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LA REALE FUNZIONE DELLA SOCIOLOGIA NELLA SOCIETÀ MODERNA

         La trattazione del tema scaturisce quasi per intero dalla definizione di alcuni concetti-chiave o conduttori, il che ci consente di evitare di fare un discorso a vuoto: sarebbe come costruire un castello di sabbia sul bagnasciuga di una spiaggia. I concetti in questione, omologhi dei principi attivi – non eccipienti – di un farmaco, sono: a) la società, b) la società moderna, c) la sociologia, d) la funzione della sociologia.

 

         La società – La definizione più semplice che si possa dare di società è “insieme di individui” ma è anche una definizione epidermica e fuorviante. Anche il corpo è un insieme di cellule, ma non un accostamento di cellule, il che non spiegherebbe né l’aggregazione delle cellule stesse né come ogni cellula possa vivere! Il corpo è sì un insieme di cellule ma solo in quanto costituenti a vario titolo organi e, con questi, un universo organico cioè un organismo. In tale contesto nessuna cellula vive a sé ma solo in quanto interagisce, in maniera diretta o indiretta, e con funzioni diverse, con tutte le cellule dell’insieme organico. Hanno quindi, si può dire, un comportamento di mutuo appoggio che consente loro di esistere. Quando una parte dell’insieme od universo organico si ammala, ciò non avviene per caso ma perché un disordine lo ha prodotto, disordine che, a sua volta, ha una causa e produce degli effetti nel resto dell’organismo. Questa definizione essenziale – e augurabilmente didattica – del corpo non è un prendere da lontano il tema che ci interessa ma, al contrario, un entrare dritto nel cuore della questione.

         Infatti, la società è un organismo vivente sui generis, in cui gli individui sono equiparabili alle cellule. La società è un’organizzazione di individui che vivono secondo tradizioni, usi, costumi, istituti, servizi, leggi e comportamenti che variano per luogo e nel tempo. Se il termine società ci riporta alla parte propriamente strutturale – si potrebbe dire somatica – dell’insieme, interviene il termine civiltà per esprimere la parte o dimensione che potremmo dire psichica o psicodinamica ovvero culturale.

         L’insieme degli individui sparsi per il mondo sono la nostra specie e ciascuno di noi è parte di essa. Ma le differenze sono tali e così tante da dar luogo ad un numero notevole di civiltà. Quando parliamo di società, ci riferiamo certamente alla civiltà di cui siamo parte in senso lato, al nostro Paese o Nazione o Stato, in senso stretto. Da quanto appena detto scaturiscono intanto le seguenti verità:

         a) che la civiltà, di cui siamo parte, comprende il nostro Paese o Nazione o Stato;

         b) che quanto più grande è la distanza, nello spazio e nel tempo, fra una situazione e un individuo reale, tanto più grande può essere la diversità di comportamento di questo;

         c) che per società va inteso il contesto civile-istituzionale di cui siamo parte connaturata;

         d) che definendo società – cioè organismo – il nostro contesto vitale ( o habitat), pensiamo contemporaneamente ad una società da costruire secondo le leggi della buona salute.

         Il che vuol dire che non ci accontentiamo di esistere ma che desideriamo vivere nel miglior modo possibile e, per conseguenza, scopriamo altre verità:

         e) la nostra identità di uomini rispetto alle specie animali;

         f) la cultura di appartenenza come sostanza ed espressione di quella identità.

         Riepilogando diciamo che per società intendiamo il corpo biosociale (o biosocio-sistema) non necessariamente adulto né necessariamente sano, di cui siamo parte, ma anche la volontà di far crescere lo stesso fino alla maggiore età e di migliorare fino allo stato di salute ottimale.

         Se ci bastasse prendere atto dell’esistente, non avremmo che da abbandonarci all’inerzia ma, in quanto uomini, perciò solo siamo cellule intelligenti e creative della nostra società. A differenza dell’animale che, inconsapevolmente, si abbandona a sé stesso (ai propri istinti), l’uomo è destinato –  o dannato – dal livello biologico della sua specie ad essere costruttore consapevole e responsabile – ovvero sofferente! – del suo insieme vitale.

         La specie umana si estende per innumeri rivoli come un grande torrente che scorre su un terreno accidentato. Ogni rivolo di civiltà matura in tempi e con modi diversi. Noi apparteniamo ad un rivolo – o ad una convergenza di rivoli – che il giudizio ufficiale ritiene il più avanzato. La cosa è vera per un verso, falsa per un altro.

 

         La società moderna – L’intellighenzia dominante (borghese) – politici e operatori culturali e mediatici asserviti – suole parlare della società “moderna” – ed anche, del resto, della molteplice fenomenologia antropologica – come di qualcosa avvenuta – o diveniente – indipendentemente dalla volontà umana, di cui, pertanto, bisogna prendere atto e a cui, se necessario, adeguarsi. E’ come mettere sullo stesso piano i fatti umani e gli eventi meteorologici (che tuttavia dipendono anche dal comportamento umano)!

