articolo in questione anche in Internet senza recarsi in edicola. Nel mio intervento precedente ho detto quanto vale, a mio avviso, il prestigiatore dei soldi nel teatro (o teatrino) del potere politico, indipendentemente dalla sua seconda identità. C’è di peggio?

 

 
 

Oltre al danno la beffa

 

L’etica (sic!) di Tremonti, il “signore dei tagli”

 

                                                                                            Carmelo R. Viola

 

            Tremonti è il “signore dei tagli”: uno di quei saggi (si fa per dire) che, dall’alto della loro somma saggezza – inaccessibile ai comuni mortali -  risolvono le difficoltà di bilancio dello Stato nella maniera più semplice e – se me lo si consente – più infantile e stupida – possibile: tagliando indiscriminatamente. Costui mi ricorda un proto, altrettanto infantile e stupido – dell’epoca della stampa a piombo - che, per fare entrare una poesia in una stereotipia – pagina tipografica – risolse il problema accorciando la poesia stessa, cioè privandola dei versi esorbitanti, ovvero “tagliandola” in basso, distruggendone l’architettura, di fatto, e mandando in bestia – e con ragione – l’autore.

            Così si comporta il “signore dei tagli”, al secolo Tremonti, che agisce dietro le quinte dettando le potature delle spese pubbliche ai vari dicasteri. Tagliare, nel senso di questa circostanza, significa cancellare strumenti di vita civile, posti di lavoro e speranze, in altre parole, produrre più povertà, più difficoltà, più disoccupazione, più sofferenza, più sacrifici, più lacrime, più infelicità! Vuol dire menare botte da orbi in un ambiente buio per colpire qualcuno, magari innocente; significa – se vogliamo creare un’analogia medico-anatomica – risolvere un’obesità “rifilando” i tessuti eccedenti di un corpo riuscendo solo a farlo morire per dissanguamento e non certo in istato di eutanasia! Un vero terrorismo esistenziale. Ci avete pensato?

            Il signor Tremonti – mi perdoni il destinatario, ma non riesco a dargli né del professore né dell’onorevole: professore di che? e onorevole perché? – il signor Tremonti, dicevo, si guarda bene dal tagliare dalla parte dei “signori” superprivilegiati, della cui casta egli fa parte, i quali, in un periodo di crisi  come, del resto da sempre, con il buono e il cattivo tempo -  si sono testé regalato un autoaumento di oltre mille €uro mensili, riscuotendo ogni mese circa 20 mila €uro senza contare innumeri privilegi e la possibilità di andare in pensione con appena 35 (diconsi trentacinque!) mesi di… attività parlamentare.

            Con i tagli alla sanità (specie in Sicilia) chiudono persino ospedali; con i tagli alla scuola -  un ennesimo settore “rifilato a caso”, perfino persone quasi cinquantenni, dopo una lunga via crucis di concorsi e di supplenze tipo elemosina, si ritroveranno sul lastrico, defraudati di ogni diritto acquisito (contro la stessa logica giuridica) e talora anche di quello – nativo – alla vita perché troppo anziani per trovare un lavoro e troppo giovani per avere una pensione, che del resto non possono avere avuto modo di maturare, nemmeno in parte, con eventuali assicurazioni private, assicurazioni che sarebbero state tasse volontarie sostenute da disoccupati!!! Questo è solo un esempio di cosa significhi tagliare per far tornare i conti di uno Stato imbelle e indegno e mantenere i privilegi di una casta che disonora il Paese e la civiltà.

            Ed è proprio costui, il “signore dei tagli”, a blaterare di etica! Evidentemente, oltre a non conoscere la scienza sociale, di cui fa parte l’economia – che sarebbe la sua materia – costui non conosce il diritto (che è sempre parte di quella scienza) e meno che mai la scienza monetaria, che comincia dalla sovranità in materia da parte del potere pubblico e costituisce il nucleo della vera economia. Secondo questa la quantità della moneta da spendere non è quella creata dalla piovra bancario-usuraia, ma quella dettata dal fabbisogno della funzionalità della distribuzione dei beni del lavoro e quindi coniata dallo Stato. Ancor peggio, non conosce nemmeno la lingua italiana, se usa la parola etica senza cognizione di causa mettendo assieme capri e cavoli.

