Canto antico

                                   A mia moglie Razziedda

 

Bimba io ti conobbi

all’alba dei miei anni

e poi dei miei malanni

e della lontananza

fu un volgere di danza

di sogni e di dolor.

 

 Errai e inutilmente

cercai in altri lidi

l’amore che non vidi.

Poi ti ebbi sposa amata

e come una giornata

l’incanto si sfaldò.

 

Errai e caddi ancora

ignaro del tuo bene

ignaro delle pene

che in te silenti avevi:

eppure non potevi

svelarmi il tuo dolor.

 

  Or come in primavera

  pur carichi di anni

  di povertà e d’affanni

  con mano ci teniamo

  come non mai ci amiamo

  con giovanil fervor.

 

Bimba tornata sei

fra le mie braccia antiche

stanche ma sempre amiche.

 Mentre il tramonto incombe

in un fluir di tombe,

ti amo di un nuovo amor.

 

  Or che l’evento-vita

 s’appressa al tempo-fine

  ora sul tuo bel  crine

  cerco calor materno

  con un amor bambino

  con un tepor piccino

  con rinnovato ardor.

 

Acireale, 4 gennaio 2007

 

 

              Melo, alias Carmelo R. Viola


 

nota: Quando io e mia moglie ci conoscemmo, vivevamo la prima adolescenza. A dodici anni io raggiunsi la mia famiglia a Tripoli – mi affacciavo alla vita da un nuovo mondo - e lì sperimentai il trauma  della disintegrazione di questa, che mi porto ancora dentro. A ventidue anni sposai la mia compagna e pochi anni dopo dei malintesi ruppero il dolce incanto. Seguiranno dolorose peregrinazioni interiori ed esistenziali fino alla ricostruzione di una sintonia di affetti e di idee, che ritengo un evento raro in un contesto di conflitti e di evanescenze. Dopo 56 anni di convivenza, siamo felici l’uno dell’altra, ed ambedue ci sosteniamo con un rapporto filiale e materno. Questi versi sono stati concepiti (improvvisati) e fissati sulla carta mentre, in auto, attendevo l’altra parte di me stesso, recatasi dal medico di famiglia per la consueta fornitura di ricette!

 

 
 

Il tutto e il nulla

 

Il Tutto è questa luce

del giorno

che m’illumina il viso

e l’anima

di propositi e di speranze.

 

Il Tutto è quest’amore materno

di una compagna

che non ha l’eguale,

che mi sostiene come un infante

che impari i primi passi.

 

Il Tutto è questa voglia vi vivere

ancora

come se fossi immortale

in un cumulo di rovine

e di polvere.

 

Il Tutto è questo bisogno di essere

che m’infutura

nella specie che si estinguerà

come ogni sintesi di Vita.

 

Il Nulla è questa stanchezza

triste

che m’insidia e mi avvelena

il carpe diem che passa.

 

Il Nulla è la paura

di chiudere gli occhi questo mondo stupendo

e stupido.

 

Poi sarà l’assenza

del Tutto e del Niente.

 

Acireale, 5 maggio 2007 (ore 10, 00 circa)