         Abbiamo già compreso che la specie umana, in quanto tale, matura (si compie) nel tempo. Se il leone, per fare un esempio emblematico, sarà sempre un leone, solo l’uomo può giungere – per dirla con un  figura retorica o poetica – a toccare il cielo con un dito (pur restando sempre al di sotto di esso), gridando tutta la possanza della propria coscienza e piangendo sulla precarietà della stessa (come dire sulla finitezza di un’onnipotenza appena scoperta). Ciò non vuol dire che la nostra specie non sia nata anch’essa inconsapevole e istintiva come tutte le altre ma con un cervello potenzialmente proteso verso la pienezza della vita, che comprende, in ordine evolutivo:

         a) la capacità ( o facoltà) di calcolo dei rapporti fra il soggetto e il mondo esterno e fra più entità estranee al soggetto, detta ragione o più precisamente, con riferimento all’intelligenza istintiva degli animali, “intelligenza razionale” (considerando la ragione il filo conduttore di quella);

         b) la consapevolezza di sé;

         c) la sintonia bioaffettiva con il proprio simile (prossimo) e, per estensione, ma con progressiva ridotta densità (in rapporto alla distanza crono-spaziale), con l’universo vivente.

         La ragione precede la coscienza e questo lo possiamo osservare nell’animale che “sceglie” fra più comportamenti possibili quello più conveniente alla propria difesa e sopravvivenza: è come dire che il “potere mentale” nasce inconscio. Solo quando si fonde con la consapevolezza si hanno i primi barlumi della ragione propriamente detta. Infatti, la prima definizione dell’uomo è quella di “animale ragionevole” (da intendersi: “animale che ragiona in quanto tale”), “antropozoo” nel lessico biosociale.

         L’antropozoo ha scoperto sempre nuovi espedienti per acquistare ed accrescere il proprio potere di difesa-offesa perfezionando la tecnica dell’istinto primordiale della predazione. In seguito ha imparato a catturare anche il proprio simile, facendone uno “strumento vivo” (o schiavo) e a sfruttare i bisogni naturali ricavandone lavoro ovvero ricchezza.

         Dallo sfruttamento del bisogno della rassicuranza affettiva ovvero della risposta, che il soggetto tende a dare alla prima consapevolezza della propria solitudine e precarietà esistenziale (sentimento della religiosità primitiva) deriva la genesi della religione positiva, alias istituzionale, i cui primordi sono bene espressi dalla figura e dal portamento dello stregone tribale. La religione positiva è la capacità di catturare (siamo sempre nell’accezione della predazione), con la propria ragione, la ragione dei minori e dei soggetti inerti.

         La soggezione religiosa – ovvero al potere dominante dello stregone, che per lo meno lenisce l’angoscia esistenziale – è essa stessa una forma di schiavitù, che nei millenni produrrà abusi e crimini a catena, e che nella società “moderna” è presente e attiva, in senso negativo, più che mai.

         Dallo sfruttamento del bisogno di rispondere alla fame (prodotta dal metabolismo vitale), nascerà, come lavoro-dipendenza un’altra forma di soggezione o schiavitù, detta impropriamente economia e presente più che mai nella società “moderna”. Va subito chiarito – con buona pace degli economisti – che non si può parlare di economia finché si resta sul terreno della predazione, per la cui estensione antropomorfa la biologia del sociale ha introdotto il neologismo “predonomia”.

         Si chiamerà imprenditoria la capacità (arte) di sfruttare il lavoro altrui facendo leva sulla fame e sul bisogno di beni e servizi. Imprenditoria è un eufemismo per dire “attività affaristica” (ovvero finalizzata a profitti parassitari, alias predatori). La mediazione di norme e limiti da rispettare non cancella il carattere “predonomico” di tale attività, su cui si basa il cosiddetto capitalismo, presente nella società “moderna” nella versione più estremista, come dire più vicino alla giungla. Analogamente, le norme e i limiti che regolano l’esercizio della guerra non impediscono che questa sia violenza e distruzione gratuita di cose e, soprattutto, di innocenti vite umane. La ragione ha sviluppato delle cognizioni scientifiche di grande utilità ma soprattutto la capacità (artescienza) della predazione e della cattura umana.

         La società “moderna” passa per la civiltà più avanzata ma questo è vero solo come somma di cognizioni scientifiche e di strumenti tecnologici non come buona salute della stessa. La quantità si presta al gioco dei demagoghi che, con la destrezza di perfetti prestidigitatori, la fanno immaginare come qualità. Ci sentiamo spesso dire, specie da parte di medici, che negli Stati Uniti si è fatto questo e quest’altro senza specificare che gli USA sono il paese dei magnati del capitale, dove anche la ricerca medica è promossa in vista dei grandi profitti, che nuovo ritrovato non significa fruibilità sociale dello stesso e che, proprio nel campo specifico, esistono colà ben 45 milioni di cittadini privi di assistenza sanitaria! Il che è tutto dire. La buona salute di una collettività presuppone la fruizione universale dei beni  prodotti dalla stessa.

