Malagiustizia contro Giuseppe Fontana
Giuseppe Fontana, siciliano, cinquantenne, uomo di cultura, antiquario, poeta, autore di vari libri e saggi, militante del Socialismo Rivoluzionario Libertario, fondatore della Fondazione Ernesto Che Guevara in Italia, alieno da faziosità da trovarsi a suo agio tanto tra gli anarchici quanto nelle colonne del quotidiano romano “Rinascita”, coraggiosamente dignitoso, è, a mia convinzione, vittima di malagiustizia. Egli sta scontando una pena a 19 anni di reclusione, in atto presso il carcere di Palermo, per presunto concorso esterno di mafia e per presunto spaccio internazionale di droga in complicità con altri, reati mai provati in maniera oggettivamente certa e di cui si è sempre dichiarato innocente. Mafiosi pentiti e perfino agenti della CIA hanno testimoniato a suo favore!
E’ stato condannato sulla scorta della presunzione dei giudici di primo grado e delle sole intercettazioni telefoniche, durante le quali non è stato mai pronunciato il suo cognome, ma solo Peppe (diminutivo di Giuseppe), che si è provato appartenere ad altro sospettato.
Secondo l’accusa il Fontana avrebbe avuto il dono dell’ubiquità e si sarebbe recato anche in uno Stato degli USA, dove in realtà non è mai stato: il passaporto, messo agli atti, prezioso per provare in maniera ineccepibile il suo alibi, è scomparso!
A dispetto di più di un “vuoto giuridico” – da intendersi in senso lato – il Tribunale di Reggio Calabria, ha emesso sentenza di condanna.
La Corte di Appello, respinge tutta una serie di documentate motivazioni, tra cui la mancata traduzione di testi dall’inglese, e senza meno, conferma la condanna di primo grado impedendo la ridiscussione del caso.
L’iter kafkiano si svolge lungo un incubo senza fine: la Cassazione non riconosce una lunga teoria di violazioni della procedura penale esposte dalla difesa e si limita a cassare la condanna che così passa in giudicato, ovvero diviene definitiva.
Un caso di malagiustizia dove la reità pare predefinita come in quei casi in cui si parla di teorema per la cui dimostrazione - per restare in termini di matematica – non occorre la convinzione soggettiva degli operatori. Il caso fa riflettere anche i non addetti ai lavori se si pensa che un Sofri, accusato di azione armata contro lo Stato, da anni è più fuori che dentro e che un Guido, uno dei tre responsabili della strage del Circeo, condannato a 30 anni, incarcerato lo stesso anno del nostro Fontana, 1994, è già praticamente libero, mentre al Fontana si continua a negare la semilibertà e gli è stato perfino impedito di visitare il padre in clinica, evento, quest’ultimo, che passa limiti di ogni pensabile umanità.
Le differenze sono enormi. Ci chiediamo se la ragione non consista nel fatto che il Fontana non abbia mai ammesso i reati, di cui lo si cui accusa, mostrando una forza d’animo e una dignità non comuni tali da competere con la dirittura morale di coloro che sono, per collocazione istituzionale, strumenti super partes, del diritto e della giustizia e che talvolta giocano a chi la spunta, usando leggi, sentenze e facoltà d’interpretarle con parametri soggettivi, come bussolotti sulla pelle di poveri cristi, rei – stavolta sì - di non essere abbastanza ricchi per pagarsi un’orchestra di avvocati o di non avere santi in paradiso.
La cosa più sconsolante è che la malagiustizia venga consumata, come vuole la prassi, “in nome del popolo italiano”, che si ritrova responsabile di un ludismo giuridico-forense, che costituisce uno degli sport sadici dell’antropozoo, in attesa dell’avvento dell’uomo vero. Non mi si butti in faccia una grottesca motivazione, secondo cui l’assassino del Circeo sia più degno di considerazione di un supposto sostenitore esterno di mafia (locuzione oscura quanto mai!) o di uno spacciatore di stupefacenti.
Io non sono un leguleio e sono contento di non esserlo. Sono invece un sociologo, amico della logica, del diritto e, s’intende, dei miei simili. Sono convinto della necessità della restrizione della libertà ma altrettanto della prevenzione e del recupero e sono ancora in grado di usare la mia ragione contro un trattamento a carico di chi ha commesso – sia pure solo per presunzione di indizi senza riscontro - violenza contro i diritti naturali (chè di questo si tratta) con la somministrazione di una pena dosata con il classico bilancino del vecchio farmacista (tot anni, tot mesi, tot giorni!) per poi lasciare il malcapitato a sé stesso e al rischio della pazzia o del suicidio.