Ma quando mai l’etica ha avuto una qualche correlazione con il capitalismo, modus vivendi trasposto direttamente dalla giungla e via via camuffato da un diritto ad usum delphini?  Forse confonde la società umana con quella? Sta di fatto che la definizione della parola etica – ho sotto gli occhi il grande vocabolario della Treccani – fa riferimento al vero bene e ai mezzi per conseguirlo e soprattutto ai doveri morali verso sé stesso e verso gli altri. E sappiamo che il dovere sarebbe incomprensibile senza avere cognizione del diritto naturale, che è ciò che  spetta a tutti per il solo fatto di essere nati.

            Evidentemente per il signor Tremonti esistono, e unicamente per il popolo bue (la Chiesa lo chiama gregge),  solo doveri verso uno Stato, che Stato non è ma un’agenzia al servizio del padronato e dei più forti, e verso la casta statale di cui costui fa meritatamente parte.

            La smetta dunque di vaneggiare e di far male al suo prossimo venendo perfino meno al comandamento evangelico, semmai “faccia”anche il cristiano.

            Tuttavia se pensa che io abbia torto, mi scriva pure ed io sarò ben lieto di rispondergli anche se l’onorevole dei nostri tempi si ammanta di quella malattia psicologica, che si chiama “sufficienza”, ed è spesso anche un vigliacco.

            E’ tempo sì, “signore dei tagli”, di riscoprire l’etica, ma non quella fatta per uso e consumo di chi l’etica non conosce: il dovere morale massimo è quello di rispettare i diritti naturali di tutti. Ne scaturisce, al punto in cui ci troviamo, e prima che sia troppo tardi, la necessità di fare in modo che tanti signori privilegiati assai poco onorevoli siano messi nella condizione di non continuare a nuocere all’umanità, come costoro stanno facendo con claunesca disinvoltura, naturalmente in nome del bene comune e del Paese. Ci sta costui?

 

 
 

L’economia di Pulcinella

Mancanza di fondi e debito pubblico

                                                                                Carmelo R. Viola

 

         Nella Regione Siciliana le spese sanitarie effettuate dalle strutture pubbliche e dai cosiddetti “convenzionati” hanno superato i “parametri stabiliti dalla legge” e il governo isolano è già ricorso ai ripari: ha stabilito un “piano di rientro”, il che significa, assieme al blocco di sovvenzioni a questi ultimi, una riduzione dei posti-letto (5702 per la precisione), delle AUSL (da 26 a 14 - sic!), la chiusura di ospedali e un accorpamento dei servizi (che equivale ad una riduzione degli stessi). Conseguenza per i pazienti poveri: numero verde con attese impossibili o rinuncia alla salute!

         La prima affermazione, che denota una pietosa ignoranza della “scienza della civiltà” è espressa dai “parametri stabiliti dalla legge”. Prima risposta: “la legge non può stabilire i parametri dei bisogni”. Non è che non si capisca ma si ha interesse di far credere che sia ineluttabile “non adeguare i mezzi finanziari ai bisogni ma sacrificare i bisogni alle disponibilità monetarie”. Compiango i molti funzionari onesti che sono costretti a fare acrobazie per fare stare in piedi una logica manicomiale.

         Ci troviamo infatti davanti a situazioni come questa: esiste potenzialmente il materiale per la costruzione di un ospedale, esiste la materia prima umana (ingegneri, tecnici ed operai), richieste per l’opera, ma questa non può essere compiuta per insufficienza di fondi. Donde la repressione dei bisogni con una catena infinita di sofferenza… dalla quale sono esclusi tutti coloro che dispongono di un potere d’acquisto ovattato quando non sono ricchi o ricchissimi come i grandi banchieri e  industriali (o i grossi uomini d’affari del capitalismo collaterale detto mafioso).

         Si tenga conto che ogni prodotto umano (come un ospedale) risulta dal lavoro, che tutti i cittadini devono comunque nutrirsi, curarsi, istruirsi e così via e che pertanto devono ricevere un sufficiente potere d’acquisto. Ora, se un cittadino riceve il fabbisogno anche se inabile, a maggior ragione è un possibile produttore di strumenti civili (come un ospedale, appunto) senza necessariamente pesare ulteriormente in senso monetario, salvo a riconoscergli un “di più per meriti o fatiche particolari”: E quando dico fatiche mi riferisco a coloro che fanno lavori usuranti, esposti alle intemperie, rischiosi, spiacevoli et similia.