         La società “moderna” è il risultato combinato della suddetta somma e di un ritorno psicologico allo spirito della giungla in versione culturale: in altri termini, la civiltà-matrice della società attuale, invece di evolversi verso il terzo stadio (età adulta), si è come ripiegata su sé stessa riproducendo, in abiti antropomorfi, i rapporti di cattura e di predazione da sempre vigenti nella foresta. Se la crescita della nostra specie non fosse stata bloccata e risospinta verso le origini dall’intesa di fatto dei maggiori predatori del Pianeta, oggi avremmo una civiltà basata sul rispetto dei diritti naturali, quindi su un vero Stato di diritto, sull’economia propriamente detta, sulla biosocioetica (effettuazione di ciò che è  biosocialmente necessario), sulla sintonia biosocioaffettiva e quindi sulla mutualità fraterna.

         Al contrario, abbiamo una civiltà basata su una competitività universale lanciata a briglia sciolte verso il maggiore profitto e il maggiore successo con il risultato di una scala di potere che va da quota zero dell’indigente totale (barbone) al padreterno con tanto di paradiso terrestre. Con riferimento specifico al nostro Paese, queste sono le coordinate essenziali attuali della società “moderna”:

 

         Sul piano “economico” vige e impazza la sopradescritta predonomia: i diritti naturali sono sistematicamente disattesi, si nasce poveri o ricchi, prede o predatori, vinti o vincitori, con totale copertura legale. Con la criminalità legale si fondono e confondono quella illegale o comune ad iniziativa personale o di associazioni non rituali (espressione di fame e /o di emulazione) e quella paralegale (espressione di associazioni rituali come le varie “mafie”). Le diverse modalità di esercizio del crimine hanno valore strutturale in quanto dimensioni interattive di uno stesso organismo sociale con funzionalità degenere: esse non possono non esistere. Stando così le cose, sono quanto meno grotteschi e contraddittori il potere giudiziario, che dovrebbe correggere, con provvedimenti penitenziali,  le disfunzioni fisiologiche; l’antimafia, che dovrebbe debellare le varie mafie (funzionalmente colluse con  “operatori” legali) e il richiamo alla legalità che dovrebbe guarire ogni patologia con il solo rispetto di quelle leggi, che sono le matrici delle patologie stesse!

         Percepire un potere d’acquisto a qualsivoglia titolo molto superiore all’effettivo fabbisogno è un crimine legale perché è di fatto “predazione di ricchezza comune”: abbiamo (sedicenti) economisti al potere, che esortano i cittadini  all’austerità per sanare inflazione e debito pubblico ed adeguarci alle direttive delle potenze finanziarie interne, europee ed internazionali (veri padroni della società “moderna”) nel momento in cui percepiscono diverse centinaia di migliaia di €uro annuali a titolo di pensioni e di supercompensi per “esercizio di potere”, senza contare i possibili investimenti in borsa e le possibili azioni in imprese industriali (che fruttano un altro lauto stipendio).Sono gli stessi che cantano al Paese barzellette come queste :che “ l’economia migliora e il carovita aumenta” o che “saranno ridotte le tasse (sottinteso “alle industrie”) ma a condizione di ridurre le spese (sottinteso “sociali” cioè a carico di tutta la collettività e in specie dei poveri)”!

         La Rivoluzione Francese scoprì e dichiarò i Diritti dell’Uomo e quella Socialista (crimini personali a parte) ha provato ad attuarli ma alla fine la “cordata dei predatori internazionali” è prevalsa e i mercanti della notizia (detti giornalisti) si sono affrettati a dichiarare che si trattava di utopie e che pertanto la predonomia – la predazione antropomorfa – è l’unica possibile economia “secondo natura”. L’affermazione fa il paio (e qui ci riallacciamo alla seconda forma di dipendenza  o schiavitù) con la “morale secondo natura” del potere clericale (espressione della più raffinata e moderna stregoneria), che arriva ad esortare (contraddizione-barzelletta del settore) i conviventi non sposati o non sposabili con rito religioso (alias neo-stregonesco) a comportarsi come fratello e sorella – cioè contro natura!

         Il consumismo, l’azione sindacale, il voto elettorale, l’esercizio di alcuni diritti civili e la dichiarazione di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge non hanno impedito che la parte “predonomica” della Costituzione (la seconda) sopraffacesse la parte sociale (biosocioetica) e non hanno mutato la dinamica delle differenze abissali del potere di sussistenza, soltanto le hanno mimetizzate. Ciò che conta ai fini della buona salute della società sono i risultati reali e finali. Della Rivoluzione Socialista resta un ricordo nostalgico: se ne ricordano solo i crimini per denigrarne il principio, calpestando la logica elementare che distingue la categoria dei princìpi dalla categoria dei fatti (azioni umane). Il proletario (“lavorodipendente”) è abbandonato al “mercato del lavoro”, locuzione che da sola taccia di ignominia l’intellighenzia borghese. A nulla serve ricorrere ad eufemismi di copertura come la esilarante “meritocrazia”, tesa a giustificare, sul piano legale ed etico, le differenze abissali. Rispetto reale dei diritti dell’uomo si ha solo laddove al soggetto è consentito di rispondere al diritto naturale all’esistenza e alla buona salute, psicosomatica e sociale, sin dal momento della nascita.

