L’EUROPA E IL” NUOVO ORDINE MONDIALE”

I° -  Cenni di biologia della storia

 

         1 - PREMESSA – Per entrare nel merito del tema  ed essere compreso – anche se non condiviso - dai miei lettori (e possibili interlocutori), devo accennare alla mia visione del mondo. Una delle gioie più grandi della mia  lontana e non felice gioventù, era la lettura. Leggendo il pensiero altrui imparai ben presto a scoprire  - forse intuire - il mio come qualcosa che mi appartenesse di già senza che io lo sapessi, ma anche il libro dei libri, che non è propriamente la Bibbia (con tutto il rispetto per chi ci crede) ma la indefinibile-ineffabile Natura. Così, ho costruito durante decenni di elaborazione empirico-intuitiva la mia chiave di lettura del mondo reale, a cui ho dato alfine la denominazione di biologia (del) sociale. Se è vero che non esistono verità assolute – meno questa appena formulata – ciò vuol dire che ogni valutazione, per essere per lo meno attendibile, deve avere dei punti di riferimento certi. L’oggetto della mia giovanile “fame di sapere” si formulava – e si formula ancora – in domande come queste: “che cos’è l’uomo?”, “perché si comporta in un modo o in un altro?”. “perché fa la guerra?”, “che cos’è la storia?” e così via. Ma anche “da che viene  questa fame di sapere?”.

 

         La necessità di contenere questo intervento m’induce ad essere sintetico, il che può sembrare “lacunoso”. Perciò, passo a dire senz’altro che i miei punti di riferimento sono le pulsioni che costituiscono la vita stessa come bisogno spontaneo – talora autocompulsivamente irresistibile – di essere al mondo, di compiermi e di non morire. Spero non sembrare oscuro: essere al mondo significa esistere cioè – secondo l’etimologia latina ex-sistere – emergere in modo organico dal magma della vita potenziale e inorganica che certamente è immanente a quanto ci circonda, altrimenti non potremmo emergere dal nulla. Questo bisogno (che Bergson definì, con locuzione felice, “slancio vitale”, Nietzsche “volontà di potenza” e il nostro famoso Gino Raya soltanto “fame”) è certamente unico ma io lo distinguo (per comodità e di comprensione e di studio) in alcune pulsioni complementari che sono certamente costanti e universali, ovvero nel bisogno, strumentale, di mangiare, espresso dal sintomo della fame, nel bisogno di rassicuranza affettiva, nel bisogno di autoproiettarsi (in valori e nel futuro – per non morire, appunto, foscolianamente), nel bisogno di autoidentificarsi “trasversalmente” con il proprio corpo, con gli affetti e con i valori (che sono anche la memoria e nella memoria dei “posteri”). Una pulsione, non costante e alquanto variegata, è la sessualità che esprime, nella sua centralità fisiologica, la “fame della specie”, ed ha il potere di stravolgere l’esistenza in termini di poesia e di misticismo (combinandosi con le altre costanti) ma anche di depressione e di crimini per la sua imperiosità, la simbiosi affettiva e il richiamo potenziale della morte e dell’eterno (come bene c’insegnano i più grandi poeti e non solo Leopardi). Il bisogno di rassicuranza affettiva, molto evidente in qualunque bambino, che non si nutre solo del latte materno (come ci dicono la psicologia infantile, la psicoanalisi fino alla genetica del crimine) ma anche del contatto epidermico, è quello stesso che fonda la religiosità primitiva (e degenera in religione istituzionale), che si tradurrà in amicizia e si fonderà con la sessualità per culminare nell’impegno sociale, nel senso morale e, quando potrà giungere al livello nobile dell’uomo, nella sintonia e sintesi bioaffettiva, cioè nel sentire gli altri come parte di noi stessi e l’universo vivente come rassicurante perché amato: una grande madre da amare. Si noti, non a caso, che materia significa madre (anche se, come diceva Leopardi, spesso si abbandona alle cattiverie della matrigna).

 

         L’esistente (alias emergente) o soggetto vivente “si compie” come uomo propriamente detto solo se si evolve pienamente nel senso sopra accennato. Le pulsioni costanti compaiono via via lungo l’iter bioevoluzionale, che va dal microrganismo elementare  monocellulare (protozoo), già dotato di bisogno trofico-fagico (sintomaticamente fame), passa attraverso il mondo vegetale e animale fino a toccare il tetto dell’umano (quasi il fondo del cielo).

 

         Le risposte ai bisogni, “esperite” ai vari livelli esistenziali, lasciano tracce nel DNA, che si combinano con altre al momento del concepimento, probabilmente si modificano durante la simbiosi embrionale, si configurano in ogni nuovo nato come “attitudini innate”. Al livello postanimale l’influenza esterna (casuale e volontaria) sulla cosiddetta età evolutiva può esercitare un’azione selettiva, rimozionale ed esaltativa. (Anche l’animale viene “educato”.) La sintesi della dinamica comportamentale viene completata dall’azione dell’ambiente inteso nella sua globalità ovvero dalla vita vissuta attraverso cui il soggetto attua varie modalità di risposta  alle pulsioni costanti “mediate” via via dall’esperienza attuale. Ogni modalità di risposta fa parte di una gamma inquantificabile di possibili “varianti” che spiegano l’indefinibile diversità dei comportamenti e la mutabilità della storia.

 

         Da ciò si deduce che l’esistenza è uno scorrere e rimescolarsi di modalità varianti di risposta alle pulsioni costanti, che  l’uomo-individuo reale è ciò che diventa e che la storia è il regno della possibilità in senso positivo e/o negativo.

