E’ la volta dell’Alitalia

 

                                                                                                    
Il liberismo può essere definito anche – nel suo divenire – una paranoia per privatizzare ciò che è naturalmente pubblico, cioè lo Stato, il potere pubblico per eccellenza. Privatizzare sta per desocializzare! Pubblico non vuol dire che il più forte può occuparlo – sia pure con il giochetto elettorale – e farne ciò che gli pare, altrimenti non ci sarebbe potere più pubblico di quello di una dittatura. Anche se è possibile il contrario: che una dittatura sia al servizio del sociale, cioè della collettività. E’ tale per l’appunto il fine dello Stato.

         Lo Stato è nato – non certo dall’oggi al domani – in contrapposizione al Medioevo, di quando ogni forza costituiva un “potere” concorrenziale di parte in un contesto di “bellum omnium contra omnes”. Stato sarebbe dovuto significare sin da sempre strumento giuridico (per meglio intenderci: espressione del diritto naturale) per la soddisfazione di tutti i diritti reali dei soggetti di una collettività, non più sudditi ma cittadini “sovrani” (come recita, ma solo retoricamente, la nostra Costituzione) ma anche per regolare l’altra faccia dei diritti, che sono certamente i limiti dei beni usufruibili e quindi i doveri.

         Non è avvenuto così. Quando la monarchia assoluta – creatura medioevale nata  dal principato – si è fatta, per forza di cose, costituzionale, ripudiando l’autocrazia (più o meno divina) e aprendo la strada alla democrazia,  le cose sembravano avviate verso il meglio. La socialdemocrazia ha fatto pensare per poco ad uno Stato dispensatore di socialità in uno spirito di equità e di sensibilità al bisogno. Ma, sotto le spoglie della pratica elettorale, spacciata come panacea “democratica” di tutti i problemi sociali, si è insinuata, subdola e traditora, la restaurazione medioevale non già rinnegando lo Stato – ormai imprescindibile – ma svuotandolo di ogni “intervento protettivo” a favore della collettività.

         E’ il neoliberismo, caratterizzato dal passaggio dei servizi naturalmente pubblici dalla gestione statale, che può avvenire senza fini di lucro, alla gestione di privati, ovvero di uomini di affari, che avviene sempre e necessariamente per fini di lucro, più precisamente di parassitismo, usura e ladrocinio a tutto danno dei veri produttori della ricchezza (lavoratori) e della collettività in genere. Pertanto, non comprendo tanta preoccupazione di avere padroni italiani come se questi, in quanto padroni, non fossero tanto predatori quanto quelli stranieri. Quella di una compagnia di bandiera, di sola facciata, è una retorica che affonda in un mare di pietoso ridicolo. La verità è che i nostri “padroni di casa” vogliono sentirsi più a loro agio chiamando in causa la patria, l’italianità, il paese e pretesti demagogici della fattispecie.

         La logica della vera economia (che è scienza naturale!)  vorrebbe che, in casi di gravi crisi del genere, la prima cosa da fare fosse l’assunzione della gestione da parte dello Stato, operazione che si chiama “nazionalizzazione” – ma questo significherebbe creare un precedente nella logica del liberismo, che è tutto un insieme di “giochi” competitivi tra padroni, grossi e piccoli, e che chiama spregiativamente assistenzialismo ogni intervento dello Stato se non addirittura – con una logica da “apprendista stregone” – comunismo, il quale, invece, è l’assenza di ogni mercato, privato o pubblico.

         Lo Stato cessa di essere il tramite del diritto naturale per diventare esso stesso strumento “paramedioevale” dei servizi sociali nelle mani di speculatori o di loro fiancheggiatori parlamentari. E’ quanto sta avvenendo con le ferrovie, con l’energia elettrica, con il gas, con l’acqua (sic!), con la telefonia e, in modo palesamente abusivo e vergognoso, con le Poste.