        

         Sul piano politico – La regressione della specie – e questo è il peggio – è legittimata dalla dimensione politica, la quale ha come seppellito il sogno dell’alternativa, cioè del capovolgimento sociale annunciato dalla Rivoluzione Francese, capace di sostituire all’agonismo di origine animale – cioè alla civiltà antropozoica – l’umanesimo sociale, basato sulla collaborazione egualitaria e fraterna, la sola abilitata a garantire la libertà dell’uomo secondo la fisiologia dell’età adulta. Il bipolarismo parlamentare è un meccanismo di alternanza di due schieramenti di fatto complementari che si contendono maggioranza e governo sulla base di un sistema unico e comune, che è appunto l’estremizzazione privata della predonomia. Laddove qualcuno si batteva per aprire la strada umanamente matura, oggi imperversa l’agonismo sempre più personalizzato e per cui il partito e il gruppo – salve residue eccezioni – sono soltanto combutte di convenienza. La nobiltà e il coraggio dei primi deputati socialisti sono solo un pietoso ricordo come quello di una gioventù perduta. Si può dire, con un  paradosso, che il cervello della specie umana stia programmando i tempi e i modi del suicidio. Paradosso terribile se si pensa che non il cervello produce la vita ma questa crea il cervello come strumento somatico della propria volontà (cfr. l’ilozoismo).  

         Si parla della civiltà dell’alternanza come dell’anticamera di una specie eticamente compiuta ed è disarmante sentirne parlare seriosamente personaggi che si sono battuti per l’alternativa. Si potrebbe chiamare in soccorso la psichiatria e la criminologia e parlare di turbe mentali se non addirittura di alienazione se è vero che i “responsabili” legali di cotanto sfacelo procedono con la “sensibilità” di carri armati credendo (o fingendo di credere) di tenere a bada la concomitante criminalità illegale e paralegale con provvedimenti del sistema che la produce!

         In realtà i due poli in questione si limitano a variare i modi di essere del capitalismo estremo, possibilmente più confacenti ai propri immediati interessi personali.  Il bipolarismo è il punto di arresto dell’evoluzione umana e la cronicizzazione dell’età antropozoica (ragione più tecnologia) contro quella propriamente umana. Volendo rifarci ancora all’analogia medica diciamo che il principio attivo dell’antropozoismo è la ragione tecnologica al servizio del potere personale mentre quello dell’umanesimo è la ragione etica per il maggiore benessere di tutti (nessuno escluso) all’interno di un potere pubblico-sociale.

         Il bipolarismo non è solo l’esecuzione di un’ingiusta condanna preventiva dello Stato ECO-nomico come innaturale, ma è, nello stesso tempo, l’esaltazione dello Stato PREDO-nomico ridotto ad arbitro sempre più impotente delle imprese affaristiche (predatorie) da esso stesso promosse ad organi vitali della società. Se il concetto di economia vera è quello di socializzazione del lavoro e della fruizione universale, secondo equità e bisogno, dei suoi prodotti, quello della predonomia è la corsa a chi accumula più potere non importa se per vie legali, illegali o paralegali.

         Ci troviamo davanti al funereo trionfo dell’animalismo antropomorfo per opera di un’intesa di fatto dei predatori maggiori che, molto abilmente, hanno fatto coincidere, nell’inconscio collettivo, gli errori ed i crimini commessi in nome del socialismo con il principio del socialismo stesso. E’ come fare coincidere il principio del cristianesimo (amore del prossimo) con i molti crimini commessi in nome di esso.

         La società “moderna” è una civiltà imperniata attorno alla coalizione dei più forti, che vanno degli imprenditori nazionali alle lobbies multinazionali, dai magnati ai grandi impresari d’affari, dai manager industriali ai superpagati uomini di potere, di spettacolo e di sport, dai grossi funzionari e burocrati dello Stato e della magistratura ai banchieri interni e internazionali: all’ombra di tutti costoro vive e, magari agiatamente, vivacchia o langue la stragrande maggioranza della gente oppressa dall’insufficienza monetaria, dalla povertà e dalla fame, e/o agitata dalla smania di emulare padreterni e figli di papà:  stato di bisogno e legittima invidia che si traducono fatalmente in infrazione della legge e in violenza.

         La stessa frontiera “predocratica”, e pertanto demagogica,  incoraggia il volontariato e la carità per far crescere l’illusione di una società naturale e giusta e fornirsi di parametri dietro cui mimetizzarsi. Il volontariato è un gesto nobile da parte di chi lo esercita, ma è una copertura di sfruttamento da parte dello Stato asociale o di enti cosiddetti umanitari, che lo utilizzano o lo ricompensano con quattro soldi e magari si appropriano dei meriti dei volontari sfruttati. Quanto alla carità esistono una vera “politica della carità” e una vera “industria della carità”. Con la prima si finge di sanare la piaga di una povertà, che in realtà si “legalizza” e si perpetua. Lo stato di bisogno è una condizione ottimale per lo sfruttatore: esso fa del soggetto una possibile preda che la carità rende perfino devota e servizievole verso il possibile predatore. La seconda è praticata sempre più spesso per le finalità più diverse, per esempio per la lotta alla distrofia muscolare o per raccogliere fondi in caso di grandi calamità naturali e serve anche per camuffare crimini di estorsione con frode della credulità pubblica. Nel primo caso, lo Stato (ci riferiamo sempre a quello asociale) si costruisce un àlibi per le proprie inadempienze dato che spetterebbe proprio al potere pubblico il compito di sostenere ogni e qualsiasi spesa per la ricerca sanitaria (come, del resto, per ogni fabbisogno della collettività) ma esso Stato non può farlo per assenza di una moneta passiva  strumentale o propriamente detta per uso interno.