 

         2 - NASCITA DELL’UOMO -  Se l’uomo-individuo reale è ciò che diventa, non diciamo nulla di originale se aggiungiamo che come specie nasce animale. L’originale sta forse nel raccomandare che tale origine non vada mai dimenticata assieme, ovviamente, alle costanti che sono, come si dice in medicina, i princìpi attivi e, caso per caso, anche agli eccipienti che, sempre con termine farmacologico, ne costituiscono le modalità di manifestazione e di soddisfazione (ma anche di possibile frustrazione). Infatti, da ciò si possono dedurre altre manifestazioni-verità, come le seguenti:

         a) che l’uomo primitivo risponde alla fame alla stessa maniera animale cioè ancora attraverso la predazione (di soggetti viventi) e la rapina (della natura),

         b) che tali modalità perdurano ancora in veste antropologica o antropomorfa sempre più sofisticata,

         c) che gli individui viventi (non solo umani) non nascono tabula rasa ma  diversamente orientati - al livello antropologico si dice unici – nella loro globalità attitudinale,

         d) che l’animalità nell’uomo (antropomorfa) – come modalità animale di risposta al bisogno della fame -  dura un tempo indeterminato,

         e) che l’uomo, come specie propriamente detta, non nasce compiuto come le singole specie animali ma è un prodotto della storia (ovvero di una gestazione storica).

 

3 - L’ETÀ ANTROPOZOICA -  L’uomo è stato definito “animale ragionevole”. Paradossalmente, questa definizione esprime la parte negativa dell’uomo come “animale che ragiona” e non come uomo nella sua compiutezza etica. E’ quindi riferibile all’uomo-specie primitivo, certamente superiore rispetto al livello medio delle specie animali più avanzate. L’intelligenza è il “rapporto mentale” (quindi via via percettivo-intuitivo-estetico-conoscitivo-etico) che il soggetto esperisce con l’ambiente circostante. Quella umana è la sola suscettibile di diventare anche razionale (la ragione è il filo conduttore dell’intelligenza), donde la suddetta definizione,  per diventare via via alfine, se possibile,  anche etica cioè capace di “sintonia bioaffettiva” (alias morale). Dalla primitiva imperatività animale si passa via alla imperatività morale. L’etica non è niente di trascendentale ma solo la possibile qualità suprema (nobile) – qualità biochimica, s’intende -  della materia vivente. La capacità di percepire gli altri bioaffettivamente come parte di noi o come un tutto di cui facciamo parte.

 

Il periodo indefinibile, che scorre dalla nascita (intelligenza para-animale) fino alla maturità (o dell’intelligenza bioaffettiva od etica) è l’infanzia-adolescenza della specie, che possiamo chiamare “età antropozoica”, in cui il soggetto non è più animale senza essere ancora umano: è appunto un antropozoo (un animale-uomo o animale antropomorfo).

 

         Naturalmente, noi parliamo di specie – ovvero del soggetto medio rappresentativo: va tenuto presente che, per il gioco attitudini-ambiente (non molto dissimile dalle combinazioni delle formule numeriche vincenti delle lotterie), ogni soggetto ha un proprio tempo di crescita specifico e quindi di possibilità statistica di “svettare” come dimostra tutta la storia in cui individui eccezionalmente evoluti (precoci) si trovano come stranieri in patria, come “alieni” tali da far dire  a un qualche “Cristo” (od “unto” di straordinaria intelligenza etica, appunto) di non essere di questo mondo. Si tratti pure di leggenda: il valore “didattico” non cambia.

 

         Durante l’adolescenza antropozoica – vero medioevo della specie -  il soggetto, che chiamiamo uomo solo per comodità semantica, ma che è in realtà solo un antropozoo, grazie al crescere dell’intelligenza e della ragione, arricchisce illimitatamente (oggi talora con ritmi esponenziali) la propria dinamica di predazione-rapina (che è poi, come abbiamo visto, la risposta primordiale alla fame) e di scienza, soprattutto di quella applicata alla tecnologia e pertanto, quanto più resta lontano dalla possibile mèta dell’intelligenza etica tanto più diventa pericoloso al suo simile, alla collettività e alla stessa natura e specie come “antropozoo potente e amorale”. A lungo andare, in assenza, appunto, di un’autodeterminazione etica (l’unico attributo-prodotto dell’esperienza bioesistenziale che fa uomo l’antropozoo), la scienza-tecnologia della predazione-rapina si può risolvere in un suicidio collettivo.

 

         Queste annotazioni frettolose sono “confortate” (se così si può dire con termine oggi perfino ironico) dalla storia della specie dai primordi ai nostri giorni. Ecco alcune deduzioni-verità tratte dal confronto con il regno animale:

         a) ogni specie animale nasce compiuta nella sua “imperfezione” (rispetto all’ideale punto di arrivo dell’uomo compiuto come soggetto consapevole, morale e quindi responsabile anche del bene altrui),

         b) la specie-uomo, considerata nel suo possibile apice, è il prodotto di un processo, che abbiamo già definito “gestazione storica”,

         c) come tutte le gestazioni, anche quella storica della specie umana, può risolversi in un aborto ovvero, come già detto, in un suicidio collettivo per saturazione di interdistruzione in assenza dell’intelligenza-imperatività etica,

         d) nel regno animale vige il darwinismo, il che significa che la lotta per l’esistenza porta al sacrificio dei soggetti biogeneticamente meno dotati a favore della specie,

         e) nell’età antropozoica avanzata può avvenire un darwinismo alla rovescia nel senso che la specie umana può essere sacrificata all’azione prevaricatrice di individui anche biogeneticamente tarati (pensate ad un antropozoo “frenodeficiente o schizofrenico” tipo Nerone che può provocare  la morte di innumeri soggetti biologicamente sani e moralmente innocenti ed oggi non più solo con l’incendio di città),

         f) solo in un contesto umano propriamente inteso ogni soggetto è ritenuto un valore unico da curare e conservare il più possibile e nel miglior modo possibile nel rispetto della collettività e della specie,