Siamo ancora lontani da una criminologia che veda la pena come un’autopunizione e un’autoredenzione con l’aiuto sociale sempre che il crimine non sia l’effetto di un sistema sociale criminogeno come il furto per fame o per emulazione di ricchezza senza limite (sport di lusso legalmente praticato nel nostro paese). Oltre tutto, ancora la forma prevale sulla sostanza. L’articolo tale del comma tale della legge tale vale più di una sana scienza sociale! E alla forma si aggiungono il libero convincimento del giudicante e il sigillo di una chiusura (cassazione) che celebra l’autonomia ma non sempre la dignità del potere giudiziario.
Siamo ancora ad un Luigi Tosti, magistrato, che viene praticamente destituito dalla sua funzione solo perché, legittimamente, si rifiuta di lavorare sotto il crocifisso in ottemperanza alla laicità, che è il rispetto di tutte le eventuali fedi altrui, prerogative individuali e insindacabili. E’ il caso in cui il potere giudiziario si fa portavoce della dominanza della Chiesa. Siamo al caso del coraggioso condòmino che si batte perché l’amministratore non incameri nel proprio conto corrente postale milioni e milioni delle vecchie lire, lucrandone anche gli interessi, in attesa di lavori edili. Il malcapitato si è visto condannare recentemente ad una pena pecuniaria abnorme per spese processuali (si tratta di qualche comparsa senza contropartita!) di circa nove mila €uro! E sempre “in nome del popolo italiano”.
Tornando al caso specifico non si può non tenere anche conto come la vita del carcere possa anche trovarsi alla mercè di un direttore capriccioso e sadico – che rende ancora più penosa una reclusione senza rieducazione – in assenza di effettivi controlli in difesa dei diritti di coloro che sono ancora uomini e non rifiuti.
Che “la legge sia uguale per tutti” è un’icona liturgica ben visibile per ricordarci che è vero il contrario, non potendo credere che un cardinale, un industriale e un barbone siano trattati alla stessa maniera ed abbiano la stessa probabilità di avere il meno peggio. Quanto alla “dura lex sed lex” lasciamo tale aforisma agli antichi romani, maschilisti, schiavisti, violenti e sadici. Diciamo piuttosto: “Duro gioco delle parti, ma soltanto un gioco”!
Se un legale coraggioso vuole dare una mano al nostro Giuseppe Fontana, uomo, figlio, marito, padre e cittadino offeso nei suoi diritti ed affetti, si faccia avanti scrivendo:
Immunità e Stato di diritto
Le farse dei poveri mortali si ripetono sotto le risate scroscianti degli déi dell’Olimpo. Una di tali farse riguarda l’immunità di non importa quali livelli parlamentari e istituzionali: si può solo dire che più alta è la responsabilità più macroscopica è la farsa. L’immunità semplicemente non dovrebbe esistere laddove si parla di Stato di diritto perché significa che il potere - e in special modo quello che è preposto alla fattura ed all’accredito delle leggi - dovrebbe essere non al di sopra delle leggi, ma soggetta ad esse al pari di qualsiasi cittadino per non dire in misura più rigorosa in ragione della propria carica.
La farsa sull’immunità più che una buffonata è un autentico abuso di potere che nessuna legge può legittimare. Lo sanno i nostri soloni che legale non è sinonimo di legittimo?
L’Italia ha la immeritata nomea di “patria del diritto” (dove del diritto essenziale non si capisce un’acca) perché la letteratura affonda le radici nostrane nella mania dei romani di creare normative scritte per ogni cosa – perfino per la schiavitù – senza che tale rigorosità possa rappresentare sinonimo di giustezza.
Ad un povero cristo, che aspira ad un lavoro di “collaboratore ecologico” (alias spazzino) si chiedono, tra l’altro, il certificato di buona condotta e dei carichi pendenti. Non si chiede la stessa cosa a chi aspira (magari senza averne alcun titolo culturale) alla funzione delicatissima di legislatore! E a questo punto la farsa diventa tragedia! Non ci sono ragioni che tengano se non la “maestà del potere” che “ha ragione solo perché è il potere”, il che significa che anche dietro la facciata di una democrazia ci può essere una dittatura autentica come quella che si sta consolidando in Italia, complice involontaria una sinistra senza midollo spinale e volontaria quel “quarto potere” (la stampa), che una volta faceva paura ma che oggi è pagato dallo stesso potere per suonare le campane del consenso.
Il fatto che la maggior parte dei paesi europei godano dell’immunità delle alte cariche dello Stato ovvero di chi dovrebbe esserne totalmente indenne per funzione, è un argomento più puerile che ridicolo, come se la cattiva condotta degli altri – o di una maggioranza – possa essere giustificazione della nostra.