         In queste condizioni, differenze abissali, povertà, disoccupazione e criminalità  rimangono e prosperano. Ed è come dire “ogni crimine di Stato”. Il tentativo del governo Berlusconi di debellare le mafie con l’esercito è una nuova barzelletta di principotti medioevali in veste democratica. E’ evidente che il promotore non ci creda! Anche l’Alitalia deve trasmutarsi in potere paramedioevale non per ragioni di necessità economica ma solo perché persista il sistema dei giochi a chi diventa più ricco. E la soluzione ci sarà comunque perché ove vige il capitalismo là ci sono padreterni che offrono sostegno “umanitario”(quando non “di carità”) e la c’è sempre gente che ha fame e che si offre al mercato delle pulci in mancanza di meglio. Nel nostro caso, di questuanti ce ne sono circa venti mila! Pertanto, la soluzione – una soluzione – è dietro l’angolo. Sapete cos’è la “cordata capeggiata da un Colaninno?  Una muta di lupi predatori, titolari in proprio o meno (a buon intenditore poche parole), che aspettano il via per inseguire la preda. Ma forse questo nessuno ha il coraggio di dirlo. Piuttosto vi parleranno di salvatori (del Paese!) e  non è escluso che qualcuno di quelli chiuderà la propria carriera in odore di santità. La storia ufficiale è ancora questa.

         Il timore di un secondo 1929 ha indotto il governo della Casa Bianca a nazionalizzare alcune banche in fallimento: si è parlato di crisi del capitalismo e di ritorno al socialismo. Certo, il capitalismo è in crisi ma lo è da sempre: esso è la crisi della civiltà umana. Ma non saranno gli Stati liberisti, seguendo le opinioni disperate – e magari sagge! -  di qualche sedicente economista, a salvare la civiltà. Ci vorrà ben altro per superare la paranoia del “meno Stato e più privato”.

 

 
 

La cosiddetta “riforma Gelmini”

 

                                                                                          

Non mi dispiace di scontentare dei fanatici perché il fanatismo non fa cultura anche se professato predicando Marx o Malatesta. Il fanatismo è semmai la “cultura del razzismo” o il “razzismo culturale”. Una delle cose che ho imparato dall’esperienza è di dare a ciascuno il suo. Ebbene, di fronte all’ennesima “rimescolatura” delle modalità scolastiche, a me, antifascista, viene voglia di elogiare la riforma Gentile la cui logica, indipendentemente dal contenuto, non era legata a fini extrascolastici ma rispondeva ad un’ideologia, in cui, tra l’altro, Stato e scuola pubblica erano dei veri e propri punti cardinali. In altre parole, non era un espediente per secondi fini…

         La democrazia, nata dall’antifascismo dei partigiani, avrebbe dovuto conservare ed integrare tali punti cardinali: sta facendo esattamente il contrario.  

         Solo la cosiddetta prima Repubblica, sotto l’influenza delle forze socialiste e laiche, che erano state anche le radici del primo Mussolini, in uno spirito socialdemocratico, pur aggredito dall’allora virulenta ingerenza clericale, era riuscita a realizzare qualche anticipazione dello Stato sociale – o vero – come il piano per la piena occupazione, la scala mobile e, in campo scolastico, delle innovazioni che, proseguite nella seconda e terza Repubblica, era sfociate, per quanto concerne il corso primario, nel quadro docente plurimo che introduceva i piccoli cittadini nello spirito della socialità.

         Poi la parte reazionaria dell’ ”altra Costituzione” (ne abbiamo due, fuse e confuse), fonte della tradizione democristiana e dell’affarismo imprenditoriale, ha avuto il sopravvento. Voglio dire lo spirito medioevale del famigerato liberismo. Il quale considera lo Stato uno strumento al servizio della grande industria e la scuola, preferibilmente non pubblica, uno strumento della Chiesa.

         Per raggiungere tale doppio fine la via maestra è quella di privatizzare ogni servizio e quindi di ridurre progressivamente tutte le spese pubbliche o sociali. Le due cose sono inscindibili e interattive, le facce di uno stesso fenomeno, che perpetua il Medioevo e continua a produrre criminalità (come le varie mafie).

         Il Governo Berlusconi è iperliberista (e non potrebbe essere altrimenti il prodotto di chi si è fatto un impero grazie all’iperliberismo) ed ogni suo provvedimento, lo si dica o no, mira a contribuire a consegnare tutto il sociale nelle mani di privati ovvero di affaristi, come dire di affidare l’economia (che è solo, nel nostro caso, predonomia) alla dinamica del mercato. Tutto ciò avviene per consentire ad una masnada di avventurieri di fare il loro gioco preferito, che la corsa a chi diventa più ricco e più potente.