         g) mentre nel regno animale – come bene sanno gli etologi – vige un meccanismo istintuale di autocontenimento che impedisce che un conflitto intraspecifico (diverso da quello predatorio, interspecifico) si risolva con la morte di uno dei due contendenti (salvo casi di lotte fra animali prodotte, guarda caso proprio dall’uomo!), in quello antropozoico, le cose sono ben diverse: la predazione (ovviamente camuffata) è quasi sempre intraspecifica (uomo contro uomo: dal cannibalismo primitivo all’antropofagia di emergenza fino a quella surrettizia e per questo infinitamente distruttiva, del capitalismo – di cui parlerò più avanti), e il conflitto, anche questo il più spesso intraspecifico, già a rischio di omicidio negli eventi quotidiani, in quello bellico è apertamente finalizzato alla morte degli altri, di propri simili ma considerati diversi e quindi incompatibili e pertanto da distruggere: la qualifica di nemico può essere la riduzione inconscia dell’altro alla negazione di “sé”: donde il suicidio potenziale racchiuso in ogni omicidio volontario dell’uomo. La primitiva spontanea “eterofobia” (prodotta dalla paura dell’ignoto) si fa “etero-clastia” scientifica: vero e proprio genocidio, che è poi un autolesionismo della specie. Ne consegue che la distruzione “fagica” (alimentare) del regno animale è “compensata” mentre quella (e non solo alimentare) dell’età antropozoica tende – sempre in assenza dell’estremo sentimento nobile della specie – ad uno scompenso che si risolve in disfacimento della specie stessa.

 

         4 - L’ECONOMIAVivere significa rispondere alle pulsioni costanti. L’animale risponde alla fame e all’istinto procreativo e, molto rudimentalmente, a quello autoidentificativo: lo fa predando e rapinando, difendendo il proprio habitat e battendosi per il partner procreativo secondo un’autocompulsione irresistibile. Solo nelle specie superiori si notano cenni di selettività, frutto di una maggiore intelligenza-esperienza. L’uomo primitivo si confonde con gli animali. Per millenni l’uomo ha elaborato le modalità della predazione-rapina conservandone intatta la quintessenza, anzi vieppiù esaltandola. Infatti, se l’approccio fagico (soddisfazione della fame) dell’animale si esaurisce nell’immediata soddisfazione della fame stessa con eventuali appendici (come la conservazione della preda o parte di essa), nell’uomo si combina in maniera impropria con le altre costanti (come il bisogno di essere rassicurati anche contro la fame futura!) e si trasforma in accumulo illimitato di cibo (in termini di ricchezza, spesso parassitaria in quanto tratta-predata dal lavoro altrui) come autorassicuranza nel tempo avvenire, come valore-condizione di potenza, come autoproiezione nel futuro e così via.

 

         Il capitalismo, divenuto anche costume, modo di pensare e modo di rapportarsi con gli altri anche nelle relazioni personali ed intime,  risulta essere la proiezione-trasposizione della predazione-rapina (biodinamica fagico-predatoria) della giungla praticata anche dall’uomo primitivo (proto-antropozoo).come unico modo possibile di sopravvivenza. Pare che pochi vogliano accorgersi che ciò che è cambiato, dalla preistoria ad oggi, è solo la modalità non la sostanza della dinamica animale di sopravvivenza, mentre i più identificano in questa “eredità animale” una natura umana predeterminata (non si sa da chi) per giustificare ed eternare lo stesso capitalismo. (si faccia una confronto fra la ordinaria violenza sanguinaria dei romani, i nazisti e gli USA). In biologia non c’è niente di predeterminato: in essa vige la legge del “panta-rei” (tutto scorre). Il concetto di natura umana predeterminata è di ordine teologico e quindi errato e fuorviante.

 

         La vera scienza sociale comincia nel momento in cui si ha la capacità di distinguere nettamente l’animale giunto fino a noi in sembianze umane da ciò che può e dovrebbe essere il vero soggetto-uomo. L’economia comincia certamente dal rispondere ai bisogni, delegati, come la fame,  a rappresentare le costanti, ma non si esaurisce in questo. Infatti, anche gli animali rispondono ai loro bisogni ma non fanno economia. Come scienza l’economia può solo essere umana e, come tale, deve essere risolutiva, cioè capace di dare una risposta piena e universale. Se non è risolutiva non è scienza ma istintivismo o gioco.. Di teorie economiche ne abbiamo tante e dietro ciascuna di esse c’è l’iniquità cioè il “richiamo della foresta”, ma di scienza economica ce ne può essere solo una ed è quella che risponde ai bisogni essenziali, costanti e universali detti altrimenti “diritti naturali”. Tale unica possibile economia come scienza risolutiva è il socialismo.

 

         L’antropozoismo, come modus vivendi, ha una possibile definizione: è la finzione e l’ingenuità di volere ottenere risultati umani (cioè pieni e universali) rivestendo di modalità antropomorfe l’animalità dell’uomo primitivo. Oggi quest’inganno o abbaglio non ha più ragion d’essere disponendo di scienza sufficiente per dare risposte sufficientemente motivate (in tal senso scientifiche). L’economia è la gestione del benessere comune attraverso la produzione e la distribuzione di beni e di servizi senza sfruttare o escludere nessuno. Se dà a tutti e a ciascuno (nessuno escluso) di che vivere in equità è scientifica, il che non significa perfetta bensì scientificamente perfettibile. Un contesto i cui estremi vanno da chi dispone di una villa per ogni occasione a chi si suicida per fame è senz’altro una giungla antropomorfa.