         La insufficienza di moneta da parte del potere pubblico è il primo tratto psicosomatico dell’economia di Pulcinella dal quale risulta evidente che il sistema vigente “non funziona”. Ora, una cosa che non funziona va riparata o sostituita. Ma i padroni di fatto del sistema in causa, quelli appunto che si trovano al di sopra di ogni sofferenza da insufficienza monetaria e che detengono le leve dello Stato, allo scopo di far sopravvivere il sistema stesso, ricorrono ai banchieri per prestiti che costituiscono il famigerato debito pubblico, cosiddetto perché grava su ogni cittadino (sentite!) anche se nascituro, sempre con la differenza notevole che per i benestanti, il debito restituito, attraverso il fisco, diretto o indiretto, scalfisce la ricchezza, mentre tutti i poveri diventano più poveri.

         Il debito pubblico risulta da un’imbecillità così grande che mi richiama il famoso aforisma di Einstein: “Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana”.

         L’economia di Pulcinella è tale solo in apparenza: nella realtà è solo l’economia dei grandi usurai e di quanti ci girano intorno per raccoglierne le briciole. E’ legge della vera economia che “i parametri della vita sociale sono i bisogni”. Poiché la civiltà non è nata “adulta”, è ovvio che inizialmente i punti di riferimento fossero i profitti usurai degli speculatori: ma da tempo c’è scienza e tecnologia sufficienti per capovolgere la situazione e non raccontare più la mostruosa, grottesca e scompisciante barzelletta dell’insufficienza di fondi e della conseguente chiusura di ospedali. Oggi perfino un clima può dipendere, sia pure in parte, dall’uomo, figuriamoci se non ne dipenda per intero un sistema sociale!

         E’ altrettanto evidente che la vera soluzione consiste nell’intervenire sulla causa efficiente, ovvero sulla “funzione della moneta”. La quale è uno strumento e, come tale, deve essere prodotto, distribuito e recuperato. Ciò che manca alla macchina dello Stato è il quarto potere monetario, il quale tuttavia può rispondere ai bisogni di tutti i cittadini solo se usato scientificamente. La resistenza della casta di chi ama “tesaurizzare il superfluo” è forte da secoli e capace di obnubilare la mente dei più e convincerli che una “giustizia monetaria” – senza insufficienza di fondi e senza debito pubblico – sia una follia più che un’utopia. La moneta passiva fa parte degli strumenti del socialismo.

         Capita così che perfino uomini ritenuti di destra ma sinceri come Ezra Pound, si facciano ben dodici anni di manicomio criminale perché l’idea di “moneta prescrivibile” del tedesco Silvius Gesell, da lui abbracciata, costituiva un tradimento per quella cricca di banchieri-parassiti che tuttora imperversano non solo contro i popoli degli USA ma contro il mondo intero (grazie al liberismo globale) attraverso la manipolazione della moneta. L’Italia e la stessa Europa sono regioni all’interno di un sistema dove pochi potenti, con codazzi di servi e di utili idioti, si coalizzano nella prestidigitazione illusionistica dei fondi monetari e del debito pubblico.

         Pound era anzitutto un poeta ma ricco di quel dono che si chiama intuizione, sociale ed umanitaria. Non scrisse mai un trattato economico ma  conosceva – e lo ripeteva – ciò che  impedisce alla civiltà di decollare: la piovra bancaria, che copre l’intero Pianeta come una ragnatela maligna, e che “lucra interessi dalla moneta che crea dal nulla”!

         In questo contesto amministrare-governare si può risolvere in delinquere. Dire come saltare il fosso è perfino scontato se in possesso di una tecnologia così avanzata che può perfino darci una “cibernetica” monetaria”, esatta come l’alchimia della previdenza sociale e dimostrare che i pazzi sono coloro che giustificano la disoccupazione e la povertà e non solo coloro che – al limite del paranoico – chiudono perfino ospedali!

 

 
 
Una mostra fotografica ad Acireale (CT)
 