         Se vogliamo fare un riferimento di scottante attualità, diciamo che tutto il cosiddetto mercato monetario (o finanziario o bancario o usuraio) è un insieme di giochi, i quali, come tutti i giochi, possono anche apparire difficili a chi non li conosce. Uno degli accorgimenti dei “tenutari ludici” è quello di coinvolgere larghe masse di lavoratori dietro il pretesto del risparmio (o piccolo parassitismo) per avere dei complici. Ma sono questi a rischiare di perdere perfino la casa quando i giochi provocano situazioni catastrofiche. E la legge di una larva di Stato non si arresta davanti alla barbarie dello sfratto!

         La cosiddetta “riforma” della ministra Gelmini, pertanto, non va considerata per provvedimenti perfino condivisibili (come quello del grembiule), i quali non costano nulla, ma anzitutto per il ritorno al “maestro unico” perché si tratta di un provvedimento riduttore delle spese di uno Stato paramedioevale nella misura, si dice, di ben 87 mila insegnanti, una quantità enorme per un Paese già affetto da disoccupazione, sottoccupazione, maloccupazione, precariato, povertà e difficoltà civili crescenti.

         Soffermarsi su altri aspetti significa stare al gioco delle apparenze ovvero non avere capito che dietro la zelante ministra in questione non c’è né competenza né saccenza in fatto di pedagogia ma solo la volontaria ignoranza del problema, il suo compito essendo solo quello di contribuire, per quanto compete al suo dicastero,  al disegno della vandea in carica:  realizzare il liberismo più selvaggio. C’è comunque l’assenza di cognizione dello Stato, della democrazia e del diritto. Ma possiamo anche aggiungere quella della sensibilità – affettiva e morale – (tanto più grave in quanto attributo di una donna) nei riguardi del proprio simile e, nella fattispecie, di migliaia di lavoratori che, magari in età matura o anziana, si ritrovano senza un lavoro e di migliaia di famiglie che vengono a trovarsi sul lastrico (talora al limite del suicidio).

         Tutto questo nella mente di chi si batte per sua santità il mercato non ha alcun valore. Smettiamola dunque di occuparci di voti in condotta o di educazione civica, che possiamo condividere o della mafia dei testi scolastici, che resta tale. La cosiddetta “riforma Gelmini” è solo una mossa per ridurre gli òneri finanziari dello Stato secondo l’infausta follia del liberismo, che è, tra l’altro, la negazione totale del liberalesimo, padre del socialismo. Esso fa retrocedere la civiltà alle origini forestali. Ed è perfino inutile cercare di contestarlo a chi, come le varie ministre in causa,  invece di farsi le faccende domestiche, in che potrebbero essere eccellenti, sono addette a compiti molto più grandi di loro, mancando del senso dello Stato, della democrazia, del diritto e dell’imperativo categorico della comprensione umana.

 

 
 

Costituzione - Art. 4 : Diritto al lavoro

 

                                                                                                

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”! Così recita l’inizio dell’art. 4 di quella Costituzione che il cosiddetto Primo Cittadino esorta a rispettare (ma, a parole). L’art. 2 – che lo introduce - recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”.

         Se non ho dimenticato la lingua, “Repubblica” sta per Stato e riconoscere significa esattamente quello che dice la parola, cioè “assumere per legittimo”. Sempre secondo una logica essenziale, intuitiva e inalienabile anche in campo giuridico, assumere per legittimo un diritto – ammesso che un diritto non sia legittimo per sé stesso, altrimenti che diritto sarebbe?! – significa soddisfare quel diritto stesso meglio se in presenza di una dichiarata garanzia.

         Gli articoli costituzionali testé citati hanno una loro logica, la quale non è un prodotto dell’uomo (un’invenzione) ma è intrinseca alla realtà del discorso, quando si vuol dire qualcosa e non vaneggiare. Se affermassi che essi siano l’espressione di un vaneggiamento collegiale, offenderei i costituenti, i quali risultano essere storicamente delle persone perbene e, sia pure da posizioni ideologiche diverse, e perfino contrapposte, impegnate ad offrire all’Italia postbellica uno strumento istituzionale per la realizzazione di quei diritti naturali che ci riportano alla Parigi del 1789  (“libertà-fraternità-uguaglianza”) e alla Dichiarazione dei Diritti Umani proclamata dall’ONU nel 1948.