 

         5 - IL POTERE – Per rispondere alle pulsioni vitali (alias diritti naturali) bisogna avere la possibilità di farlo: tale possibilità è il potere nel senso lessicale della parola. Non si tratta di una tautologia perché chi non può non vive. Il potere è dunque l’altra faccia della vita. Questa definizione biologica del potere è tutt’altro che superflua e marginale: al contrario, è un pilastro di tutto il discorso sociologico che, applicato, come si suol dire, alla realtà attuale, diventa discorso politico.

 

         L’uomo primitivo – l’antropozoo infantile – ripete la vicenda quotidiana della giungla dove i soggetti più forti (dominanti) – cioè più dotati di potere – hanno più possibilità di predare-rapinare, a danno dei più deboli (o recessivi o soltanto inerti), quindi di vivere più a lungo e di procreare eredi più sani a tutto beneficio della specie. Al leone vecchio e ammalato non basta la qualifica di leone: egli morirà anche di fame perché ormai privo di forza e quindi di potere. Del resto, da tempo ha esaurita anche la propria funzione procreativa (e alla specie non serve più!).

 

         Nel regno animale abbiamo esempi di potere collettivo e perfino di deleghe di potere ma sarebbe lungo scendere nei dettagli. Ci basta annotare come l’esercizio del potere in età antropozoica avanzata (adolescenziale) sia ancora quello dell’uomo primitivo ma con in più la scompensazione accennata più sopra, dovuta alla capacità (ancora potere) di individui biogeneticamente deboli di prevalere solo perché più furbi o più armati. L’esercizio del potere (che non è configurabile solo in quello di acquisto per altro di stampo mercantile) come scienza, e quindi come pratica universale,  come potere universale di risposta ai bisogni-diritti naturali in maniera intercompatibile, è ancora di là da venire in un’eventuale possibile età postantropozoica cioè umana.

 

         6 - LA SOCIETÀLa società è un’organizzazione per antonomasia ovvero un organismo vivente sui generis (lo dice la stessa parola) che culmina nel potere giuridico-politico che la rappresenta, ed è motivata dalla necessità di rispondere alle pulsioni vitali degli individui che la compongono. Anche questa definizione, elementarmente biologica, della società ci riporta a due livelli distinti: a quello antropozoico, primitivo ed avanzato, con una miriade di organizzazioni tipologicamente diverse solo nelle modalità ma identiche nella sostanza, cioè nella sperequazione anche abissale della distribuzione del potere e dei suoi effetti, e a quello eventuale-possibile, umano (per ora solo teorico ma non per questo utopistico nel senso di irrealizzabile), in cui ogni individuo, nessuno escluso, partecipa di un potere comune – collettivo e comunitario -  sia pure per delega, attraverso cui risponde pienamente e in maniera equa alle proprie pulsioni vitali.

 

         7 - LA DEMOCRAZIA -  I fautori e responsabili della società antropozoica avanzata  - tale perché contraddistinta dall’iniquità economica come modo di essere – sono soltanto individui con più potere di altri ed impegnati ad accrescerlo con ogni mezzo (dalla menzogna alla forza fisica, ove possibile). Per questo si trasformano in “giocolieri di parole” per legittimare il loro potere e quanto fanno per accrescerlo. Sono così audaci – e sanno di poterselo permettere – da fingere di credere nello Stato di diritto e nella democrazia. C’è un parametro biologico esatto capace di misurare ogni realtà e ogni menzogna. Stato di diritto non è certamente quello basato solo su norme scritte ché altrimenti Stati di diritto sarebbero quelli di responsabili di vere e proprie associazioni per delinquere (come quella di Hitler o di Pinochet, per esempio, i quali si servivano anche di leggi scritte e magari approvate da un consesso parlamentare compiacente). A questo punto va definito il diritto positivo “umano”, che non è la norma scritta semplicemente ma quella che riproduce in termini fedelmente attuativi il bisogno o i bisogni di una pulsione vitale o è con questa compatibile. In altre parole, il diritto positivo o è strumento di attuazione del diritto naturale (espresso dalle pulsioni vitali costanti) o è un gratuito “flatus vocis” come articoli fondamentali della nostra Costituzione: per esempio, quello che prevede il diritto al lavoro – e alla vita! – che non ha “potere” di garantire sé stesso perché inserito in un contesto (capitalistico) che lo nega aprioristicamente. In altri termini, diritto naturale è locuzione giuridica per indicare la somma delle necessità biologiche essenziali, costanti e universali (espresse da sintomi-bisogni come la fame) rispondendo solo alle quali il soggetto vive, si realizza e si compie (si fa antropologicamente adulto). Il diritto positivo gratuito è un qualsiasi volgare strumento di potere e di repressione.

 

         Ne consegue che la democrazia non è la legittimazione elettorale del potere dello Stato conquistato dalla parte vincente ma la risposta effettiva ai diritti naturali/bisogni reali di tutti e di ciascuno, anche se inespressi dagli interessati e perfino, al limite, indipendentemente dalla forma del potere stesso. Non si chiede ad un neonato o ad un cerebroleso ciò di cui ha bisogno: lo si sa e basta. Lo stesso vale per il popolo, notoriamente inerte, acefalo, disinformato, distratto, sensibile alla capacità suggestivo-ipnotica degli istrioni più spregiudicati e irresponsabili, come ci illustra ampiamente la storia, lontana e vicina, di tutte le dittature. Laddove ciascuno dispone del potere di vivere in equa parità con tutti gli altri, là vige la democrazia – il governo biologico dei bisogni vitali della collettività; laddove si ripete ad ogni piè sospinto la parola democrazia e la locuzione consenso elettorale (come fa fino alla nausea l’attuale accozzaglia di avventurieri vincente) e simultaneamente c’è chi affoga nella ricchezza parassitaria e  chi langue nell’indigenza là impazza  sopraddetta. Là lo Stato di diritto è solo uno dei tanti specchi per le allodole di una demagogia elevata – questa sì – a vera scienza antropozoica del potere.