Più che patria del diritto il nostro povero paese, privo di una vera identità etnica, è la patria della sudditanza servile – che più servile non si può !- Non so quante volte: nei riguardi dei padroni di casa, emeriti uomini di affari e di successo, talora insigniti perfino del titolo di cavaliere (del lavoro altrui!). Delle banche, nazionali e internazionali, che ci dicono come ci dobbiamo indebitare e come tassare (tosare) i cittadini consumatori. Nei riguardi della casta clericale/papale (a tal proposito si consiglia di informarsi circa la storia criminale della Chiesa)! Nei riguardi degli USA, un terzo mondo sui generis, nato da genocidi e rapine, spacciato per la più grande democrazia del mondo, che si distingue per essere una fogna a cielo aperto oscurata da innumeri grattacieli e da una casta di supertecnologi militari , impegnati a colonizzare il resto del mondo, anche a costo di provocare stragi di concittadini sotto le Due Torri, mentre il proprio interno conta il più alto tasso di crimininalità e di reclusi e i liberi il più alto tasso di muniti di armi e di turbe mentali.
Dire che io ho vergogna di essere italiano lascia indifferenti i responsabili del crescente squallore, i quali di questo vivono incuranti dei propri stessi eredi immediati, affetti della più grottesca patologia dell’uomo civile: la mania del possesso e del potere senza limiti e quindi, ove possibile, dell’immunità. Né vale ricusarli come una volta ebbi a fare con una dettagliata dichiarazione pubblicata: si tratta di facce di bronzo a prova di fuoco!
LA SCHEDATURA DEI ROM
La tipica forma mentis del reazionario è quella di pensare che ciò che occorra per un buon governo sia la prepotenza dell’insipiente che si affida alla propria geniale improvvisazione, al tocco del potere di chi sa (di non essere un idiota al servizio di non si sa quali interessi). Un motto latino recita: “Quod non fecerunt barbari fecerunt Barbarini”. E i “Barbarini” – persone dall’apparenza civile – hanno dato l’assalto alla “diligenza del potere”. Senza dubbio, per vie legali. E questo è forse il peggio. Ed hanno cominciato a governare da quegli emeriti che sono. Stanno scambiando la sicurezza del paese con la propria immunità con la seriosa disinvoltura di chi non sa. Santa ignoranza!
I vari Brunetta e Maroni stanno facendo a gara a chi le spara più grosse, insomma a chi fornisce alla plebaglia che schiamazza sotto il palazzo i capri espiatori più credibili del crescente degrado, che è l’altra faccia del crescente business degli speculatori (per carità, legali). Per i primi sono coloro che disertano il proprio posto di lavoro per fare cose proprie: comportamento certamente deplorevole ma ferma restando la verità elementare che anche quei trasgressori sono pur sempre cittadini con tanto di diritto all’esistenza. Quindi, si tratta solo di provvedimenti disciplinari, ma quel diritto i Barbarini soloni non lo conoscono. Del resto, non dànno alcuna importanza agli abusi crescenti dei padroni dei servizi pubblici, come quelli, fuori di ogni misura, della cricca postale. Ci torneremo.
I secondi, i Maroni – da non confondere con le castagne – sono più cretinamente solenni: hanno scoperto le radici del male sociale nei rom, detti altrimenti zingari, quasi sempre cittadini italiani a tutti gli effetti. Soluzione? La loro schedatura con le impronte digitali, anche se bambini! Alcuni di costoro sono responsabili – sentite! – di atti di delinquenza contro il patrimonio. Che fare, per ovvia analogia, di tutti i connazionali, dato che non pochi di questi costituiscono tutta la gerarchia di tutte le mafie, che fanno spaccio di droga e commercio di armi anche a livello internazionale, attentati alla magistratura oltreché infiltrazioni nelle istituzioni politiche ed economiche al punto da non poterne distinguere i confini?
Cosa direbbe il superserioso Maroni se gli italiani emigrati in America nell’Ottocento e prima fossero stati tutti schedati dato che alcuni di loro vi esportarono la malavita divenuta poi professione di crimine?
Quanto allo sfruttamento dei minori all’onnisciente Maroni sfugge una verità storica: che da sempre i minori sono stati sfruttati dalle proprie famiglie per motivi di fame e non solo nei paesi del Terzo e Quarto Mondo, ma in tutte le zone depresse del Pianeta e quindi anche a casa nostra. Pare che ancora in città come Palermo e Napoli ci siano quartieri poveri dove all’obbligo scolastico venga sostituito il lavoro forzato!