         Non è un caso che la parte più avveniristica della nostra Carta costituzionale sia proprio quella introduttiva e che dovrebbe trovare tutti d’accordo, compresi gli antagonisti (fratricidi) – o loro successori – di oltre sessant’anni fa. Si tratta, infatti, della realizzazione di ciò che distingue la civiltà medioevale – in cui le sorti di ciascuno dipendevano da un gioco di forze – dalla civiltà postmedioevale (o statale), in cui il benessere di tutti dipende dal rispetto dei diritti naturali. Non so se valga più di una macabra barzelletta la scena di gente che si dibatte nel bisogno e di aureolati, come gli onorevoli, che dicono loro che hanno diritto al benessere ma che non fanno nulla per procurarglielo: è proprio la situazione in cui ci troviamo!

         Gli articoli succitati dicono, senza tèma di smentita che lo Stato DEVE assicurare a tutti la soddisfazione dei diritti naturali o vitali in cambio di lavoro da parte degli adulti abili, il che vuol dire, in parole povere, l’alimentazione, l’istruzione, l’assistenza medico-sanitaria e quant’altro produce il benessere (o “welfare”).

         Fare dipendere il lavoro (che poi, in un contesto capitalistico  - predonomico - sta per diritto alla vita) con tutto quel che segue, dalla dinamica del mercato (antropomorfizzazione della predazione animale), significa mentire o, più precisamente, delinquere. Non sta scritto da nessuna parte che la ricchezza (specie mobiliare) di uno solo possa essere illimitata e che si debba affidare ai privati ciò che è prerogativa “naturale” di uno Stato vero. Stando così le cose, confermo ciò che ho scritto più volte e cioè che “ogni disoccupato involontario è un crimine di Stato”.

         Gli “uffici del lavoro e della piena occupazione” erano un’iniziativa della Prima Repubblica che mirava al lavoro per tutti, cosa alquanto difficile anche in socialdemocraza, a ma a cui, lo ricordo bene, il noto Luciano Lama ci aveva creduto! Alfine, è prevalso il capitalismo “senza attenuanti” il quale comunque perpetua il Medioevo nonostante lo Stato: esso, infatti, piuttosto che una scienza, come credono sedicenti economisti, è un insieme di “giochi d’azzardo” e quindi di criminalità. Al mio paese  – ma è si tratta solo di esempi emblematici alla portata di tutti –  dei pezzivendoli sono diventati delle potenze finanziarie e artigiani e piccoli esercenti sono stati quasi tutti fagocitati dai megamercati.

         Il capitalismo mette al centro l’affarista – detto eufemisticamente imprenditore o industriale – e lascia che i vinti” (di verghiana memoria) languiscano nella povertà, magari ben camuffata (è umano) e nella depressione che talora sfocia nel suicidio, quando non si mettono al servizio di qualche mafia. Al contrario, l’economia vera e propria, basata sui diritti naturali – come suggeriscono gli artt. 2 e 4 della Costituzione – mettono al centro l’uomo, più precisamente ogni nato che, come tale, viene assistito.

         L’attuale crisi del complesso ludico dei banchieri-usurai, mostra chiaramente come la preoccupazione di uno Stato di stampo medioevale come il nostro è interessato esclusivamente a salvare i giocatori più forti. Lo comprova il fatto che contemporaneamente si sfornano leggi mirate a sollevare lo Stato da ogni residuo impegno di realizzazione del diritto al lavoro, alias alla vita. Per esempio, la riduzione delle strutture scolastiche  - edifici e personale – in applicazione della pseudoriforma Gelmini, è una manifestazione criminosa eclatante di uno Stato che toglie lavoro e crea bisogno, cioè delinque, senza ombra di remora morale. Le masse – soprattutto quelle giovanili – pur essendo le vittime, sono polarizzate da interessi – come lo sport,  l’acquisto rateale dell’auto e i giochi a premi (sempre di giochi si tratta!) (del fisco o della TV) ben lontani da quelle che erano le cause sociali che in epoca romantica erano valori-motori di vita e di prova di virilità politica.

         Perciò, a dispetto del diritto costituzionale al lavoro-vita, imperversa la giungla liberista, il cui esito è la fine della civiltà. Qualunque magistrato intelligente e coraggioso avrebbe buon gioco nel dimostrare che lo Stato attuale è semplicemente anticostituzionale, fuori legge, illegittimo e i suoi responsabili da processare. Il che sarebbe molto più utile che celebrare una liberazione americana che non c’è mai stata!