 

         8 - LA SOCIETÀ CAPITALISTA -  Le disquisizioni sui dettagli non servono in un discorso generale come questo. A tali disquisizioni sono dedicati volumi e volumi di carta stampata. I trattati sull’economia feudale e postfeudale e sulle modalità di sfruttamento dell’uomo sull’uomo (dal taylorismo al fordismo ) oggi, in ogni caso, non servono, con l’eccezione del marxismo a condizione di rivisitalo con spirito goliardicamente critico, proprio come fa Michele Capuano, un combattente che ha capito l’imprescindibile autonomia mentale dell’uomo vero dei nostri tempi.. Il filo corrente dell’economia tradizionale-attuale – cioè come risposta alle pulsioni vitali secondo potere e non secondo diritto – è uno solo: la predazione-rapina che l’antropozoo attuale ha ereditato direttamente dall’animale. La verità, scontentante quanto si vuole ma vera, è che siamo ancora animali antropomorfi, antropozoi, non ancora uomini, almeno nel comportamento economico, e agiamo di conseguenza  in ogni circostanza che ci riporti ad esso, perfino nella vita affettiva ed intima e magari non ce ne accorgiamo avendo interiorizzato lo “spirito del mio” (mio come “bene-potere animale indivisibile solo perché mio”) e come tali ci è difficile concepire e meno che mai accettare strutture e sovrastrutture abilitate a dare a ciascuno una parte equa del patrimonio collettivo come vuole la scienza sociale, che non ha partito e, almeno in teoria, non conosce padroni, ma che sarà autenticamente tale solo quando i suoi fautori disporranno anche dell’intelligenza etica.

 

         Società capitalista equivale a società antropozoica. Essa riproduce in termini reali il contesto plurizoologico ma senza la garanzia della sopra citata autocompensazione del regno animale al punto che un solo individuo, come abbiamo già detto pensando a Nerone, usando potenti strumenti tecnologici,  può mettere a rischio la sopravvivenza della stessa specie.  La società capitalista – oggi neoliberista ad espansione globale-planetaria – è il biosociosistema antropozoico interessato da una progressiva acutizzazione della sua contraddizione specifica, che è l’aumento esponenziale del potere (accumulato in pochi soggetti o gruppi di soggetti) e la persistente distanza, se possibile paradossalmente crescente, dall’intelligenza etica – ovvero dalla capacità di sintonia bioaffettiva con il contesto dei propri simili, traguardo “di complemento” della gestazione storica dell’uomo-specie -  che rendono quel potere amorale cioè sciolto dall’obbligo del rispetto della vita e del bene altrui e quindi, nella distanza-tempo, antibiologico e portatore di catastrofe generale.

 

         Chiarito a questo punto che la quintessenza del vero crimine è qualsiasi offesa ai diritti naturali nella loro estrinsecazione e spettanza reale, la società antropozoico-capitalista è una vera trama criminale-criminogena con tre livelli di virulenza patologica interattivi e complementari:

primo: le abissali inique sperequazioni economiche che produce, all’interno di ogni paese-Stato (società locale), il capitalismo per sé stesso indipendentemente dalla volontà (eventualmente benevola) dei suoi fautori: dalla sconfinata ricchezza parassitaria alla morte per fame.

 secondo: la versione paralegale del capitalismo detta, con termine improprio e fuorviante, mafia. La “mafia” non è un oggetto estraneo ma una dimensione strutturale della società capitalista.

terzo: la tendenza alla prevaricazione e alla dominazione da parte dei più forti che, in campo internazionale, si configura nell’imperialismo I(legg: USA). Quando i più forti lo sono nei riguardi del resto del mondo, ci troviamo di fronte all’ultima paranoia-criminalità dell’economia antropozoica ovvero della superpotenza capitalista mirata a legittimare  il proprio potere come legge a sé stesso , chiamando diritto ciò che, per il solo fatto di fare legge a sé stesso, è  barbarie.

 

II° - L’Europa e il nuovo ordine  mondiale.

 

         9 -  LA SITUAZIONE ATTUALE -  Solo dopo aver preso atto delle sopra descritte linee di movimento biosociali della nostra specie, configurata nei vari organismi sociali locali e nella situazione d’insieme, posso considerare il tema dell’Europa ovvero chiedermi cosa possa essere l’Europa in un “ipotetico nuovo ordine mondiale”.su cui tanti non socialisti – spesso ex! – puntano come ad una possibile soluzione della crisi della civiltà. Tra l’altro, tale tema contiene due affermazioni aprioristiche implicite: 1) che possa esistere un’Europa migliore; in 2) un possibile  migliore ordine mondiale ovviamente senza cambiare le strutture fatiscenti dell’ economia antropozoica. Nuovo sta, credo, per attuale e più precisamente per post-Iraq. Tuttavia, con o senza questo potenziale riferimento, non posso non cominciare dall’osservare, appunto, l’attuale ordine mondiale riallacciandomi al terzo livello del capitalismo contemplato nel paragrafo precedente.

 

         10 - IL CAPITALISMO FORZATO È UN ERRORE  SUICIDA E “UMANICIDA”Il capitalismo (ma l’avevamo già anticipato) non è “la” economia, come, con insistenza ossessiva si ripete e si vuol far credere per mantenere dei giochi che non hanno niente a che vedere con la economia scientifica propriamente detta solo nell’interesse di coloro che ne hanno tratto dei privilegi. La dinamica del capitalismo ( reperita iuvant) è la stessa biodinamica fagico-predatoria della giungla con in più una crescente sofisticazione tecnologica e giustificazione razionale se non perfino morale che tuttavia non ne intaccano minimamente la sostanza.  Senza alcun dubbio il capitalismo è servito a soggetti non ancora capaci di concepire meccanismi sociali non para-animali. Questo riconoscimento è contenuto abche nel “Manifesto Comunista” del 1848. Già allora il capitalismo aveva assolto la sua funzione fisiologica. E’ passato più di un secolo e mezzo.