Se Maroni conoscesse la storia essenziale saprebbe che il capitalismo esplose, e proprio nella “civile” Inghilterra, con lo sfruttamento massiccio di donne e bambini, che morivano sul lavoro a seguito di almeno 14 ore di fatica giornaliera a compensi ultraneri. Saprebbe dei “carusi”, bambini siciliani adibiti ai lavori di trasporto nelle zolfare siciliane che, quando non morivano di silicosi o di altre patologie specifiche, crescevano e restavano ingobbiti come vecchi anzitempo.
Per finire, lo sa Maroni perché i rom rubano e fanno rubare i propri minori? Già, la sua mentalità di rigoroso statista non gli consente di conoscere il motore primo della delinquenza di sopravvivenza, che è la fame. Oltre a non conoscere il diritto e la storia, non sa nemmeno cosa sia lo Stato “vero”, tenuto a provvedere al pane di tutti i suoi cittadini. Uno Stato inadempiente, che affida - come in regime liberista – le sorti dei propri cittadini agli eventi degli uomini di affari, è criminogeno e criminale.
E a proposito di capitalismo, visto che il sistema vigente è quello dell’affarismo criminale, quando Maroni proporrà il censimento dei capitalisti, una volta “padroni del vapore”, oggi più semplicemente “padroni della piovra bancaria”? Per coerenza, dovrebbe cominciare dal suo leader politico massimo. E sa certamente chi è. Ad majora!
TIBET: fra diritto all’indipendenza e criminalità buddhista
Da sempre la Sicilia ha avuto conati di indipendenza. Mai ha avuto tanti appoggi quanti ne conta invece il Tibet, vecchia regione autonoma della Cina, freddissima e pochissimo abitata. Io, che sono siciliano e socialista, sono contento dell’opposizione a tali conati. Forse è vero che Garibaldi consegnò la mia isola al Piemonte ma – in base alla logica del meno peggio – è meglio un governo torinese prima e romano poi che un’oligarchia di mafiosi terrieri. Una dittatura di omertà e di assassini. Devo riconoscere che la bella Trinacria, forse anche per l’antica tradizione di occupazione straniera, non sa davvero cosa significhi indipendenza se a tutt’oggi è un feudo clerical-berlusconiano!
Quanto al Tibet, la fretta di dare ragione a chi ne chiede l’indipendenza, probabilmente solo per fanatica opposizione alla Cina, rea di avere tentato di realizzare il comunismo, cade nel grottesco e non solo perché l’oppositore dimentica, tra gli altri, l’Irlanda del Nord, i Paesi Baschi e la Cecenia, ma per due grandi ragioni: 1) perché non tiene conto che laddove l’indipendenza piace agli USA (come nel Kosovo), là ci sono interessi geopolitici e imperialistici a favore di una potenza peraltro nata dall’occupazione abusiva (tipo Stato d’Israele), dalla rapina e dal genocidio; 2) perché non tiene conto di cosa sia stato veramente il Tibet prima della rioccupazione cinese (1950) (era stato occupato una prima volta nel 1279 ed una seconda volta nel 1717 in tempi non sospetti per un comunismo ancora inesistente) sotto la teocrazia sanguinaria di un Dalai Lama, sedicente Buddha vivente, anzi Dio vivente (sic!) e Sua Santità (al pari del papa cattolico). Ma non è tutto.
In quel Tibet, che nell’immaginario dell’ignorante era una terra tranquilla occupata da monaci che tuttora si dicono nonviolenti e dediti alla meditazione spirituale, non solo esisteva la schiavitù (abolita dal governo cinese – comunista! – nel 1959), ma venivano praticati i supplizi più feroci e inimmaginabili come questo per un piccolo furto per fame: al malcapitato, davanti ad una folla ebbra di sadismo (altro che meditazione buddista!), venivano mozzate ambo le mani e, ancora vivo, veniva rinchiuso dentro la pelle bagnata di uno yak (specie di bufalo tibetano), la quale, asciugandosi, si restringeva e spremeva la vittima che si dissanguava e moriva tra orribili sofferenze. Erano applicate anche la flagellazione e il cavo degli occhi con una spada (sic!).
I costumi e i riti malvagi dei pacifici seguaci del principe indiano Siddarta Gautama, detto Buddha (cioè il Savio) sono migliorati grazie ai cinesi anche se ancora il Dalai Lama, per altro abbastanza ricco per essere solo un uomo di fede, non desiste dal farsi considerare la reincarnazione del Buddha.
Questo non vuol dire che la regione autonoma del Tibet non debba continuare ad aspirare ad una piena indipendenza ma solo che, prima di esaltare i rivoltosi indipendentisti, bisogna accertarsi se le loro mani grondino ancora di sangue fraterno se è vero che l’unica interferenza, lecita, legittima e doverosa, (e sempre nel rispetto del diritto internazionale) è quella che verte sul rispetto dei diritti naturali dell’uomo.