 

 
 

La farsa dell’(auto) salvataggio

 

                                                                                              

Il selvaggio, il criminale e il ridicolo sono ingredienti del sistema capitalista: costituiscono una sola mistura dove apparenza e sostanza si combinano e si alternano e fanno una farsa, che al comico unisce il drammatico. E’ quanto i nostri sedicenti economisti, con liturgico accademico collo torto e occhiali “alla Verdoni” sostengono come i meteorologi le imprevedibili avversità del clima e cercano di mitigare le catastrofi spettacolari di un eventuale tsunami.

Tuttavia, non c’è niente che dipenda dall’uomo nel detto sistema, che vige in funzione di un gruppo di predatori-giocatori d’azzardo, che si chiamano banchieri per non dire usurai di alto bordo, manipolatori di una macchina mirata a moltiplicare i loro profitti parassitari, che di fatto condiziona la civiltà del Pianeta. Come tutti i meccanismi ludici avviati in libertà, tale macchina, oggi globale per via di un liberismo senza frontiere, può cadere in crisi travolgendo ogni cosa ma che gli economisti si ostinano a chiamare “la” economia! Economia sarebbero le “borse”, di cui ogni giorno ci dànno conto in numeri, sonanti come soldi, e poi lamentiamo informazione insufficiente! Economia sarebbe la compravendita di azioni in borsa cioè di investimenti finalizzati a ricavare profitti da lavoro altrui e assimilati, con totale improprietà, a risparmi! Tanto per continuare a mentire.

Potendo produrre “moneta virtuale”, l’ingordigia spinge i banchieri-usurai a vendere molta più moneta di quella di cui effettivamente dispongono e così finiscono per ritrovarsi incapaci di rispondere alla domanda di liquido, cioè di moneta vera. Donde la crisi, trattata come un malaugurato fenomeno meteorologico e non come  un crimine, ineluttabile risultato di un comportamento criminogeno.

Si richiama il mercato e si attribuisce il lamentato inconveniente a difetto di regole. Ed anche qui la logica si disperde nei meandri dell’idiozia. Infatti, il mercato è la trasfigurazione umana della lotta per la sopravvivenza vigente nella giungla. E’ come una guerra e, in quanto tale, non può essere moralizzata come ci prova la dilagante disonestà e corruzione dei mercanti (fautori ed utenti del mercato). Ovviamente il mercato andava bene ai suoi primordi come il primo livello di vita sociale organica postanimale, quando c’era bisogno di scambi senza riferimento alle differenze “economiche”. Oggi, non solo il meccanismo della domanda e dell’offerta – base del mercato – non esiste più sotto l’effetto dell’intervento pubblicitario e della persuasione subliminale, ma il compito del potere pubblico è quello di distribuire equamente il benessere a tutti i cittadini, cosa che non può derivare dal mercato e da uno Stato ridotto a strumento paramedioevale del mercato stesso.

La farsa esplode fino al parossismo grottesco: questo Stato non ha soldi abbastanza per la Scuola, e ne riduce le spese (a tal fine è unicamente mirata la falsa riforma Gelmini), cioè strutture, personale, risultati quantitativi e qualitativi, non ha soldi abbastanza per la Sanità e ne riduce le spese con le stesse conseguenze e risultanze, non ha soldi per la Difesa nemmeno interna e ne riduce le spese con lo stesso effetto, non ha soldi abbastanza per le pensioni anche per chi si è rotto le spalle per decenni restando povero, e dimezza le pensioni addossando il resto sulle spalle degli stessi poveri cristi , non ha soldi per la Posta e la affida ad un gruppo di affaristi che passano da un abuso all’altro, come io ho più volte denunciato. E via delirando… Ma davanti alla crisi degli istituti di usura, detti banche, lo stesso Stato trova  soldi per salvare il sistema di giochi d’azzardo per uso imprenditoriale-padronale, non godendo di un’autonomia meno che mai monetaria. Da dove prende i soldi per il soccorso d’emergenza? Qui la farsa si fa drammatica: li richiede alla Banca d’Italia, che è una società per azioni di banchieri-usurai. Questa, disponendo del conio, se necessario, di banconote ne produce di nuove. Ottenuti i soldi, lo Stato-servo si fa investitore-azionista delle banche che “nazionalizza”, sia pure in parte. Ma che succede di conseguenza? La farsa continua…:lo Stato si carica di debito cosiddetto pubblico che coprirà in parte con i dividendi parassitari, in parte con il fisco, cioè con altre tasse ed altri tagli alle spese sociali!