 

         Con la caduta del polo sovietico quello capitalista si è abbandonato a sé stesso, all’autoesaltazione, donde la demolizione frenetica di ogni socialità dello Stato sempre più ridotto ad arbitro dei giochi antropozoici (arbitro parziale, s’intende, a favore dei detentori dei privilegi ovvero di coloro che, con il pretesto di “dare lavoro”, producono ed accumulano profitti parassitari senza fine), la privatizzazione perfino dei servizi naturalmente pubblici, la condanna, perfino con ironia beffarda, del cosiddetto “posto fisso” (che altro non voleva dire che certezza del domani), la “scheletrizzazione” della pensione (equivalente del potere d’acquisto dell’età postlavorativa), la cancellazione di fatto degli artt. 1 e 4 della Costituzione (del resto espressione di costituenti socialisti che ben sapevano che sarebbero rimasti – come sono rimasti – un puro “flatus vocis” in un contesto dominato dalla libera iniziativa “a far profitti parassitari”, come previsto dall’art. 41) a seguito della spudorata esaltazione del “mercato del lavoro”, ormai unico meccanismo per accedere, quando possibile, al “diritto alla vita” nell’àmbito di un sistema economico non abilitato a rispondere al diritto naturale alla vita (prima costante biologica) e al dettato costituzionale che  lo garantisce solo sulla carta. La realtà, accuratamente camuffata, è quella appunto di giochi di origine animale (come l’agonismo ecopredatorio detto eufemisticamente concorrenza o competitività). L’estremizzazione del capitalismo è detta neoliberismo o new economy, in cui di nuovo c’è solo una maggiore desolante amoralità ovvero un ritorno surrettizio alla preistoria. La globalizzazione – ovvero planetarizzazione – dei giochi antropozoici del capitalismo preclude in maniera totale e definitiva ogni possibilità di garanzie costituzionali in fatto di diritto al lavoro, ovvero alla vita, perché tutto è affidato ai meccanismi delle imprese e del mercato, la cui ragion d’essere si esaurisce in sé stessa restando totalmente estranea ai diritti vitali spettanti per natura ad ogni individuo e realizzabili solo in un contesto regolato dall’”economia del diritto”, alias socialista.

 

         11 - IL NUOVO ORDINE MONDIALE -  Invero l’attuale situazione del mondo è l’insieme delle conseguenze estreme di una giungla antropomorfa con una tecnologia sempre più possente e la amoralità stagnante proprie di una civiltà antropozoica esasperata.  Non facciamo ideologia, tanto meno di partito, se registriamo dei fatti. I più forti – alias gli USA -  l’espressione più preoccupante della amoralità antropozoica – continuano ad agire (almeno sin dalla doppia gratuita ecatombe atomica di Hiroshima-Nagasaki del 1945: il più grande attentato terroristico di tutta la storia con circa 400 mila vittime!))  fuori e contro il Diritto, cioè in totale regime di barbarie. La loro ultima prodezza si chiama Iraq. Sia detto per inciso e ad ogni buon fine  che qui Saddam e i suoi crimini non sono in discussione, dato che la loro competenza era di pertinenza della comunità internazionale, la quale avrebbe potuto agire, se legittimo od utile a fini umanitari, nel rispetto del Diritto internazionale e soprattutto con mezzi diversi dal massacro globale di uomini, cose e devastazione di opere d’arte d’inestimabile valore storico e culturale.. I fatti confermano puntualmente la lettura biosociale del mondo: i più forti, solo perché tali, fanno legge a sé stessi e quindi ignorano e calpestano il Diritto, filo conduttore della civiltà. I più forti hanno deciso di dominare il mondo: l’Iraq è solo la tappa attuale, non l’ultima. La differenza fra la giungla propriamente detta e quella antropomorfa è che  mentre nella prima domina una pur crudele armonia biologica, la seconda, per effetto della miscela “animalità più intelligenza”, può essere schiavizzata o distrutta da un solo soggetto.

 

         Il fatto, grottesco, ridicolo e pietoso, che l’ONU ha recentemente assolto gli USA fuori legge e responsabili di crimini contro l’umanità, legittimando la loro occupazione e la gestione delle risorse petrolifere (sic!) dell’Iraq, significa semplicemente che il decantato ente super partes si è ridotto alla caricatura di sé stesso ovvero ad uno strumento dei più forti. I quali diffidano il mondo intero a non intralciare i loro interessi. Bush l’ha detto senza ombra di pudore: “aggrediremo chiunque si opporrà ai nostri interessi. L’Iraq sia di monito a tutti!” Credo che queste poche parole dicano con una chiarezza solare quale sia il nuovo ordine mondiale: uno sconfinato feudo gestito localmente da fedeli untuosi e viscidi come certi antropozoi politici di casa nostra felici di mandare inservienti laddove i più forti hanno massacrato ed occupato abusivamente, in attesa dello zuccherino. Il terrorismo, quando non è auto-terrorismo (come, con molta probabilità, l’11 settembre 2001), è l’ultima miserabile arma di risposta rimasta alle vittime dei più forti.