         La moneta passiva non  esiste perché non conviene ai padroni della ricchezza nazionale e del mondo. Tutta la piovra bancaria cha attanaglia l’umanità è costruita sulla moneta attiva, che legittima le differenze abissali e tutte le difficoltà dello Stato a-economico dietro la menzogna della “mancanza di fondi”. Si tratta infatti di un non senso economico perché la moneta, nata come mediazione di scambi, da tempo (e non solo perché svincolata dalla ridicola riserva aurea) può servire appunto per distribuire (secondo diritto naturale e fabbisogno reale)  i prodotti del lavoro a tutti i membri di una collettività. E’ un’assurdità lasciare dei cittadini senza potere d’acquisto quando i beni, di cui hanno bisogno, esistono e quando è certo che costoro potranno sopravvivere solo parassitando dei parenti cioè consumando comunque i beni del cui potere d’acquisto lo Stato non li munisce; quando i frutti di sconfinati giardini cadono e marciscono perché nessuno li raccoglie. 

Il problema non sta nel coniare moneta secondo fabbisogno ma nel recuperarla. Il recupero esige che il potere pubblico sia il proprietario dei mezzi di produzione e l’amministratore centrale del “circuito produzione-distribuzione” a cui corrisponde un “circuito monetario” che riporta nelle casse dello Stato tutta la moneta utilizzata per produrre beni e servizi e per munire i cittadini del sufficiente potere di acquisto dei beni e servizi stessi. Per altro, tale meccanismo consente di distribuire del tutto gratis i servizi essenziali, come quelli sanitario e scolastico semplificando di molto il circuito stesso. L’economia a moneta passiva – che è poi l’economia sociale o propriamente detta o, se si vuole, il socialismo – non viene realizzata SOLO perché incompatibile con il mercato, che non è più semplice scambio – come direbbe la parola – ma è diventato lo strumento maestro della predazione camuffata.

La società “moderna” non è quello che l’attributo potrebbe fare pensare, cioè un contesto sociale ad alto coefficiente etico, ma piuttosto un organismo con un sempre più ridotto potere autoimmunitario e con crescenti sintomi di marasma biofunzionale, tenuto conto che i tempi dell’evoluzione-involuzione della specie non sono rapportabili a quelli di un individuo. La definizione può sembrare gratuita, volutamente eccessiva, ideologicamente pessimistica, senonché oggi più che mai, alla mia non più giovane età, non sono propenso a teorizzare il pessimismo. Non escludo che eventi, imprevedibili alla luce della situazione attuale o, almeno dal mio “osservatorio cerebrale”, nonviolenti o rivoluzionari (nel senso di violenti), potranno cambiare il corso della storia, ma per il momento non mi rimane che rimandare i miei quattro lettori alle caratteristiche essenziali della società “moderna”:

1 - un progressivo depotenziamento a favore del privato (“socializzazione della predonomia” (vedi decreto Bersani)!;

2 - un progressivo potenziamento della grande industria, nazionale e multinazionale, e della piovra bancaria globale con concomitante sganciamento dall’effettivo controllo dello Stato;

3 - una progressiva convalida legislativa di ogni condizione “economica” ovvero della crescente divaricazione fra gli estremi della ricchezza senza limite e dell’indigenza totale;

4 - un progressivo abbandono dell’appena accennata (vedi lo Stato socialdemocratico) “etica dei diritti naturali” a favore della “logica del mercato” con conseguente “accanimento di pressione consumistica” attraverso la specifica pubblicità menzognera e la tecnica di persuasione occulta e subliminale: crimine non contemplato  - come quello della catechizzazione infantile - dal codice romano-borghese);

5  un progressivo abbandono di chi nasce povero alla povertà (con possibile incremento della “demagogia della carità”);

 6 - un progressivo aumento della conflittualità (anche fra poveri e poveri e fra predatori e predatori) con sviluppi ed esiti fuori e contro il potere pubblico;

7 - un progressivo aumento della criminalità nelle tre forme classiche: legale, illegale e paralegale e della criminalità minorile (secondo la “american way of  life”);

8 - un progressivo abuso della demagogia del potere pubblico e della stampa servile e mercenaria per legittimare la logica del mercato come modalità naturale e far credere in un futuro debellamento delle differenze abissali, delle ingiustizie e della criminalità;

9 - un progressivo inquinamento dell’ecosfera con conseguente crescente risposta catastrofica e progressiva riduzione dell’abitabilità della Terra;