Sta di fatto che il salvataggio delle banche è consistito in un giro di moneta che dal conio bancario è andato al circuito bancario: dalla banche alle banche attraverso un giro vizioso con in mezzo lo Stato, il che non ha niente a che vedere con il socialismo ma dimostra ancora una volta l’assurdità di un sistema che, senza o con emendamenti di questo tipo, si fa beffa della scienza e soprattutto dei diritti naturali, su cui solo si possono fondare un vero Stato e una società “adulta”.

 

 
 

La “meteorologia predonomica”

 

                                                                                           

Sentiamo parlare, specie in questi giorni, di “economia reale” come di una situazione sanamente fisiologica- insomma naturale – che una catena di malaugurati eventi, come indipendenti dall’uomo, disturba ed ostacola fino a sommergerla.  I registi (e profittatori) dell’animalismo capitalista, sfociato nel caos liberista, riescono anche a discolpare  i veri responsabili del caos stesso, facendo riferimento a turbe sociali che sfuggono alla volontà e al controllo dello Stato, anzi degli Stati. I cui capi lotterebbero contro una specie di meteorologia sociale! Le notizie delle “borse” somigliano a quelle di un “tempo” molto capriccioso e imprevedibile.

         Ma pochi si accorgono che la crisi in questione appartiene alla pratica surrettizia della predazione forestale che sfruttatori di mestiere hanno lasciato sopravvivere come modalità normale della nostra specie e su cui hanno costruito, con l’ausilio di “sedicenti economisti-utili idioti”, una pretesa scienza dell’economia, detta anche capitalismo.

         Ora, ogni causa – anzi, coppia di cause – produce dialetticamente certi effetti e non altri. I cui autori responsabili, sono, per il 99%, in prima e/o ultima istanza, proprio degli uomini. Il pretesto dell’imprevedibilità e ineluttabilità – pertinente al divenire meteorologico - è solo l’ultima menzogna.

         Tutta la terminologia della cosiddetta “economia reale” è un’antologia di menzogne, che ha lo scopo di fuorviare la comprensione delle vere cause dei fatti sociali instaurando un lessico, una logica ed un discorso totalmente errati o impropri. Capita così che chi ha la ventura di scoprire la verità – che è poi appena velata – è preso – lui! – per “fuori strada”, quando non è considerato un “sovversivo !

         Tanto per cominciare si dice economia per non dire “predonomia”. L’economia non è quanto “avviene” nella ricerca empirica che ciascuno fa per conto proprio dei mezzi e dei modi per rispondere ai propri bisogni ed alle proprie eventuali avidità, ma è quanto “si fa” per rispondere ai bisogni di tutti secondo equità. L’economia è una scienza matematicamente esatta come la gestione di buoni genitori che dànno la dovuta cura a ciascun figlio senza farlo dipendere da concorrenza di forza e di astuzia come invece fa la predonomia nei riguardi dei membri di una collettività, ripetendo la “dinamica” della giungla.

         I fautori dell’economia reale dicono imprenditori o industriali per non dire semplicemente “uomini di affari”. I primi possono essere benemeriti del Paese e talora ricevono perfino delle onoranze in forma solenne. Gli affaristi sono soggetti necessariamente amorali – se necessario, criminali come dimostra la cronaca quotidiana – perché il loro motore è solo il profitto e la ricchezza senza limite. La tecnica dell’affarismo riproduce in maniera camuffata la vita selvaggia.

         Si dice che l’imprenditore dia lavoro per non dire che “compra lavoro”. Lo compra al minor costo possibile commisurato al bisogno di sopravvivere di chi lo vende, il quale resta schiavo di chi lo paga. Solo questo può arricchirsi quando ricava più del fabbisogno. Infatti, è proprio il miraggio del “di più” che muove l’eroico affarista a… dare lavoro! Senza tale “di più” non avrebbe ragione di esistere.