 

         12 - QUALE EUROPA -  L’unica Europa possibile all’interno del detto feudo a regime neoliberista, è un’Europa che non può garantire alcun diritto vitale ai suoi cittadini (tra i quali si contano già diverse decine di milioni di disoccupati) e che deve assicurare ogni rispetto agli interessi degli USA. E’ impossibile che dai meccanismi-giochi  del capitalismo (sempre più esasperati e condizionati dalle trame internazionali) possano venire ai lavoratori quelle garanzie che non son potute venire da un capitalismo come dire sociale o “dal volto umano” (come quello, per intenderci, della cosiddetta “Prima Repubblica”o dei governi socialdemocratici dell’Europa del Nord). Si tratta quindi di un’Europa che non può che abbindolare gli “esclusi dal diritto alla vita”  spingendoli nelle mani degli “omologhi” datori di lavoro della mala vita e della  “mafia”. Affidare il diritto al mercato è esattamente come consegnare il condannato al boia! Parimenti è impensabile che gli USA lascino sorgere con indifferenza un’Unione Europea capace di ledere i loro interessi non necessariamente vitali ma certamente imperialistici cioè “feudali”. Si tenga conto che la Francia, la Russia e la Cina, potenze nucleari di tutto rispetto e membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto, non hanno potuto impedire  che gli USA agissero contro il Diritto, e che ora, le due prime hanno votato a favore della sopra detta legittimazione arrendendosi di fatto ai più forti. Dall’Europa potranno venire agevolazioni settoriali e innovazioni di vario genere ma non quello che non può dare il neoliberismo semplicemente perché non ce l’ha. Per effetto della globalizzazione, imprenditori cinesi, canadesi, americani , australiani e così via potranno venire ad investire in Europa, ciascuno dei quali con la mira non certamente di portare benessere alla gente del vecchio Continente e di ridurne la povertà, la disoccupazione e la criminalità organizzata (che presto si chiamerà “mafia europea”) ma ovviamente per aumentare i propri profitti parassitari e condizioni, limiti ed obblighi di legge a titolo protettivo non potranno cambiarne la sostanza. Piccoli oscillazioni di borsa (vedi le impennate dell’Euro) fanno parte del gioco delle apparenze (come quello elettorale). L’Europa non potrà certo superare “la più grande democrazia del mondo” (secondo le menzogne ufficiali dietro cui sta “la più grande criminocrazia di tutta la storia”) dove, tanto per dirne una “ogni giorno 12 milioni di bambini vanno a letto senza cena” essendo per loro già troppo un eventuale  pasto quotidiano.

 

         13 - IL PASSATO COME MAESTRO DI VITA –  Se il presente è – come è – sempre più un vicolo cieco, rivisitare il passato – cioè l’esperienza storica -  può essere utile se non risolutivo. Contrariamente alle verità convenzionali, confezionate a misura degli interessi degli USA, il peggio è cominciato proprio dalla caduta del polo sovietico (ormai contraddistinto dalla locuzione “caduta del Muro di Berlino”), non perché questo fosse la “perfezione sociale” (al contrario spesso era stato teatro di crimini), ma anzitutto perché era il termine di un bipolarismo mondiale, che impediva agli USA di passare la misura (nonostante i vari “Vietnam”) e alle masse “del lavoro e della disoccupazione” offriva una speranza o un “miraggio” avendo l’uomo comunque bisogno di essere rassicurato (seconda costante biologica). In più il polo sovietico era quello del diritto e quindi dell’avvenire – a differenza del polo capitalistico, che è quello del passato e quindi della forza come legge a sé stessa. Ma certo, ci sono crimini consumati in nome del comunismo, ma il problema non è questo. Anche dietro la storia cristiana c’è una tradizione plurisecolare (e non settantennale) di crimini e di lordure politiche, eppure l’essenza del cristianesimo, come amore del prossimo (intuizione mistica della sintonia bioaffettiva teorizzata dalla biologia del sociale), è attuale e necessaria più che mai. E soprattutto è incontaminata come una lastra di puro cristallo che, immersa nella melma, ne esce intatta. Princìpi e fatti (uomini) sono due categorie diverse sebbene quelli non possano esistere senza questi ultimi che li concepiscono. Così, il principio dell’economia del diritto, quella appunto che dà a ciascuno il suo e che si dice socialista – ma può dirsi semplicemente scientifica – può essere travisato e tradito nella mediazione di uomini incapaci e/o disonesti, ma il principio dell’economia di mercato, detta comunemente capitalismo, è un derivato del regno animale e per questo, assolta la sua insostituibile funzione di crescita adolescenziale (antropozoica) storica, si stabilizza come errore per sé stesso perché non si pone nemmeno il problema del diritto, inteso come diritto universale alla vita, perché non è nato per questo, perché non è “abilitato” ad altro che ad un complesso gioco d’azzardo che produce una vasta gamma di situazioni, che vanno, all’interno, dalla ricchezza illimitata alla povertà totale,   collateralmente, alla versione paralegale detta impropriamente “mafia” e che è già una realtà transnazionale e trasversale e, nella sfera interstatale, alla prepotenza dei più forti (imperialismo): insomma i tre livelli descritti al paragrafo otto.

 

         Il capitalismo non ha un avvenire perché è la “crisi” della civiltà. Si noti come si parli di “crisi dell’auto” mentre le auto coprono letteralmente le nostre città. Ciò avviene perché il capitalismo è un meccanismo coatto, che deve produrre e consumare per autocompulsione non per soddisfare bisogni ma solo per funzionare come un pazzo in preda ad un raptus distruttivo. Si parlerà di crisi del computer appena ne saranno dotati anche i poppanti. E lo stesso avverrà per i telefonini o gli elettrodomestici. La verità è una sola: abbiamo bisogno di ragione morale non di automatismi pazzi. Il capitalismo forzato si risolve in un processo suicida e “umanicida” (uccisore dell’umanità): perché ciò non avvenga occorre riprendere il discorso del socialismo: tornare indietro per andare avanti.