10 - un progressivo inasprimento delle follie imperialistiche dei più forti con concomitante progressivo asservimento dei più deboli e progressiva distruzione bellica fino ad un possibile conflitto nucleare dagli effetti pandistruttivi imprevedibili;

11 - un progressivo aumento di giovani senza lavoro stabile, di cittadini con scarsa o nessuna assistenza sanitaria e di anziani con insufficiente o nessuna pensione (secondo il “modello statunitense”!);

12 - un progressivo ritorno dalla lotta di massa alla contestazione violenta da parte di individui e di gruppi isolati – o di organizzazioni segrete – come compensazione inconscia della scomparsa o svuotamento dei partiti e dei sindacati rivoluzionari storici con progressiva inutile esasperazione del potere borghese che continuerà a classificare come terrorismo (sulla scia della polizia zarista) ciò che è soltanto un attentato alla persona o manifestazione di patologia epidermica di un organismo malato.

Credo che questo “dodecalogo di morte”, relativo alla società “moderna”, basti. Esso riguarda tutta l’umanità ma il nostro Paese vi è dentro e ne subisce le sorti.

 

La sociologia – Si usa spesso la parola sociologia in senso lato e improprio ingerendo malintesi. Per esempio, a proposito di inchieste su fenomeni sociali o finanziari ecc.;  di comportamenti (etnici, di categoria, ecc.) ottenendo percentuali, valori statistici, grafici e roba del genere. Quest’attività è semplicemente “sociografia” ed è esercitata da specialisti settoriali che, in quanto tali, operano all’interno di un sistema e non si occupano di questioni generali e di principio. E’ il lavoro, per esempio,  dell’Istat (Istituto Nazionale di Statistica).

La sociologia è “scienza del sociale” e, in quanto tale, si occupa di tutte le problematiche dell’organismo sociale (dalla psicologia alla criminologia) come configurazione della specie umana.

Tuttavia, non esiste LA scienza del sociale ma diverse correnti di pensiero che si ispirano ad essa. Io lavoro da circa trent’anni attorno alla “biologia del sociale” e credo ovviamente, con un pizzico di presunzione, di avere scoperta la chiave di lettura del comportamento del soggetto reale e della storia della nostra specie attraverso la lente naturalistico-biologica. Questa mi consente di confutare la presunta “naturalezza definitiva” della predonomia e di dimostrare la necessità biologica dello “Stato economico” (socialista) come alternativa alla altrimenti inevitabile estinzione della specie per saturazione di negatività endogena e per rigetto ecologico. I sostenitori della predonomia “a sviluppo tecnologico umanicida” ma al momento confacente con la loro insaziabile avidità di ricchezza-potere, hanno buon gioco usando la locuzione “secondo natura” perché in realtà la predonomia è naturale e l’affermazione come tale è inconfutabile. Ma anche l’infanzia e l’adolescenza dell’uomo sono naturali senza che ciò significhi che il soggetto debba fermarsi a mezza strada, cioè non diventare mai adulto.

La biologia del sociale dimostra come il soggetto si compie passando dal livello predonomico-antropozoico a quello propriamente umano (biosocioetico) e che, pertanto, è quello che diventa. La verità dell’”essere ciò che si diventa” significa che la natura o naturalezza non ha un limite e che la cultura è soltanto un livello superiore della natura. Così, se al livello adolescenziale la specie umana ha ancora comportamenti para-animali, al livello adulto può trovare naturale la trilogia del 1789 e realizzare la libertà nell’uguaglianza (s’intende economica) e nella fratellanza. Il potere culturale su ogni nato è praticamente senza limite e contro le stesse attitudini innate, che tendono alla perpetuazione dei costumi per inerzia biogenetica. L’ambiente può asservire l’individuo esasperandone le tendenze alla conservazione attraverso una specifica catechesi tendente a catturarne la ragione e la volontà; può, al contrario, predisporlo ad un comportamento di parità mutualistica come vuole appunto una società a misura di uomo eticamente adulto. Cade tutta la prosopopea speciosa dell’intellighenzia della società “moderna”, prigioniera di un gruppo di signorotti, ciascuno dei quali è tutto proteso a cogliere il momento, anche se sa che si lascerà dietro il diluvio. Tuttavia la bramosia di costoro va inquadrata in un contesto dove la vita è vissuta non come un piacere ma come una sfida, dove la preda cerca di emulare i predatori e i predatori temono di diventare prede a loro volta da parte di predatori più forti. Della mia creatura ho parlato specificamente nel mio intervento dal titolo “L’iter della sociologia - Cenni essenziali del contributo della biologia (del) sociale” apparso sul n.ro 2 di questa Rivista, a cui rimando chi mi legge.

 

La funzione della sociologia – La funzione della sociologia è conseguente alla sua definizione. Come scienza è al di fuori e al di sopra di ogni partito e di ogni fazione politica i cui motori sono sempre più convinzioni ideologiche (assai simili a quelle fideistiche) e interessi di potere personale. Solo la sociologia può indicare, con l’autorevolezza che le deriva dall’imparzialità scientifica, ciò che va fatto perché la civiltà cresca nel senso giusto, perché vengano rispettati i diritti naturali (cfr. il giusnaturalismo) e perché la specie umana si compia per il maggiore benessere dei suoi soggetti. Quale, dunque… (?)