         Si dice, sapendo di mentire, che la dinamica del mercato sia la “legge della domanda e dell’offerta”. Lo fu. Non lo è più da quando la domanda è determinata, in buona parte,  dalla pubblicità, la quale non è  - altra menzogna! – informazione ma “pressione dei consumi” con effetto anche subliminale (leggi “persuasione occulta”) come prova l’acquisto delirante di auto anche di grossa cilindrata perfino in condizioni di difficoltà “economiche”, grazie (se così può dirsi) all‘abbaglio della rateazione!

         Si dice concorrenza per non dire gioco di forza, ovvero di predazione in abiti civili, di cui la pubblicità è lo strumento di chi ha più soldi e il cui effetto è la  scomparsa degli imprenditori minimi come dimostra anche la morte dell’artigianato. La concorrenza è cannibalismo civile e giochi taciti fra affaristi per incrementare la domanda delle “prede di mercato”, alias consumatori o clienti quando non ci sono perfino accordi sottobanco per mantenere comuni alti prezzi (vedi cartello).

         Si dice banca per non dire istituto o “bottega di usura e parassitismo” e si chiama risparmio la consegna di danaro non speso a tali botteghe, per coinvolgere quanto più prede di mercato possibile nella pratica del parassitismo, sia pure minimo, a cui non si sottrae chi ha bisogno di “arrotondare”. I profitti (come i dividendi delle azioni) provengono da ricchezza prodotta da lavoro altrui, non dal proprio. E’ così per ogni “investimento parassitario”.

         L’economia, ridotta ad un sistema di giochi affaristici, non solo non dà a ciascuno il suo ma produce, accanto a magnati difficilmente controllabili (vedi sempre la cronaca quotidiana),  povertà e criminalità da bisogno e da emulazione (vedi le mafie) e poi anche la crisi monetaria di questi giorni, che è l’esito non di un intervento paranormale ma della vendita in eccesso di moneta nominale da parte di affaristi dell’usura bancaria.

         Si dice fisco per non dire pizzo di Stato: lo esige infatti dagli affaristi per complicità forzata (salvo a soccorrere i più grossi in caso di bisogno) e, comunque, anche dal povero cristo, per esempio a titolo di “canone RAI”, incurante della sua sofferenza. La moneta spesa dal potere pubblico dovrebbe “tornare alla base” per effetto del possesso dei mezzi di produzione, della sovranità monetaria e del limite rigoroso della proprietà privata per uso personale-familiare (oltreché – ça va sans dire – dell’indipendenza da una piovra bancaria, sia pure nazionale).

         Infine, e concludo, si dice crescita dell’economia per dire fortuna degli affaristi e si assume il prodotto del lavoro (PIL) come ricchezza del Paese, anche di chi si suicida per fame. Più chiari di così!

 

 
 

La (in) sanità “raggrumata”

 

                                                                        

L’essenza del crimine è l’offesa ai diritti naturali. L’uccisione offende il diritto alla vita. La disoccupazione involontaria e il suicidio per fame sono crimini di Stato. Ridurre o rendere difficoltosa la fruizione dell’assistenza sanitaria ferisce il diritto alla vita e quindi equivale a delinquere. Il filo conduttore del liberismo – capitalismo non più mitigato da cenni di socialismo costituzionale (v. art. 1 ed altri)  ma selvaggiamente integrale – è la libertà di depredare il prossimo attraverso le “regole” del mercato. Per questo, oltre un certo limite, si risolve in criminalità.

         E’ paradossale quanto terribilmente vero: i suoi fautori lo difendono a spada tratta sul piano politico-demagogico, per il suo effetto secondario: quello di dovere “comprare lavoro” (bugiardamente “dare lavoro”), s’intende nel proprio esclusivo interesse, dato che senza lavoro non c’è profitto padronale.

         I parametri della società liberista sono i profitti degli imprenditori (affaristi), ciascuno dei quali, per ottenere l’effetto secondario (pretesto per camuffare la vera ragion d’essere dell’impresa), deve girare come una trottola ovvero produrre incessantemente, possibilmente sempre di più. Si dice, in questi giorni, che ci sia un calo nel mercato dell’auto e si pensa agli incentivi (rottamazione e rateazione) senza contare che le auto, oltre all’inquinamento, hanno deturpato la città! Un’impresa cresce se riduce i costi!