Quando la foto è poesia
 
Cinzia Catanzaro ha le sembianze di una bambina ma è una ragazza matura che sa il fatto suo. . . Nata a Catania ed abitante ad Aci Catena (Ct), presta una multiforme collaborazione lavorativa presso una nota azienda di Acireale, dove distribuisce cordialità e sorrisi a titolari, colleghi e clienti. Dotata del miglior titolo culturale, che è quello dell'autodidatta, appena quattro anni fa sa dare una fisionomia alla sua inquieta anima di artista, che la porta a frequentare, intanto, un corso di fotografia presso il Gruppo "Le Gru" di Valverde (CT).
L'apprendimento di questa tecnica le permette di vedere quella dimensione estetica dell'ambiente che ci circonda e che di norma sfugge alla gente comune. Non usa il pennello né i colori né scrive versi o parole (almeno per ora) ma sa cogliere quella velatura o suggerimento di poesia, ìnsita e inappariscente  (in quanto siamo soliti guardare - senza vedere! - con la maledetta fretta della vita moderna o tormentata), usando una semplice macchina fotografica. Ma con maestria!
E' lei la prima a sorprendersi di avere scoperta sé stessa ovvero la poesia come dimensione della vita. Quando Fromm afferma essere l'amore la risposta all'esistenza egli si riferisce anzitutto al suo involucro sentimentale ed estetico-poetico. Infatti, l'uomo vive di valori, la cui mancanza è la prima causa d'infelicità. E la poesia è il valore che giustifica le notti insonni dello scrittore o del ricercatore. Ma ad ognuno i suoi valori. Quelli di un cuore nobile non sono quelli del rapace o del beone. Come tutti i poeti la Cinzia sa che la nuda pietra o la umile erbetta della campagna non sono pietra o erbetta se percepite poeticamente, nel caso specifico attraverso l'obiettivo di una fotocamera.
E' con questo che la nostra artista ha ripreso una quantità incalcolabile di scorci di città, edifici, monumenti, statue, paesaggi e dettagli normalmente trascurati. Il suo archivio - di immagini catturate al pantarei del mondo naturale e antropico - è già un tesoro di tutto rispetto.
I lavori esposti alla recente mostra del Centro Culturale Zero69 di Acireale (CT) vogliono soltanto essere alcuni esemplari rappresentativi di un'artista già ricca di esperienza,capace di impressionare i numerosi visitatori, e che ambisce - e meritatamente - a riconoscimenti sempre più appaganti.
Cinzia Catanzaro è presente in internet, nel sito dell'"Urlo", periodico telematico dell'Università di Catania.
Difficoltà tecniche non ci consentono di produrre una serie di prodotti, come l'Autrice meriterebbe. Tuttavia, ne abbiamo scelto uno, da noi stessi definito "Sfondo mistico", dove è possibile constatare l'effetto visivo sopra accennato: l'emozione estetico-poetica  del doppio colonnato, di pietra e di ombre, visto da un punto di osservazione bene studiato, con sullo sfondo l'umanità che avanza.  E' anche possibile notare -  osservando il dettaglio -   l'erosione del tempo e una specie di corsa verso l'ignoto infinito. La poesia, insomma. Quel corridoio con in lontananza figure umane che avanzano mi ha suggerito il titolo "mistico". La bravura dell'artista consiste nel fornire un quadro capace di richiamare in ogni osservatore visioni oniriche o confessioni autocognitive emergenti dal subconscio. Cinzia Catanzaro può tanto!

 

 
 

Scuola di morte per mancanza di fondi

 

Quando il capitalismo cade a pezzi…

 

                                                                                                  Carmelo R. Viola

 

         Non esiste nessuna crisi finanziaria, esiste la crisi del capitalismo: una crisi nella crisi giacché il capitalismo, superato il livello “naturale” dell’esordio storico dell’uomo, è diventata la “crisi della civiltà”. Questo significa che il capitalismo, versione umana della lotta per l’esistenza, vigente nella giungla e fatta soprattutto di predazione, non è più compatibile con uno sviluppo ad alto tasso tecnologico, scientifico e di conoscenza generale della civiltà. La quale civiltà, così cresciuta,  o è “adulta” – ovvero storicamente compiuta – o è in lotta contro sé stessa, il capitalismo risolvendosi in guerra intraetnica – esempio unico in tutta la storia della vita – e quindi, per effetto degli  enormi strumenti di offesa, in posizione suicida.

         Alla primitività è seguito un lunghissimo intermezzo o adolescenza o medioevo, prestatale e statale, durante il quale il capitalismo è stato via via modificato nella forma restando sempre sé stesso nell’essenza. L’ultimo “aggiustamento modale” è quello della privatizzazione (liberismo) ed è il peggiore perché va in senso diametralmente opposto alla destinazione naturale e logica dello Stato, che dovrebbe porre fine alla conflittualità per l’appunto intraetnica e quindi antibiologica e consentire ai soggetti della specie umana di vivere in comunità con i propri simili alla stregua di gruppi umani primitivi non ancora colpiti dal “virus del capitale”.

         Quest’aggiustamento estremo – frutto di psicopatici nella veste degenere del padrone o del servo, vuole che lo Stato sia soltanto un arbitro della detta conflittualità sociale generalizzata identificando in essa la libertà cosiddetta imprenditoriale che è solo manipolazione affaristica.