 

La reale funzione della sociologia nella realtà del nostro Paese e, per estensione, del mondo - La sociologia è un’entità astratta. I sociologi sono soggetti concreti.  Come “medici del sociale” toccherebbe certamente a loro intervenire per curare i mali sociali ma, a differenza di quelli propriamente detti – che vengono richiesti e magari molto ben pagati – essi restano quasi sempre estranei alla sfera dei potenti perché considerati alla stregua di filosofi fumosi. Oggi più che mai. Meno, naturalmente quelli che fanno gli “inservienti culturali” del sistema. Anche questa circostanza fa parte dell’attuale “civiltà della decadenza” che – come l’ultimo giorno di carnevale, che prepara il rogo di questo fra lo sfavillio dei fuochi di artificio – sta preparando il rogo dell’umanità fra i mirabilia della tecnologia.

Gli uomini del pubblico potere preferiscono piuttosto circondarsi di (sedicenti) economisti, i quali, di fatto hanno preso il posto dei sociologi – non mi dispiacerebbe dire “usurpato il loro ruolo specifico”. La (sedicente) economia – e questo non da ora – è vista dai potenti come la “scienza del potere”, più precisamente come la somma di espedienti capaci di fare stare in piedi il sistema – diciamo pure il maledetto  “sistema borghese” – gabbando le masse di lavorodipendenti, di poveri e di  redditizi consumatori – con promesse che sanno di non potere mantenere nel più pacchiano spirito machiavellico.

Per i detentori dei mezzi di produzione – i classici “padroni del vapore” – si può dire che l’economia è una vera e propria “stregoneria del business”!

I referenti della società “moderna” chiedono agli “economisti” la soluzione dei problemi oggi più difficili, ma decisivi anche delle sorti di un governo e di una coalizione polare, come la gestione dell’inflazione e del debito pubblico, alimentati dall’uso arbitrario di una moneta non passiva, e che scorrono lungo il filo del rasoio. La pseudo-economia è diventata una specie di arte di equilibrismo del potere politico, impegnato a salvare la faccia ma non certo a socializzare il potere stesso, il lavoro e il benessere, cioè quanto si chiede ormai da secoli come soluzione razionale ed etica della “questione sociale” ovvero della storia umana.

Al contrario, si può dire che l’accantonamento di tale soluzione (come dire della “rivoluzione sociale”) è direttamente proporzionale al progresso tecnologico. Non si sa fino a quando gli illusionisti teatrali della pseudo-democrazia potranno svendere il demanio e consegnare tutto il tessuto sociale nelle mani di privati rapaci e insaziabili visto che l’uno e l’altro non sono valori infiniti ma essi insistono disperatamente senza tenere conto di accendere micce di mine che prima o poi esploderanno polverizzando costruzioni di cartapesta.

E’ successo che l’uomo – proprio quando avrebbe potuto prendere coscienza dei bisogni effettivi di una civiltà eticamente evoluta, ha voltato le spalle a sé stesso per votarsi totalmente ai piaceri e alle follie di una predonomia estremista, ludica e tecnologizzata (sostenuta anche da agguati emozionali come quelli del “predaludismo”: giochi televisivi a premi consistenti organizzati da imprese-sponsor, che mettono in palio della refurtiva sociale!) che gli economisti di corte si sono affrettati a santificare come la scoperta di un “codice della natura” seppellendo come errori millenni di sogni e secoli di lotte. Secondo tale codice – inconfutabile in quanto naturale  - non resterebbe che adeguarvisi dimenticando il passato e costruendo l’avvenire attorno alla figura demiurgica dell’uomo d’affari (che aumenta il PIL con non importa quale merce), sacro come un totem perché “dà lavoro e produce ricchezza” mentre, in realtà, “compra lavoro a buon mercato e depreda la ricchezza di chi la produce” (il quale, infatti, rimane sempre povero). E ad adeguarvisi, con il lacrimevole fervore dei pentiti e dei traditori, sono stati proprio coloro che fino ad ieri si sono battuti per una società basata sui diritti naturali.

Stando così le cose, i sociologi veri sono per lo meno superflui e se poi, come lo scrivente, conservano la convinzione della necessità (biologica) dello Stato sociale (non nel senso di “welfare” ma di Stato propriamente detto), allora il sociologo è perfino un perditempo disturbatore, un contestatore fuori del tempo e contro natura.

Io tengo duro e sottolineo con forza di essere convinto, in termini di vera scienza sociale, che la più sofisticata tecnologia applicata alla più sottile metodica di potere, di impresa, di mercato e di affari non realizzerà mai la giustizia sociale, ovvero non darà mai a tutti ciò che spetta a ciascuno di loro per diritto naturale (per il solo fatto di essere nati), non colmerà le attuali differenze abissali e, quel ch’è peggio, non debellerà mai la triplice criminalità accennata più sopra che, anzi, tenderà ad essere sempre più esasperata, agguerrita ed aggressiva quando non perfino pericolosa come il terrorismo propriamente detto perché lo stesso sistema (pubblico potere più imprenditoria affaristica legale più imprenditoria affaristica paralegale) continuerà a produrre.