         Nell’impianto socio-liberista di casa nostra lo Stato non è il potere-padre (come dovrebbe) ma un’azienda esso stesso, per di più al servizio dei grossi affaristi (o industriali), con lo stesso bisogno di ridurre i propri costi (spese sociali) per mantenere le prebende burocratiche e parlamentari e sostenere le spese delle inservienze a favore dei padroni USA (vedi Afghanistan): donde la privatizzazione e, in ogni caso, la “raggrumazione”. La quale è il contrario dell’espansione capillare, quindi delocalizzazioni (desertificazione di locali già funzionanti), meno centri, meno personale, meno strutture, meno servizio, maggiore distanza fra un centro e l’altro, maggiori difficoltà e spese logistiche, più rischio di insuccessi (incidenti ferroviari, infortuni sul lavoro et similia) in parole povere, offesa ai diritti naturali, quindi criminalità. Da tempo ciò avviene nelle ferrovie e nelle poste: la sanità sta allungando il passo per allinearsi. E pare che ci sia una gara a chi peggiora di più!

         Esempio ad hoc il servizio sanitario di Catania. Già da tempo Acireale, uno dei più grandi comuni di detto capoluogo di provincia, “raggruma” una grande quantità di piccoli centri viciniori, distanti anche diversi chilometri. Da anni molti pazienti coprono “pazientemente” itinerari notevoli che si fanno più pesanti con gli anni e con le malattie, fanno code estenuanti, ripetono le gite e attendono tempi più lunghi. A me, qualche tempo fa, una gentile operatrice del fatidico numero verde, per una risonanza, per altro urgente, mi aveva “servito” una prenotazione lunga più di un anno e per giunta fuori provincia! Mi ha salvato una mia immediata denuncia alla Procura della Repubblica competente: il direttore di un grande ospedale di Catania, avuto sentore della mia protesta, mi ha fatto invitare per servirmi a tamburo battente! Avevo anche denunciato che presso un altro ospedale funzionava (e forse è attivo tuttora) un libero mercato “intra moenia” della diagnostica in questione, cioè gestito da un medico che dà un “pizzo” alla struttura pubblica che lo ospita!

         La “raggrumazione in-sanitaria” si sta facendo vieppiù drammatica con la chiusura di ospedali come se si trattasse di luna-park e non della risposta al dovere sociale di assistere ogni nato, risposta la cui quantità e qualità sono il vero parametro di una società adulta. Ebbene, per restare in loco, dico che è stato appena chiuso il grande ospedale di Giarre,  comune distante circa quindici chilometri. Le conseguenze sono ovvie e per questo riferibili a comportamenti criminosi non altrimenti definibili e certamente non ascrivibili ad operatori costretti a lavorare in condizioni impossibili. Tutte le prestazioni dell’ospedale chiuso vengono passate in primis all’ospedale di Acireale, dove già scarseggiano i posti letto e peggiora il servizio di Pronto Soccorso, che, per la lunga attesa, è già stato luogo di decessi appunto per mancanza di soccorso! Un crimine in più o uno in meno non cambia la natura del decorso liberista.

         Chiudere un ospedale è un crimine così grande che riesce difficile crederci. E’ la sospensione arbitraria di un servizio complesso contro la legge costituzionale ed ordinaria. Sfido qualunque economista del sistema a dimostrarmi il contrario. La realtà, come in certi romanzi gialli, supera la fantasia. Ci viene di chiedere all’Antimafia che senso abbia combattere la cosiddetta criminalità mafiosa quando si assolve a priori quella liberista, consumata legalmente da coloro che, eletti o no dal popolo “sovrano”, sono tenuti a rispettare i diritti naturali della collettività nazionale. Quella di Giarre è soltanto l’ultima e più grossa “porcata” in-sanitaria commessa in questa grande provincia.

         Le corsie dell’ospedale di Acireale sono già prese d’assalto e si moltiplicano le raccomandazioni perfino per trovare un posto dove  magari morire! Pazienti che aspettavano di essere operati in questi giorni sono rimandati al prossimo anno per lasciare il posto a chi ha più urgenza o più santi in paradiso. Ed è umano che ci si faccia strada a colpi di gomito quando c’è da salvare sé stessi!

         La catena dei crimini liberisti procede in attesa del peggio. Mentre i grandi media brillano di servile silenzio.