         Succede così che alle regole legali di tale guerra – così care ai gestori dell’Antimafia (digiuni di scienza sociale) – vengano naturalmente contrapposte quelle paralegali della criminalità organizzata  (come la miriade  di mafie in Italia e nel mondo), regole queste legittimate dal diritto di difesa e di concorrenza-emulazione proprio di ogni guerra. Costoro, teorici del capitalismo e savonarola della legalità, non hanno compreso che la guerra non può essere moralizzata e che quindi la legalità “bellica” non corrisponde alla legittimità biologica.

         In tale contesto la moneta, che è uno strumento elastico – e soltanto uno strumento – per la distribuzione dei beni e del benessere prodotti dal lavoro collettivo, viene esso stesso trasformato in merce ed affidato a “botteghe monetarie” dette banche. E, allo stesso modo il diritto al lavoro-vita diventa merce! Ed è così che si ripete la circostanza paradossale, insieme barzelletta e crimine: quella che in presenza di disoccupati, operai e tecnici, che non aspettano altro che di operare, e di materie prime utili per la produzione di materiale derivato occorrente per costruire – poniamo una scuola – o soltanto per ripararla, non si può operare per mancanza di fondi ovvero perché manca la moneta, strumento elastico , che può essere prodotto e recuperato, oggi, con esattezza matematica grazie ad una possibile vera e propria cibernetica.

         Si dice che in Italia ci siano centinaia di scuole prive o povere di manutenzione strutturale per la suddetta paradossale situazione, non si sa se più ridicola o se più criminosa. E capita che una scuola crolli e uccida decine di piccoli scolari, perdendo la vita nel momento in cui dovrebbero cominciare a viverla lasciando altrettante famiglie in un dolore inestinguibile o che crolli un tetto che – ultimo incidente da sistema antiumano esistente -  uccide un giovane di diciassette anni e ne riduca altri in fin di vita seminando anche qui lutti e angosce inesprimibili. Così un locale di studio e di formazione si può trasformare in una tomba!

         La giustificazione dei responsabili di essere stati bloccati dalla mancanza di fondi, se ha un pregio giuridico nel contesto capitalista che legalizza la forma, rispetto ai diritti naturali – la sostanza! – e alla logica, non fa che confermare che il capitalismo è già da molto tempo un meccanismo stupido e criminale, indegno di una specie intelligente, quale e quella umana ed utile solo a coloro che si attardano a vivere da animali intelligenti, servendosene per accumulare uno sconfinato e inutile tesoro (superfluo) a cui corrisponde, come in una semplice operazione aritmetica, uno sconfinato difetto di necessario ovvero una sconfinata quantità di gente che vive nella povertà e nel bisogno.

         Volere fare sopravvivere il capitalismo – ovvero fare quadrare i conti di affaristi, padroni ed utili idioti – alla propria naturale morte seguita all’esaurimento della propria funzione para-animale, è da criminali o da profondamente stupidi.

         L’incidente mortale appena citato è soltanto uno dei tanti eventi che dovrebbero fare rinsavire i vari Tremonti e pentire i vari ”ricchi epuloni” di tenere la società vittima di un animalismo che da tempo non ha ragione di esistere.

 

 
 

No alla depenalizzazione dell’omosessualità!

 

L’Inquisizione sotto la cenere

 

                                                                                   Carmelo R. Viola

 

         Chi avesse pensato ad un ravvedimento di santamadrechiesa circa quel plurimacrocrimine cruento, orrendo, sottilmente feroce, durato secoli, chiamato Inquisizione, inserito in un contesto di orrori e di atrocità inenarrabili e inimmaginabili, di cui nessuno ha mai chiesto perdono all’umanità, si ricreda! E come pensare che una casta stregona malefica abbia cessato di essere sé stessa o che il cuore di un organismo vivente abbia cessato di pulsare.

         Certo le condizioni sociali venutesi a creare dopo l’intervento di un Napoleone pieno della propria potenza ma laico, che ai  primi dell’Ottocento proibì l’Inquisizione e la Presa di Porta Pia (1860), che cancellò il potere temporale boia dei papi, il Vaticano, risparmiato dalla generosità dei patrioti nazionali, è costretto a darsi un contegno civile compatibile con i nuovi tempi, ed anzi si fa promotore di iniziative umanitarie e caritatevoli con il sacrificio sincero di semplici agenti che, credendoci, fanno il suo gioco, e con il danaro di sottoscrittori fedeli o ipocritamente interessati.