 

         Non è facile per almeno due circostanze: 1) la consolidata autocrazia degli USA, dichiaratamente pronti a “demolire con la forza” ogni iniziativa “rivoluzionaria” ovvero anche dal vago sapore socialista (cioè di economia socialista o del diritto) e non importa con quale somma di lutti, di vedove, di orfani, di mutilati e di distruzione di cose e di natura: “L’Iraq sia da monito a tutti” (Bush). “Tutti” crediamo che significhi tutti. 2) Le masse proletarie, insomma quelle del lavoro e della disoccupazione, sono più che mai psicosocialmente deviate, distrutte e ottuse (vedi la droga sociale del tifo sportivo, che produce perfino forme di guerriglia per un posto allo stadio mentre per  un lavoro si sa aspettare all’infinito!) e, in ogni caso, molto spesso già convinte della innaturalezza del socialismo anche quando dànno vita a imponenti manifestazioni di piazza. La loro partecipazione elettorale è diventata una variante del tifo sportivo, che prevede che ci sia sempre qualcuno che vinca – magari che stravinca -  solo per il piacere di osannare nei vincitori della squadra del cuore la proiezione del proprio io contro la frustrazione delle privazioni e delle sconfitte. Non per niente i più esagitati, appassionati e violenti, sono spesso dei morti di fame. Sta di fatto che il potere dei più forti è riuscito a far credere alle masse in questione che utopia sia l’economia secondo diritto nel momento in cui le stesse masse chiedono il rispetto del diritto al lavoro – e quindi alla vita – ad un’economia che distribuisce solo secondo i giochi del mercato, magari aggiungendo una qualche elemosina pubblica (la classica  carità pelosa mirata a conservare il bisogno, cioè la povertà,  come strumento demagogico – non ad eliminarlo!).

 

         14 - L’EUROPA COME IPOTETICA CULLA DI RINASCIMENTO CIVILE – Quando il rischio di rovina minaccia anche coloro che ne sono la causa, è possibile che questi ripensino seriamente alle proprie responsabilità e corrano ai ripari. E’ un dato di fatto che  non esiste alcuna democrazia ma il governo di una sottile fetta di popolo composto da politicanti, che usano il gioco elettorale per legittimare il potere dei vincenti di turno i quali, guarda caso, rappresentano gl’interessi della grande industria e, via via, quelli dei più forti, come la realtà puntualmente conferma. Sta parimenti di fatto che  il grosso del popolo è preso dalla quotidianità, fatta dal lavoro o dalla sua ricerca, dallo scadenzario di bollette e tasse, dalle feste di famiglia e dalle avventure extraconiugali, da passatempi e dalle varie schedine e soprattutto (vale ripeterlo) dalla psicodroga del tifo sportivo (di cui il ministro Sirchia –addetto alla salute del popolo - è tenuto a non accorgersi per non disturbare le associazioni di sporchi affaristi e demagoghi che sfruttano il settore), dal problema dei figli, dalle vacanze e – per tagliare corto – dal grottesco esercizio della “sovranità” che si risolve nel giochetto delle urne, sempre più manovrabile da un Berlusconi qualsiasi solo perché ha più soldi e una villa per ogni occasione. Ciò significa che l’Europa, come ogni area capitalista, è nelle mani di pochi gruppi di potentati economici di non importa quale nazionalità (il danaro è apolide tanto che i calciatori oriundi “si battono” per chi li paga alla faccia della rappresentatività etnica!). Non credo che costoro siano disposti a cedere parte dei loro paradisi terrestri, costruiti sui sacrifici di chi vive di solo lavoro e sull’inferno di chi non ha nemmeno questo.

 

         Ipotizzo che lo vogliano: ma ciò può avvenire solo se uomini di cultura e di coraggio civile della parte non politicante del popolo sappiano coniugare due operazioni apparentemente incompatibili: 1) quella di “sbugiardare” titolari dei suddetti “paradisi terrestri” e relativi giullari parlamentari e giornalistici e 2) quella di convertirli all’età adulta della specie umana, recuperando contemporaneamente la parte finora sopita, inerte, politicamente acefala e malleabile delle masse lavoratrici o disoccupate o intricate con la malavita. Quelle masse, per intenderci, che formano indifferentemente le file di coloro che vanno a votare (democraticamente!) e le folle oceaniche che si spellano le mani per applaudire Hitler, Mussolini, Pinochet ed oggi le varie B della bestialità: dai prìncipi Bush, ai maggiordomi Blair  ai sudditi scodinzolanti Berlusconi. La massa ha bisogno di idoli anche se li rompe facilmente per cambiarli con altri. Il livello tribale non è molto lontano.

 

         Ne verrebbe fuori una rivoluzione culturale nonviolenta ma non per questo meno dura durante la quale antropozoi criminali o servi verrebbero stimolati a diventare soggetti attivi dell’”umanità” propriamente detta.

 

         Solo un’Europa di siffatto (ipotetico) rinascimento antropologico e biosociale mi va di sostenere e di vagheggiare. Infatti, fuori di tale ipotesi, ogni nuova carta costituzionale (si parla appunto di quella europea, a cui il Papa pretende di attribuire perfino origini cristiane,  ma vuol dire senz’altro cattolico-papali, il cristianesimo non avendo niente a che vedere con la Chiesa di Roma!) non potrebbe che ripetere le stesse menzogne per coprire le stesse assenze di Diritto in un contesto tecnologicamente meraviglioso e rumoroso capace di coprire i lamenti di dolore di milioni di “cittadini” che hanno fame di pane e di giustizia e, per somma beffa,  continueranno ad essere ritenuti i titolari della “sovranità” dello Stato. Personalmente non escludo che, per progressiva degradazione e per saturazione di iniquità e di conflittualità, la suddetta ipotesi si smarrisca nel marasma clinico di una civiltà gravemente ammalata a cui può seguire  la fine di ogni problema cioè l’estinzione della specie. Se è vero che il valore della vita è sempre più grande della pena di viverla, io penso che valga la pena di tentare di evitare il peggio.