In altri termini, cresceranno i tratti negativi della civiltà a detrimento di quelli positivi. E’ semplicemente impossibile – e quindi impensabile – che da un gioco predonomico di tutti contro tutti (una “bellum omnium contra omnes”) risulti una società di  uomini liberi ed appagati, come è impossibile che i tasselli di un mosaico, agitati dentro un contenitore, possano ricostruire il mosaico stesso. Infatti, ne viene fuori un’umanità frenetica, sempre sul piede di guerra, sempre sul chivalà, ossessionata dalla paura di essere depredata e dallo spirito di rivalsa di depredare, arrabbiata, schiozofrenica e imprevedibile alla stregua della popolazione statunitense (la supposta “più grande democrazia del mondo”), venti per cento della quale, secondo statistiche ufficiali, sarebbe affetta da turbe mentali causate da peripezie “economiche” (leggi: “predonomiche”) ed esistenziali.

Se fossi convinto del contrario, direi che i sociologi dovrebbero sostenere la società “moderna” e quindi incoraggiare l’imprenditorialità giovanile, giustificare la caduta (anticamera di una possibile scomparsa) della vecchia pensione retributiva, confermare la riduzione del diritto alla vita ad una merce (come vuole il fatidico “mercato del lavoro”!) e così delirando. Se fossi convinto del contrario, potrei parlare di novità sensazionali come quella della “wikinomics”, naturalmente americana: un modo di usare l’internet come mediatore di complicità di “comparaggio affaristico-predonomico”: una nuova dimensione del mercato globale che fa andare in visibilio uomini che concepiscono perfino l’amore, la paternità e la vita come rapporti di affari!

Ho ripetuto la locuzione <società “moderna”> mettendo fra virgolette l’attributo proprio perché moderna non la ritengo affatto, ma ripiegata su sé stessa e risospinta verso una “animalità antropomorfa” vestita di sgargianti abiti tecnologici.

Se la democrazia fino a questo momento non è andata oltre la legittimazione elettorale di chi riesce a farsi eleggere ( soprattutto in rapporto al potere finanziario di cui dispone: vedi USA) e il ricorso al referendum abrogativo, con i meccanismi della società “moderna” il mercato finirà per essere onnipotente e al popolo “sovrano” non resterà che leggere i dati ufficiali della borsa mentre quelli della piovra bancaria resteranno il grande mistero dei grandi padroni e dei loro pasciuti tipariedi.

La funzione del sociologo, che ha il coraggio di essere sé stesso, è quella di richiamare tutti gli “operatori della stanza dei bottoni” (alias “palazzo del potere”) – spesso totalmente digiuni della materia – allo studio e al rispetto della scienza sociale e delle leggi biologiche che la supportano, la quale non è un’ideologia costruita su pregiudizi e convenienze e meno che mai una fede clericale con obbligo di obbedienza e di contestazione antilaica (che mette il parlamento di uno Stato laico contro sé stesso) ma quanto ci suggerisce la fisiologia di un organismo sociale sano. Una scoperta, quindi, giammai un’invenzione.

Questa funzione, che può assumere i connotati di una vera missione, si configura in una molteplicità di azioni ed iniziative: dall’articolo alla conferenza al dibattito, dalla lettera all’uomo di potere alla campagna di stampa. Naturalmente quest’opera d’informazione, richiamo, dialogo e pressione ogni sociologo può realizzarla anche dal di dentro di un partito o all’interno di Camera e Senato  se riesce a non lasciarsi corrompere.

Non so quanto questo possa servire a provocare una generalizzazione di spirito di conciliazione interumana anche da parte degli attuali “predoni” e a mutare le sorti dell’attuale vocazione suicida della civiltà, ma la storia è il “regno del possibile” ed è quindi possibile che una convergenza di circostanze positive possa “sbloccare la società moderna” oggi incatenata ad una rete di contraddizioni. E’ un dato di fatto che la vita degli stessi padreterni e figli di papà è sempre più minacciata dalla “delinquenza” degli affamati e degli scontenti, nonostante gli interventi delle “forze pretoriane” a guardia della proprietà privata senza limite e di una legalità che fa a pugni con la legittimità naturale, come è un dato di fatto che il potere giudiziario non può andare oltre la legalità convenzionale di una società per uso padronale e che la natura, sempre più sconvolta dalla tecnologia del profitto, minaccia di desertificare il Pianeta e di cancellare l’habitat umano.

Quale altra può essere la funzione reale della sociologia o “medicina sociale” nei riguardi degli attuali “signori del Paese e del mondo” con lunghi codazzi di servi e di utili idioti, che respingono ogni terapia, legati come sono paranoicamente ai propri privilegi, e incapaci di rendersi conto del male che fanno a sé stessi e ai propri eredi affettivi? Chiudo con questa domanda angosciosa e angosciante ma non … disperata.

 

Carmelo R. Viola