         E’ di questi giorni la raccomandazione dello Stato papale all’ONU affinché non depenalizzi l’omosessualità, raccomandazione che ci riporta alla millenaria pretesa del Soglio di Pietro di piccarsi di competenze che esulano totalmente dalla sfera del religioso, come quelle relative alla “scienza della sessualità”, che compete alla fisiologia e alla medicina, semmai. Ma – Islam docet – è proprio la presunta “conoscenza per dono di Dio” che caratterizza le grandi religioni teiste.

         Sia sempre ben chiaro: tutto il rispetto per ogni credente, qualunque sia l’oggetto della sua credenza, ma un poco meno per coloro che scambiano la fede (che nel caso specifico non c’è in chi la gestisce)  con la “sudditanza obbediente e servile” ad un istituto – quale che sia – che si autodefinisce rappresentante di Dio e, in quanto tale, non si limita a predicare – e magari infondere nei minori (vedi catechesi) – delle presunte verità come valori motori del quotidiano, ma pretende di dettare leggi agli Stati e di “imporle”, attraverso il potere legislativo, ai popoli e ai singoli ricalcitranti  nell’ignoranza e della natura e dei diritti naturali.

         E’ il caso in questione. L’omosessualità è vecchia quanto la civiltà ma non è sempre stata considerata un problema e tanto meno un male diabolico da combattere alla stregua di un crimine addirittura contro l‘umanità, contro la natura e contro Dio! Presso la civiltà greca l’omosessualità (e con questa la multiforme sessualità) era considerata manifestazione fisiologica vissuta senza peccato e senza vergogna. Basterebbe citare Platone e l’amore che da lui prese il nome di “platonico” e Saffo, l’antesignana del sesso lesbico.

         Dobbiamo, non al cristianesimo dell’”amore del prossimo” – in cui lo scrivente da laico, si ritrova comunque – ma al cristianesimo “costantiniano”, sempre più politicizzato, l’esasperazione del peccato e la criminalizzazione dell’omosessualità. E’ la politicizzazione che porterà all’Inquisizione e che farà leva sulla trasgressione omosessuale per una motivazione, zelantemente taciuta dai responsabili, ma che ci riporta dritti alla degenerazione della parola di Cristo - storico o leggendario poco importa – usata per fini di potere. Nell’ àmbito di questo il regime della sessualità – e quindi del coniugio procreativo – è l’asse portante del dominio totale sull’uomo, considerato come un “animale naturalmente dipendente” – dall’intermediario tra Cielo e Terra – e quindi sfruttabile ai fini di un piacevole esercizio del potere.

         Per chi studia la “psicologia della specie umana” in fieri (cfr. la biologia sociale) sa che il primo motore dell’esistenza è la fame, quindi la ricerca del cibo, che diventa, per estensione, la predazione che l’uomo esercita anche attraverso l’imposizione di rigorose norme di vita canoniche. Ecco perché dietro l’aspetto religioso c’è la dimensione politica, dietro di questa quella psicodinamica e dietro ancora l’insufficienza evoluzionale (morale) del sedicente autoreferente del Cielo.

         Ecco perché l’omosessualità, che rappresenta una deroga dal comportamento sessuale liturgico (quello, appunto, della famiglia procreativa) è combattuta alla pari del divorzio, dell’aborto e dell’eutanasia, tre eventi che disturbano la totalità della predazione, trasmutazione di un ancestrale comportamento forestale che, al livello umano può acquistare una valenza psichiatrica.

         Ebbene, su questi divieti psichiatrici il neòfita Magdi Allan, antonominatosi anche Cristiano, vuole fondare un partito. Proprio quello che ci vuole in tempi in cui divampano le conflittualità “terroristiche” in nome di non si sa più quale Allah.

         Certo non sono più possibili processi con sottili e lunghe torture con godimento sadico dei santi inquisitori né crocifissioni né roghi di corpi umani in pubbliche piazza in onore del Dio onnipotente. Il Sant’Uffizio – che ancora esiste, mi pare – non può più esternare il meglio della sua triste e terribile storia, ma può chiedere all’ONU di non depenalizzare gli atti omosessuali, aggiungendo, gesuiticamente, che l’omosessuale, in quanto tale, bontà sua, può continuare a vivere se si vota alla castità totale e perenne, non si sa se come quei santi uomini in veste talare o monacale che, forse per onorare l’innocenza, si dedicano alla pedofilia.

         Sic transit gloria mundi.